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La grammatica della corsa: intervista a Fausto Vitaliano

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di Federico Vergari

La grammatica della corsa è il nuovo romanzo di Fausto Vitaliano – tra i più noti sceneggiatori di fumetti Disney, ma anche scrittore, traduttore e autore teatrale. Il libro è edito da Laurana e parte da un tema universale – la ricerca del padre – per arrivare ad affrontare numerosi altri temi di grande attualità. Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda e lui ci ha risposto spaziando tra suggestioni visive di George Grosz e citazioni dell’indimenticato e sempre prezioso Alessandro Leogrande. Un momento per parlare del suo libro che però dice anche tanto altro. Su di noi, sul nostro Paese, su quello che siamo e che potremmo diventare.

In molte pagine del libro ho rivisto un affresco, anzi una foto, del Paese. Quanta Italia c’è ne La grammatica della corsa?

C’è l’Italia che mi pare di vedere dalla mia finestra, che è un punto di vista indubbiamente privilegiato. Da qui scorgo un Paese impaurito e immobile, oltre che invecchiato. Una comunità che non si fida del futuro, ma che ha anche dimenticato il proprio passato. Insomma, un Paese che ha smesso di imparare. O, per meglio dire, che vuole fare a meno di imparare. Non tutto il passato è buono, intendiamoci, non tutte le esperienze sono da conservare nella memoria. In passato abbiamo creduto a ciarlatani e fanfaroni, dato credito a chi non lo meritava. Ma ora ho l’impressione che stiamo perfezionando l’abbaglio, sostituendo gli errori passati con errori nuovi di zecca, e facendo passare per vittime quelli che furono complici di un disastro. I quattro personaggi principali del mio romanzo sono figli di un notabile democristiano, un comunista, uno strozzino e un nobile. Ecco, mettendoli insieme salterebbe fuori un discreto dipinto dell’Italia. Almeno come lo potrebbe realizzare Grosz.

Il tempo possiamo dire che sia uno dei protagonisti. Il tempo che passa e che cambia. Cambia le amicizie, le vite, cambia le abitudini e cambia la parte più anonima ma al tempo stesso vera del Paese: le province. Il tuo può essere definito (anche) un romanzo sul tempo che passa?

Sì, sul tempo che passa e che altera cose e persone, punti di vista e prospettive, a volte evolvendo altre volte peggiorando il quadro. Nella comunità immaginaria descritta nel libro, Pressi del Lago, il tempo è come se si fosse fermato per decenni. Finché arriva la crisi economica che costringe a muoversi, devastando le certezze di ieri,senza sostituirla con un nuovo progetto. I capannoni che hanno regalato lavoro e benessere stanno chiudendo uno dopo l’altro, la disoccupazione aumenta, la povertà incombe e la paura si avvicina. Un giacimento di gas sembra potere risolvere la situazione, ma anche quella potrebbe essere un’illusione. Quella comunità può scegliere come trasformarsi, ma in mancanza di progetto e guida la mutazione potrebbe essere brutale e devastante. Pressi del Lago è indubbiamente una provincia. Una provincia ricca, ma pur sempre lontana dalle logiche della città. Le moderne città si dotano di grattacieli vetro-cemento e le periferie si allargano e si disperdono. Ma, come raccontava Alessandro Leogrande, se vogliamo capire come il tempo sta evolvendo i paesaggi umani, dobbiamo guardare le periferie.

Un tempo che però non è una prerogativa del Martti podista. Per lui correre significa pensare al presente. Correre per lui è qui e ora senza pensare al passo precedente e nemmeno a quello successivo.

È vero. Quello di Martti sembra essere un movimento immobile. La sua grammatica prevede che tra i tre passi fondamentali della corsa – il passo appena dato, il passo che sarà e il passo della spinta – lui si concentri solo su quest’ultimo, il passo del presente, del qui e ora. Ma, così facendo, lui si nega due fasi fondamentali della propria vicenda: l’elaborazione del passato e la programmazione del futuro. È, forse, ciò che sta capitando in questo zeitgeist, e non solo in Italia.Una dolorosa mancanza di volontà di fare i conti con quello che siamo stati e una ottusa incapacità di affrontare il futuro. Questo ragionamento si potrebbe applicare sia ai giovanotti che espongono striscioni inneggianti al “camerata Mussolini” al quale riservano saluti e onori, sia al tema del cambiamento climatico, che suscita nuovi e assurdi negazionismi.

Correre senza tempo è qualcosa di possibile? Ed è questa la grammatica della corsa?

Nel mio romanzo Martti prepara tabelle su tabelle nelle quali indica per quanto tempo camminare e per quanto correre, quante ripetizioni compiere, quanta strada percorrere, quanto tempo impiegare. Correre, secondo me, ha senso solo se viene definito un obiettivo. Correre per correre può essere divertente, certo, perfino rilassante, ma senza un traguardo da raggiungere rischia di diventare un esercizio sterile. Sia in ambito sportivo sia in senso metaforico.

