La-giovane-pensionata-Nina Kaun Kopie

La giovane pensionata (Un racconto di Chiara Pazzaglia)

di Chiara Pazzaglia

Mi sono laureata, ho offerto un brindisi a qualche amico dopo la discussione e poi ho ripreso la mia routine. Seguendo la mia coinquilina già da qualche mese lavoro part time in un call center. Ogni giorno mi danno un questionario e una lista di numeri da chiamare, siamo in venti in una stanza, ognuno ha la propria postazione con il computer e le cuffie. La mattina lavoro, il pomeriggio mi occupo di Silvio. Ha dodici anni e va alla scuola media francese, passo a prenderlo all’uscita. Devo stare attenta all’ultimo tratto fino a casa sua dietro alla stazione, non ci sono marciapiedi, a volte girano brutti ceffi. La strada puzza. Litighiamo al momento di spegnere la playstation, poi ci mettiamo al tavolino a declinare verbi, présent, passé composé, futur anterieur. La sera torno nel mio appartamento un po’ fatiscente che condivido con due compagne dell’università. Una volta scalati i quattro piani infilo la chiave nella toppa, mi sento così stanca e ho come l’impressione di aver dimenticato qualcosa. Una sera, mettendo via un po’ di carte ammucchiate sul tavolo, trovo una lettera delle Poste ancora sigillata. La apro, le Poste Italiane mi informano di aver attivato un nuovo servizio. Scacciapensieri: può ritirare la sua pensione presso tutti i nostri uffici. Per i clienti come lei, nati prima del 1938, l’attivazione è gratuita. Rileggo la manciata di righe sulla carta riciclata. Controllo il nome e l’indirizzo sulla busta, sono proprio io.
L’indomani vado a chiedere spiegazioni. M’incammino lungo le mura aureliane contando una a una le piante di capperi che puntellano le pietre antiche. È Ottobre, a Roma il sole splende. Mi metto a fare il passo saltellato come quando ero piccola. All’entrata dell’ufficio postale incrocio una vecchina che trascina il carrello della spesa, indossa delle pantofole blu, lo stesso colore delle mie scarpe. Quando esco dalle Poste mi ritrovo in mano un assegno di mille euro.
Fisso l’incrocio con le auto che passano, il semaforo e all’angolo opposto l’edicola. Un’unica nuvola attraversa il cielo azzurro, un cirro. L’impiegata delle poste ha preso la lettera, la mia carta d’identità e poi ha domandato: ”Vuole ritirare?”. Mi rigiro l’assegno fra le mani e non so che fare. Poi lo infilo nella tasca della giacca e scendo le scale. Se non mi sbrigo farò tardi al lavoro.
Qualche mattina dopo sono al computer a compilare un’indagine di marketing. All’altro capo del telefono c’è un uomo, Maschio, Imprenditore, tra i trentacinque e i quarantacinque anni, che ripete che no, non aprirebbe un conto corrente neanche se con la carta di credito avesse sconti su viaggi e pelletteria. Sabina, la caposala, si ferma dietro di me, avverto la sua presenza dopo un attimo, insieme all’odore del profumo. Sabina è una ex ballerina della Rai, è alta e ha i capelli biondi e dritti come spaghetti. Porta i suoi quarant’anni con una buona dose di trucco e i tacchi altissimi rigorosamente a spillo. “C’è una sorpresa per te”, sussurra chinandosi e appoggiandomi la testa sulla spalla. Durante la pausa, davanti alla macchinetta del caffè, mi ritrovo circondata da Sabina e da tutti i colleghi. Li guardo con aria interrogativa, conosco bene le regola, non ci si può allontanare dalla postazione più di due alla volta e per al massimo cinque minuti. Sorridendo Sabina mi porge un biglietto con una coccarda rossa. Scoppia un coro di auguri. “È una crociera per due in Egitto, sei contenta?” Sara punta gli occhioni scuri su di me. Ha quasi cinquant’anni e nonostante la differenza d’età siamo molto amiche. Ogni giorno l’accompagno al lavoro. Deve sfuggire a un ex geloso e violento che la pedina – io non l’ho mai visto – così indossa sempre occhialoni da sole e foulard e cammina rasente i muri. Nell’intervallo tra un palazzo e l’altro mi offro io come nascondiglio. Un altro collega mi dà una pacca sulla spalla: “Aoh, ma come hai fatto a pigliare la pensione? Diccelo pure a noi!”