1VS

La “funzione-conversazione” e la “riserva oscura”. Due letture dei Fratelli Michelangelo

1VS

[Pubblichiamo due riflessioni, firmate dallo scrittore e critico Paolo Di Paolo e dal poeta Tommaso Lisa, intorno all’ultimo romanzo di Vanni Santoni I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019)]


* * *

Non abbiate paura dei Buddenbrookrichter 1

di Paolo Di Paolo

Non abbiate paura dei Buddenbrook. Il grande romanzo di famiglia non è mai archiviato per sempre. Vanni Santoni lo rianima sull’Appennino toscano: gli serve un vecchio patriarca, un villone, quattro figli dispersi e riconvocati all’improvviso.
Se Antonio Michelangelo, imprenditore e artista, grandi successi e diversi matrimoni alle spalle, ha chiamato la prole, un motivo – serio – dev’esserci. Ma i ragazzoni non lo sanno: né quello emigrato a Bali, né l’artista ansiosa che gira l’Europa, né il biologo sposato con uno svedese, né il figlio convinto di essere figlio di un altro padre, finito in Israele per averne conferma (o smentita). Vallombrosa pare così la sede di un summit internazionale, e Santoni si diverte a seguire gli sconcertati rampolli in questo trasloco coatto. E li lascia parlare, sfogarsi, rimuginare: sbrigliando più che mai nelle seicento pagine dei Fratelli Michelangelo la “funzione-conversazione”.
Vengono in mente Arbasino, Busi – e un po’ forse pure Bolaño – quando i personaggi attaccano a chiacchierare senza prendere fiato, quasi che la vita possa rivelarsi soprattutto in ciò che ne diciamo, mentre insomma parliamo e ne parliamo. «Siamo l’idea che abbiamo di noi stessi», sì, vero, ma anche quella che ci esce di bocca. I quattro figli inquieti hanno bisogno di raccontare e di raccontarsela. Un po’ per nascondersi, un po’ per svelarsi. E per capire chi sono diventati. Il vecchio padre, lui, è diventato una voce Wikipedia: «ingegnere, dirigente d’azienda e incisore italiano» (ma qualche vandalo dell’enciclopedia online ha aggiunto più volte una specifica: «donnaiolo»). E in ogni caso: la storia di un babbo così è più larga di quattro apposizioni. È più ambigua, più stonata, meno proporzionata. L’arci-italiano Michelangelo ha scolpito, stagione dopo stagione, la propria biografia con teatrale e talentuosa paraculaggine. Ma se i suoi ragazzi avessero intenzione di metterla in discussione, di metter su un processo, da accusatori potrebbero ritrovarsi velocemente imputati. In questo senso, Santoni complica la vita ai fratelli, non permette che se la sbrighino facile con l’idea delle colpe dei padri. Perché se di colpe si tratta, e senza dubbio sì, non è facile scindere quelle dei vecchi da quelle dei giovani – come già cent’anni fa mostrava il Pirandello “generazionale”, appunto, dei Vecchi e i giovani. Santoni lo sa bene, e fa sì che il patriarca Michelangelo, quando scivola nella modalità-bilancio, abbia un tono a metà fra un ironico, scanzonato autodafé e un interrogatorio sibillino rivolto ai figli: tanto per mettere più a fuoco – quasi compiaciuto – le loro incasinatissime vite. E se sì, è vero, è giusto, può aprirsi «una crepa nell’ammirazione» verso il proprio padre, il genitore è tenuto ad amare ma non necessariamente ad ammirare la prole.
È qui che I fratelli Michelangelo si rivela (anche) come un ipertrofico romanzo non “generazionale” – evviva! – ma “sulle generazioni”: su cosa sono, su cosa pretendono di essere, su come siano apparentate tutte dall’illusoria convinzione di fallire meglio, o meno, delle precedenti. La vita non è luminosa, non sempre, e soprattutto non armonica, come per troppo tempo ha pensato Rudra. Le famiglie sono felici e infelici, e ciascuna, comunque, sia infelice che felice a modo suo. Il signore con il bastone in mano, «vestito con pantaloni di velluto marrone scuro, giacca spigata, pullover color muschio», lo sa perfettamente – e per questo ha la forza di affrontare gli sguardi increduli, preoccupati, sprezzanti, dei quattro fratelli Michelangelo. Vedete – dice alla fine, contento del miracolo ottenuto: farsi ascoltare dai figli – vedete, «mi sarebbe piaciuto, mi piacerebbe, che poteste alzare gli occhi verso i miei» e non vedere più il mio volto, ma una serie di volti. Tutti quelli che Antonio ha avuto, dai sedici agli ottanta: «Invece vi beccate questo ghignaccio qua». Mica è detto, però, che i fratellini si accontentino di questa insulsa, e perfino fastidiosa, eredità.