Il libro si muove su tre differenti e classici piani narrativi. C’è la ricerca (di un padre), la morte (di una donna) e la riscoperta e il ricordo, ma è tutt’altro che un classico. C’è molta contemporaneità nel libro e il finale è talmente spiazzante e assurdo che fa quasi esclamare “beh in fondo potrebbe succedere davvero”.

Il finale del romanzo – un capitolo intitolato “La mattanza” – ha suscitato alcune discussioni in fase di lettura e di editing. È un capitolo effettivamente spiazzante e, lo ammetto, disturbante. Tuttavia, è il finale più logico dell’intera vicenda. Senza quelle pagine sentivo che la narrazione non fosse correttamente chiusa. Martti si domanda se suo padre si sia davvero suicidato ese una ragazza trovata morta è stata uccisa, a onta della versione ufficiale dei fatti. Intanto, i vecchi amici si sono trasformati in copie, se possibile, peggiori dei rispettivi padri. Tutte questestoryline (come si dice oggi) troveranno una loro conclusione, ma sentivo la necessità di capire che cosa sarebbe successo a quella comunità, a quel paesino incastrato tra montagne e lago, un po’ Trentino, un po’ Veneto e un po’ Lombardia. Come se la sarebbero cavata? Fino a che punto sarebbero stati disposti ad arrivare? Nasce così “La mattanza” e le domande che porta con sé: Potrebbe succedere davvero? Forse sta già succedendo?

Ci racconti la grammatica de La grammatica della corsa?Quanto hai studiato per scriverlo Cosa hai letto/visto/ascoltato? Da cosa ti sei lasciato ispirare?

Mi sono anzitutto fatto una “cultura” sui giacimenti di gas di scisto e sulla sua estrazione. Le tecniche, i rischi annessi. Ho poi chiesto informazioni a persone del settore su un argomento di cui poco sapevo, ossia le metodologie di indagine criminale. Che cosa fa un GIP, quali sono gli ambiti investigativi in cui si muovono i carabinieri. Ho quindi compiuto ricerche sulle droghe sintetiche, imparando la differenza tra 5-HTP eC+. Ho capito che cosa sono e che effetto fanno efedrina, ketamina, fenciclidina, parametossianfetamina e metilenediossipirovalerone. Ho imparato i nomi delle “paste” – Cavalli, Delfini, Snoopy, Volkswagen, Melaconmorso, Yingyang, Special K,Panterarosa.

Mi sono inoltre imbattuto in un documentario sulla scena Gabber della Rotterdam della metà degli anni Novanta che mi ha ispirato il capitolo del rave.

Ho infine riletto “Il signore delle mosche”, di William Golding, e “Il giorno della locusta”, di Nathanael West, che mi ha terrorizzato come la prima volta che l’avevo letto.

Da un punto di vista di metodo, esiste (hai) una grammatica della scrittura?

Scrivo ogni giorno, in gran parte per lavoro (fumetti e cartoni animati), ma anche per nuovi progetti che, nella stragrande maggioranza dei casi, non vedranno mai la luce. Non ricordo se fosse Cechov o Dostoevskij a raccomandare ai propri allievi di scrivere ogni giorno qualcosa che non avesse un inizio né una fine. Mi pare un ottimo suggerimento di lavoro. Ritengo tuttavia che la grammatica della scrittura non possa prescindere dalla pratica della lettura. Pier Vittorio Tondelli sosteneva che prima di scrivere una pagina e mezza occorre avere letto millecinquecento libri. Forse le proporzioni si possono discutere, ma non il senso.

Credi che scrivere sia una pratica allenabile Come la corsa, del resto… e se sì la scrittura deve pensare solo al presente o anche al futuro (e al passato?)

Risponderei dicendo che la scrittura del futuro deve necessariamente contenere il presente e attingere al passato, ma non vorrei dire una banalità. Quanto alla prima parte della domanda, non sono tra quelli che sostengono che per scrivere occorre solo il talento e che l’acquisizione della tecnica narrativa sia superflua. Ma non credo nemmeno che la tecnica possa del tutto sostituirsi all’attitudine narrativa che, mi sbaglierò, ma ritengo innata. Un buon allenamento (e, aggiungo, l’allenatore giusto) può arrivare a costruire un campione. Forse non un fuoriclasse, ma certamente un ottimo giocatore. Federer si nasce, insomma, ma Ferrer (un tennista che ammiro moltissimo perché è stato capace di supplire con l’incessante lavoro e lo sfibrante allenamento a una evidente mancanza di doti naturali) si può diventare. Riuscire a vincere Wimbledon sarà difficile, ma ai quarti di un US Open ci si può arrivare. Personalmente, sentendomi ovviamente più Ferrer che Federer, mi accontenterei, eccome.

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