. Poi con aria ammiccante aggiunge: “Ci vuole la raccomandazione, vero?”. Antonella mi fissa con gli occhi arrossati dal sonno. Sono anni che non riesce a finire la tesi perché dopo un incidente è diventata veggente, ha le allucinazioni di continuo e non riesce più a dormire. “Certo se dopo la laurea ti danno la pensione, va a finire che mi laureo anch’io”, dice scoppiando a ridere.
Al telefono delle Poste parte il fischio del fax, mentre il telefono dell’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico del Comune suona a vuoto. Mi guardo intorno sconsolata. Il tavolo, le mensole e gli utensili della cucina non hanno risposte per me. Allora chiamo mia madre. Le spiego tutto quel che so con un filo di voce, temo lo scatenarsi delle ire con conseguente elenco dei “casini che combini tu” dall’età di tre anni fino a oggi. Mia madre però rimane impassibile, poi decreta: “Tutto sommato mi pare una buona cosa”. Il giorno dopo piomba a Roma di prima mattina. “Devi preparare la valigia”, dice entrando in casa. Mi spiega che “tutto sommato la pensione è anche meglio del contratto a tempo indeterminato” e che anzi, con la crisi economica e i miei studi in lettere, posso ritenermi una persona fortunata. È soddisfatta, dice, perché così potrò contribuire anch’io all’economia della famiglia una volta che Luca lavorerà nel suo studio di ingegnere. Le mie resistenze vengono sbriciolate a suon di ragionamenti logici. In meno di un giorno, di fronte all’evidenza lampante delle dimostrazioni di mia madre e alla valigia già aperta sul letto, getto la spugna. La smetto di fare telefonate al comune, alle poste e all’obitorio e mi abbandono al corso degli eventi.
Una settimana dopo, in seguito alla telefonata dell’agente immobiliare, mia madre e io ci ritroviamo sedute su due sedie basse, da nani, di fronte alla grande scrivania del direttore della banca. ”Mi dia del tu, mi chiami Giorgio per favore” mi dice il direttore della banca mentre si siede dietro la grande scrivania. Il Direttore Giorgio Per Favore inizia a parlare di calcetto e di tornei di beneficenza in Africa, per poi raccontare, con la stessa nonchalance, come vanno gli affari in banca. Mia madre sta scoprendo come scrivere sull’iphone il nome del profumo che piace tanto a Tina, l’agente immobiliare che ci ha accompagnato all’appuntamento. Quindi il Direttore Giorgio Per Favore sfoglia il fascicolo del mutuo per l’acquisto della mia prima casa, quarantacinque metri quadri, al numero 16 di Via E. a San Giovanni, Roma. Illustra le condizioni del mutuo una per una, poi parla dello ‘stato di pensionamento’, si congratula con me e dice che a questo punto rimane solo la mia firma, ”una piccola formalità” dice. Riunendo tutte le forze, esclamo: ”Ma guardi Direttore Giorgio che io non ho fatto niente!”. Per un attimo nella saletta cala un silenzio carico d’imbarazzo. Mia madre, nel vestito buono del matrimonio di mio cugino, mette su una faccia contrariata e sbuffa. ”Ma che splendida figlia che ha, Signora, e com’è ben educata!” esclama il Direttore Giorgio porgendomi la penna.