* * *

L’Eredità dei MichelangeloGerhard-Richter-9.4.89-WEB

di Tommaso Lisa

Son persuaso che il recente romanzo di Vanni Santoni, I fratelli Michelangelo, abbia come tema strutturante il concetto d’eredità. Durante la lettura il cardine intorno al quale hanno ruotato le mie riflessioni non è stato la figura del padre bensì il suo patrimonio. Forse è riduttivo dire che il labirinto di picaresche vicende in cui s’articolano i viaggi di ritorno dei cinque personaggi faccia capo alla figura paterna, che è quella di Santoni stesso, in quanto son tutti suoi alter ego e proiezioni. Forse è vano affermare che il padre in questa vicenda non è Antonio Michelangelo ma l’autore, cantore proiettato a nel cuore del Novecento, intento a fare i conti con l’eredità letteraria a ritroso nei secoli.
La narrazione delle vicende, come in ogni racconto degno di questo nome, è un errare tra gli errori, una serie di tentativi di trovare un senso a questo gioco che è la vita. Ho pensato a ogni piè sospinto, fin da subito, percorrendo ogni pagina delle sezioni in cui il volume è articolato, che fossi di fronte a piccole odissee personali, di questi figli, per tornare in patria. Le ho lette come storie di ritorno, come delle telemachie, laddove a Itaca si sostituisce Vallombrosa. Ciascuno affronta un viaggio pericoloso per arrivare puntuale a un appuntamento. Si tratta infatti di figli presto abbandonati da un padre troppo intento a cercare virtù e conoscenza. Il motivo per cui questo padre chiami a raccolta i propri figli negletti è l’interrogativo assillante. E questo motivo è una presunta eredità, la cui autorevolezza narratologica sovrasta per importanza la figura stessa del padre, ponendosi a fondamento della storia.
Di quale eredità si tratti, di quale patrimonio venga fatta baluginare l’esistenza, è il quesito che anima tutti i personaggi a muoversi e il lettore a seguirli. Tale domanda non riguarda solo i figli, ma il padre stesso, che è stato a sua volta figlio, in un albero genealogico – lo stemma codicum posto in apertura del romanzo – che non lo vede come capostipite delle vicende ma anch’egli implicato nella trasmissione genetica del sapere e del dubbio socratico che sempre lo accompagna.
Erede è colui che prende, che s’impadronisce, ma etimologicamente è anche una forma indebolita del greco chèros, “vuoto”, colui che è privo, deserto, affine a chorizo, separato. In oche parole, è evidente, l’erede è quindi colui che è divenuto orfano. Anche per questo forse non si palesa un’eredità tradizionale, nel romanzo, perché il padre alla fine non muore e i figli non rimangono propriamente orfani. Ma non è necessario essere biologicamente orfani per sentirsi privi di padre. Non a caso il padre è il “grande minimizzatore”, porta in sé il vuoto intorno al quale la narrazione ruota. Perché le narrazioni ruotano intorno a una mancanza – se non a un vero e proprio mancamento – l’assenza intorno alla quale si costruisce il topos del soggetto. E questa mancanza – tale vuoto appunto – è l’eredità. Il padre inoltre, sul finale – senza rivelare propriamente niente della narrazione – “cade” ed è anche questo un gesto altamente simbolico (chi lo spinga a cadere e in che contesto di implicazioni relazionali ciò accada aprirebbe un altro capitolo di indagini).
Giunto a questo punto, ai ferri corti con l’eredità della figura paterna – il vuoto – mi sono lasciato deliberatamente plagiare da una lettura psicanalitica e – per dirla con Massimo Recalcati, che a sua volta cita Jaques Lacan, il quale eredita il concetto da Freud, il “padre” della psicanalisi – sì, anche nei Fratelli Michelangelo, quel che conta nell’eredità è la trasmissione del desiderio. Un desiderio fluido, in movimento.
È camminando – e non seduto come da un notaio intorno a un tavolo – che il padre lascia in eredità la sua narrazione che serve a dare un senso alla vita. Cammina perché l’eredità, per dirsi tale, deve essere mobile come il pellegrinaggio della vita. Il movimento di ricerca del “dare un senso alle cose” è la sola eredità che un padre possa lasciare ai suoi figli. E il senso, appunto, non c’è, se non nel cammino stesso, nella caduta fortuita, l’incidente inatteso.
Il romanzo però al contempo tesaurizza la vita del narratore, mette in salvo il senso della sua esperienza. Uno sforzo agonistico titanico trapela dalle pagine dei Fratelli Michelangelo ed è evidente che l’autore Vanni Santoni ci sta letteralmente lasciando in eredità tutta la sua esistenza, tutta la sua esistenza materiale, senza voler tralasciare neppure l’elitra di un ditisco, il petalo di un fiore. L’eredità più toccante che mi ha lasciato il libro è proprio questo sforzo di far esistere le parole, farle muovere e vivere, questi animaletti scuri, nel bosco della narrazione, tesaurizzando insetti, opere, luoghi, erbe (e il libro è un vero e proprio erbario di piante spesso officinali, facilitatrici di sogni e visioni).