Con mia madre piantata a casa, Luca che va al lavoro e io che devo scegliere il parquet e andare a vedere la cucina nuova, mi sento stranamente come da un’altra parte. Le giornate scorrono in una sorta di grigiume nebbioso, in cui mi aggiro stanca, senza vedere bene. Sfoglio i cataloghi di arredamento che si ammucchiano sul tavolo della cucina, esprimendo ogni tanto qualche parere disinteressato. Mia madre allora mi risponde a numeri, che corrispondono o alle misure della casa nuova o a quanta parte di soldi del mutuo possiamo spendere in mobili. Mi annoio. Gli amici hanno tutti i loro impegni, i loro ritmi, non vedo più nessuno. Finisco per rispondere sgarbatamente a mia madre che mi assilla col legno di frassino per la cucina, le dico che non me ne frega nulla. “Un giorno capirai”, risponde lei offesa. Si ritira lungo il corridoio e so che non mi chiederà mai più un parere per arredare la mia nuova casa.
Inizio così a gironzolare per Roma, a vagare senza meta. Prima solo per qualche ora, poi uscendo la mattina e rientrando la sera. Scopro che come pensionata ho diritto allo sconto per andare al cinema e nei musei, e ho anche lo sconto per il treno regionale e per l’abbonamento ai mezzi di trasporto. Così un giorno salgo su un autobus a caso per vedere dove mi porta. In poco tempo invento quello che tra me e me chiamo ‘il gioco delle derive’. La mattina salgo su un autobus a caso dalla stazione dei bus vicino a casa, quando mi stufo o una strada o qualcosa mi incuriosisce scendo dall’autobus. E poi seguendo l’umore della giornata ne prendo un altro e un altro ancora: i numeri dei bus si susseguono mentre comincio a tracciare una mappa di Roma che non conoscevo, inoltrandomi fino alle periferie, in mezzo a quella che poco prima era aperta campagna e dove si scorgono di lontano i palazzoni appena costruiti nuovi di zecca. Non hanno fatto ancora le strade per arrivarci e quindi non sono abitati. Però un giorno curiosando tra i campanelli scopro un enorme studio dentistico che ha appena aperto. Tutto è bianco e nuovo, ci sono orchidee a ogni angolo, una segretaria e dei video sugli schermi della sala d’aspetto mostrano dentisti al lavoro. La sala d’aspetto però è vuota. Sono l’unica ma proprio l’unica a camminare sul ciglio della strada laggiù, mi sento una pioniera. Al pomeriggio comincio a tornare, a riprendere la strada verso casa, a volte con lo stesso autobus, il più delle volte no perché non mi piace ripercorrere la stessa strada dell’andata. Gli autisti sono gentili e cordiali, quando chiedo mi danno indicazioni e a volte mi dicono: ”Salta su ti porto io”, quasi mi stessero dando un passaggio. Mi piace stare in piedi accanto all’autista. Guardo il paesaggio dal finestrino davanti, il più grande, e mi prendo tutti i sobbalzi della strada, come fossi su una tavola da surf e cavalcassi le onde.
In uno di questi giri ho conosciuto Luisa. Una mattina a Santa Maria Maggiore l’autobus si blocca nel traffico, così scendo e mi allontano a piedi. C’è molto rumore ma nella confusione percepisco dei suoni non conformi, urla o forse gabbiani. Poi la vedo. È piantata sul marciapiede, tutta grigia, con un cappotto lungo che lascia scoperte solo le caviglie e i piedi, come un fagotto troppo grande. Accanto a lei un carrello della spesa pieno zeppo di vestiti. I pochi capelli grigi e unti le arrivano alle guance e coprono il volto. Il braccio è sollevato con rabbia verso la piazza e in cima spunta la mano come un pugno di rametti rinsecchiti e storti. E’ uno spaventapasseri, però da città. Inveisce contro i passanti, contro le auto. Quando le passo accanto devo distogliere lo sguardo, ha gli occhi larghi, da pazza. Però mentre la supero afferro qualche parola nel tumulto fonetico del suo discorso, qualcosa come: “Maledetta sia la gente che passa, va di corsa e non guarda dove va. Maledetta sia la gente che non sa quello che fa.” Con tono serio e gentile rispondo: “Mi trova pienamente d’accordo, Signora”. Tutt’a un tratto si ferma, smette di urlare. Il volto paonazzo che mi trovo davanti e che mi scruta con le labbra serrate è quello di una donna di ottant’anni ma forse sono settanta o meno, solo con le rughe scavate di chi vive per strada. Gli occhi chiari sono larghi e mi mettono ancora paura, però le pupille si rimpiccioliscono e, almeno così mi sembra, gli occhi riprendono contatto con la realtà. “Posso offrirle un tè?”, mi chiede con gentilezza. Così ci siamo conosciute, Luisa e io, e abbiamo cominciato a vederci tutti i giorni. Facciamo cruciverba e rebus in mezzo all’incrocio di Santa Maria Maggiore sorseggiando il tè su due sedioline da campeggio. Scopro che Luisa una volta era sposata e che ha vissuto quasi tutta la vita in manicomio. Me lo dice come una cosa normale, come qualcuno può dirmi ‘lavoro in biblioteca da trent’anni’. Guardo Luisa mentre rimette a posto il pentolino e il fornelletto, ora mi sembra la persona più docile del mondo. “E poi cosa hai fatto?” chiedo. Riprende a parlare con dolcezza. Era tornata a casa, dove abitava insieme al marito. ”Inadatta alla vita domestica” aveva fatto scrivere il marito quando l’aveva lasciata al manicomio. L’accompagno a lavare le tazze alla fontanella. Si era fermata davanti al suo palazzo e aveva intravisto il marito attraverso la finestra del salotto. Era invecchiato. “Per la prima volta in tanti anni ho pensato a quanto anche io ero invecchiata”, mi dice e arrossisce. Poi una donna e un ragazzo erano entrati nel portone. “Il ragazzo avrà avuto la tua età”, aggiunge Luisa. Una volta in casa la donna aveva baciato il marito sulla bocca, piano, in modo affettuoso. Si era fatto buio, avevano acceso la luce nel salone e si erano seduti a tavola. Luisa si blocca, fissa un punto nel vuoto. “E poi?” chiedo. Era rimasta sotto alla finestra fino a quando tutte le luci si erano spente. “Sei più tornata?”,”No”.
La prima sera a cena Luca e io facciamo conoscenza con i compagni di viaggio. L’età media si aggira intorno ai settant’anni. Mi trovo subito a mio agio. Faccio ridere tutti dicendo che sono pensionata e mi commuovo quando alzano i calici per un brindisi alla mia salute. Molti sono amici da tempo e hanno deciso di fare il viaggio in crociera insieme. Alla fine della serata le signore mi invitano l’indomani mattina al club dell’acqua gym. Quelle signore che vedevo come vecchiette rigide, un po’ acidule, sempre a giudicarmi per come sono vestita o a rimproverare la mia sfacciata giovinezza, si rivelano all’improvviso delle splendide creature. Nell’acqua si muovono con la stessa leggiadria dei cigni. Nuotano eseguendo i movimenti dell’istruttrice, in sincrono. La musica esalta il loro ballo, i movimenti agili delle braccia e delle gambe che ritmicamente escono e entrano nell’acqua, tutte insieme. Sono talmente incantata che lascio perdere la lezione e mi fermo sul bordo della piscina a osservarle. E poi ridiamo, scherziamo, sono molto più libere di tante persone che conosco. Così mi ritrovo ad andare tutte le mattine nella pancia della nave a fare l’acqua gym. La sala è alta e grande, a forma di ovale, e la musica si diffonde in tutto l’ambiente. Ai bordi della piscina ci sono i tavoli e le sdraio, in un angolo c’è il bar dove facciamo colazione sotto una palma finta. Anche Luca si diverte molto, a lui piace il piano bar la sera e i cocktail, la mattina preferisce dormire. A quanto pare c’è un sacco di gente importante sulla nave, Luca dice che potrebbe fare dei buoni contatti per la sua carriera. Scherziamo che Luca è il mio mantenuto, o il mio gigolò, come preferisce lui.