È palese, ed è anche il limite di questa scrittura, la volontà di voler donare al lettore tutti i mondi simbolici possibili che l’autore porta in sé. La declinazione della ricerca di un inappagabile “desiderio di realizzazione di sé” per cui i protagonisti delle vicende sono, in questo e per questo, ancora una volta tutti “personaggi precari”.
Quindi, narrare è camminare, perdersi nel bosco, di Vallombrosa come di Nemi. E quale sia quest’eredità, il ramo d’oro che il padre lascia ai suoi figli e che essi devono combattere per guadagnarsi, a questo punto, è evidente che è la narrazione stessa. La possibilità di dare un senso alla vita non attraverso le parole – che, come il denaro, scindono, tagliano – ma con la narrazione, la concatenazione narrativa e consapevole di sé. È questo ciò che il padre lascia in eredità durante la lunga e apparentemente folle, insensata passeggiata. E nella narrazione, il desiderio di creare mondi, di rendere concreto il cosmo interiore di ciò che abbiamo ereditato per stratificazioni nel corso dell’esistere. M’è parso quindi che Antonio Michelangelo, passeggiando peripateticamente, trasmetta non tanto un presunto contenuto bensì il ritmo, il piede del pensiero su cui ciascuno dei figli sarà poi libero di rinarrare la propria storia senza dissipare il capitale simbolico che gli è toccato in sorte.
Quale è il monito che Vanni m’ha dato con questo romanzo? Che ciò che si pensa di ereditare dai padri, se lo si vuole possedere autenticamente, deve essere riconquistato, ricreato: non è una acquisizione passiva ma un movimento attivo di ricerca, di riconquista del sé. Che quello che si eredita non è un bene oggettivo, ma un movimento attivo. Il desiderio di riconquista della stessa eredità.
Il libro finisce là dove dovrebbe iniziare – dove inizia la realtà della vita fuori dalla narrazione – negli Epiloghi, ossia lascia aperto il modo in cui i protagonisti reinventeranno l’eredità simbolica toccata in sorte. Probabilmente non dissiperanno più le loro esistenze alla ricerca di qualcosa “fuori”, di un bene materiale di cui impossessarsi, ma cercheranno “dentro” la propria narrazione, usando ciascuno il pronome, la persona e il tempo che più preferiscono. Una narrazione – o forse meglio una “orazione” – che non c’è, in modo stabile e definito, al di fuori del libro che la contiene. Perché arbitrario è appunto il confine tra “dentro” e “fuori”. Ecco che m’appare per un attimo chiaro che la voce narrante dell’autore – e nel dire ciò penso a me come padre di mio figlio, al mio stesso ruolo – lascia in eredità “il desiderio di un sogno”.
Ma c’è infine un animale simbolico e selvaggio che diventa allegoria di tale permeabile arbitrarietà tra “dentro” e “fuori”, che incarna il desiderio del sogno e la negazione stessa dell’eredità – la vanificazione dell’eredità intesa come rendita materiale, come trasmissione di beni passivamente acquisiti – ed è Il gatto selvatico. È l’animale dell’istinto e dell’inconscio, il ferino per eccellenza che non rientra nell’erbario o nello spazio concluso dell’orto o del testo. Il gatto selvatico è per definizione insalvabile perché la narrazione stessa dice che potrebbe non essere mai esistito nella realtà del personaggio narrato. Se la narrazione testuale è una macchina erborizzante che tesaurizza l’esperienza, il gatto selvatico – che una delle proiezioni del narratore “vede” o “crede di vedere” nel bosco di Vallombrosa – annienta anche l’ultima possibilità di lasciare un’eredità materiale sia essa fatta di case o soldi, di patrimoni e rendite, ma di gesti e memoria fluida, inconscia.
Più del ragno, che non ha occhi – o meglio, ne ha troppi, e giace nella realtà esterna – questo gatto m’è prossimo, intimo, e punta – mi ha puntato – con due occhi gialli da dentro il buio del bosco. “Vedere” il gatto selvatico o “credere di vederlo” non fa differenza. La sua esistenza risiede in quel punto oscuro della selva che la narrazione non può (e non deve) illuminare. Quella riserva oscura che sta oltre le parole. Nella realtà vera come nella realtà della narrazione il gatto selvatico esiste certo quale dato concreto, storico e materiale. Ma sussiste sempre l’altro gatto selvatico, che è quello che si crede possa esistere ma non si è certi che sia esistito davvero e finisce per esistere davvero come possibilità di esistenza.
Questa, come le altre storie che quotidianamente ci raccontiamo sono la realtà immaginaria della vita, che si rispecchia nell’agire sulla scena del mondo: è il dubbio incredibile e rabbrividente del costruttivismo integrale, la chiave dialettica – nel ferino, nel non linguistico – che l’impero del sogno e il mondo della realtà siano la stessa cosa.

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
Un commento a “La “funzione-conversazione” e la “riserva oscura”. Due letture dei Fratelli Michelangelo”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Segnalo queste due recensioni dei Fratelli Michelangelo a firma Paolo Di Paolo e Tommaso Lisa, su minima & moralia. […]



Aggiungi un commento