L’ultimo giorno sulla nave Concordia è speciale, si fa una grande festa. Esco a comprare un abito nuovo per Luca, in una delle tante boutique sottocoperta. Alla fine scelgo un abito vistoso, il tessuto è un po’ lucido e sembra quasi da gangster, manca solo la pistola. Nel salone la sera si suona il liscio e io, grazie a un paio di lezioni delle mie nuove amiche, mi so muovere bene. Volteggio felice da un vecchietto all’altro e le mie compagne fanno altrettanto. Beviamo champagne, ridiamo. Quando arriva Luca mi avvicino e con occhi seducenti lo invito a ballare, l’orchestra sta suonando un tango. Lui mi fa un casquè divertito. Poi prendiamo un cocktail e andiamo a passeggiare sul ponte, a guardare il mare. Il cielo è limpido e puntellato di stelle. ”Ora me lo puoi dire” dice Luca cingendomi la vita e stringendomi a sé. ”Dirti cosa?”, rispondo. Rido, perdo l’equilibrio e lo abbraccio. Poi mi srotolo dall’abbraccio e in uno slancio mi avvicino alla prua. Lui, sempre tenendomi la mano, inciampa avanzando dietro di me. Da fuori deve sembrare una specie di ballo un po’ sbilenco. “È tutto così difficile…”, dice Luca. A me viene da ridere, sono ubriaca. “Il lavoro…” dice, sorrido pensando all’assegno da pensionata che arriva ogni mese. “La casa…” continua e io scoppio a ridere. La casa è finita e mia madre ha annunciato che si dedicherà ai preparativi per il matrimonio. “Però davvero Chiara ora me lo puoi dire”, insiste Luca e non sembra nemmeno ubriaco. “Dirti cosa?”, mi lascio cadere su una sedia a sdraio. Luca si appoggia alla ringhiera davanti a me, sembra proprio un gangster degli anni cinquanta. Mi guarda dritto negli occhi: «Chi ti sei scopata?».
Nel salottino della nuova casa le due sedioline da campeggio di Luisa stanno benissimo. Prendiamo sempre il tè sedute lì. Un giorno l’ho invitata per un tè e a fare i cruciverba. E poi l’ho invitata a stare da me, dividiamo la casa e l’assegno di pensione. La settimana prossima verranno anche tutti gli amici della crociera a cena e non vedo l’ora di fare le presentazioni. A volte con Luisa ridiamo. Immaginiamo gli scenari più strani pensando al giorno in cui ci scopriranno e dovremo ridare indietro i soldi e la casa. Forse ci ritroveremo insieme in mezzo a una strada, forse addirittura in prigione! Però ora con Luisa che usa l’assegno per andare a fare la spesa e per il parrucchiere, mi sento meno in colpa quando lo ritiro. Ogni volta spiego da capo tutta la storia all’impiegata o all’impiegato dell’ufficio postale, ce ne sono tanti a Roma e ogni mese vado in uno diverso. Ascoltano tutto fino alla fine e sono gentili. Così pure gli impiegati degli altri uffici a cui mi sono rivolta. Discutiamo un po’, c’è sempre qualcosa di poco chiaro. Alcuni studiano le carte e si mettono a cercare qualche modulo che faccia al caso mio, oppure telefonano al responsabile. Alla fine però aggiungono che loro non possono farci nulla, che è così.

***

Chiara Pazzaglia ha studiato legge e si è diplomata in recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Vive a Berlino dove lavora come attrice e traduttrice letteraria, collabora tra altri con la rivista ‘Internazionale’ e cura il blog ‘Bimbi Curiosi’ su medium.com/@ch.pazzaglia. La giovane pensionata fa parte di una raccolta inedita di dieci racconti dal titolo Pari e dispari. (ch.pazzaglia@gmail.com)

L`illustrazione de La giovane pensionata è di Nina Kaun

Commenti
3 Commenti a “La giovane pensionata (Un racconto di Chiara Pazzaglia)”
  1. CHIARA scrive:

    un bel racconto!

  2. Pazz scrive:

    Grazie! Ch.

  3. Francesca scrive:

    Letto tutto d’un fiato, a cercare una fine che rimane meravigliosamente aperta. Originale, interessante e, a suo modo, profondo. Brava!

Aggiungi un commento