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La gratitudine del rifugiato

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di Giorgia Sallusti

Guardando la vecchia foto del passaporto scaduto, Dina Nayeri ci ricambia con un volto senza sorriso, sbalordito, incorniciato da uno stretto hijab grigio. Non sembra il volto di una bambina – era il 1988 – in procinto di fuggire dall’Iran. Tre anni prima la famiglia Nayeri aveva passato diversi mesi a Londra, il gran debutto di Dina nel sistema scolastico e nel tour migratorio. Dina parlava solo il farsi, e nei primi giorni gli altri bambini la accoglievano cercando di insegnarle parole d’inglese, usando disegni e giocattoli.

In poco tempo però l’atmosfera attorno a lei è cambiata; anni dopo, la scrittrice Nayeri ne trarrà la conclusione che quella breve parentesi doveva essere stata il tempo che impiegavano i compagni di scuola a dire ai loro genitori della nuova bambina iraniana. Ancora qualche giorno e, Dina viene aggredita nel cortile della scuola e presa a pugni; dopodiché, le viene chiusa una mano nella porta che le taglia una falange del mignolo: il dito verrà riattaccato, e Dina non tornerà in quella scuola. Quello che ricorda del periodo londinese è il chiacchiericcio in chiesa della madre e della nonna sulla gratitudine, in fin dei conti Gesù ha salvato le sue dita fortunate, e come le dirà la nonna: «non è stata una buona cosa?»

Qualche settimana dopo la famiglia Nayeri tornerà a Esfahan, in Iran, da convertita. «Sotto la Repubblica islamica, cristiani illegali di una chiesa clandestina. Sopportammo tre anni da incubo prima di poter scappare», anni da marrani al contrario, fatti di arresti e minacce, di ripetute scuse e accuse sulla fede e la vocazione. Dina, sua madre e suo fratello lasciano definitivamente l’Iran attraverso una via dolorosa costellata di stazioni in campi profughi e centri di accoglienza; questa storia, mediata dalla scrittura, è l’ossatura del memoir L’ingrata (traduzione di Flavio Santi, Feltrinelli).

Questo scheletro è la vita di Dina, avvinghiata alle carni delle storie degli altri migranti ascoltate nei campi, attingendo alla memoria muscolare dei ricordi. Per vivificare e riaccendere il dolore a lungo sopito, Nayeri ha manipolatola friabile lingua dei rifugiati, la storia della loro fuga. La parola che li definiva, negli anni Ottanta, era illegal e non l’odierno undocumented: rendere asettico il linguaggio ha i suoi rischi, non ultimo quello del distacco politico e umano dagli eventi. In un campo profughi le storie sono tutto, e tutti ne hanno una, figlia di un incubo che incombe alle spalle e di un futuro azzerato di fronte. Il tempo per raccontarle c’è: nessuno può lavorare o andarsene, tutti sono stranieri e aspettano uno spiraglio per essere inseriti nel nuovo mondo e tornare a una dimensione umana. Ma cos’è una fuga? «Chi è un vero profugo? Mi fa ridere questa idea che il “profugo” sia una categoria sacra, una persona santificata dalla sua fuga dall’inferno! Dunque, non può ammettere un briciolo di felicità lasciata alle spalle, se no rischia di ridiventare un semplice migrante!».

La questione centrale nel racconto di Nayeri è dunque l’identità del migrante: la persona in fuga infatti cerca accoglienza nei paesi privilegiati ai quali deve in cambio una giusta quantità di gratitudine che gli consentirà di non essere etichettato come opportunista, una «bugia confezionata dai privilegiati con cui bollare gli stranieri che soffrono e aspirano soltanto a una vita decente». La fuga segna il primo passo della vita di un migrante: nel momento in cui passa il confine gli viene assegnata la prima categoria, profugo o non nativo. Scappare dal proprio paese significa quindi non solo distaccarsi dall’esperienza vissuta fino a quel momento, ma è anche l’atto simbolico dell’uccisione di un vecchio io, «La fuga crea un essere camaleontico, in perpetuo stato di allerta e di camuffamento».

Kaweh arriva in Inghilterra il 24 novembre 2004. È ricercato dai servizi segreti iraniani perché è affiliato al Partito democratico curdo, e dopo essere fuggito senza documenti e senza cibo all’interno di un container per merci, si sente sconfortato, ma poi pensa: «Ho talento». Possono chiamarlo come vogliono –opportunismo, ambizione, rivalsa – ma Kaweh combinerà qualcosa di buono, andrà all’università, aiuterà altre persone. Quando sbarca a Dover, cerca aiuto dai passanti, un telefono. Qualcuno chiama la polizia, e Kaweh usa il suo inglese stentato per dire «I am refugee». Verrà arrestato.

Per secoli il mondo civilizzato ha rispettato il diritto d’asilo. Quando però i popoli liberi interiorizzano che c’è l’obbligo di accogliere chi non è al sicuro nel proprio paese, lo accettano controvoglia. «Il mondo civilizzato è gentile, ha la Convenzione di Ginevra, un tribunale per i diritti umani», eppure i profughi passano il resto della loro vita a lottare per essere creduti, per adattare la loro vita alle strette maglie della trasparenza richiesta dalla burocrazia. Ma quando metti i tuoi figli su un barcone, mostri la tua verità: «La vergogna, il trauma, la paura possono ammutolirti, ma quell’azione parla per te». Se vieni accettato, allora puoi essere grato. La gratitudine diventa uno schema, se non viene mostrata abbastanza di frequente c’è il rischio di perdere tutto, questa libertà occidentale, la promessa delle scuole e dei libri senza censura, torta di mele e coca cola. Alla fine, il profugo, come Dina, viene assimilato. Non è più un estraneo che viene da terre oscure devastate dalla guerra, diventa familiare sul lavoro, a scuola, in chiesa.

Questa è la chiave per essere abbracciata dalla città americana dove i Nayeri vivono, una comunità che si prende apertamente il merito per il fatto che sono ancora vivi, ma che non vuole sapere nulla del loro passato. Non vuole conoscere l’Iran, le tasche piene di amarene di Baba, il nonno e i racconti di fantasmi, l’hammam di Esfahan e i suoi giardini, e dover ammettere che fosse bello, divertente, energico e romantico come l’Oklahoma, il Montana o New York.Maman ha rinunciato all’identità precedente, indossando la croce con lo stesso spirito con cui l’aveva fatto nell’Iran islamico. Ha sfornato torte americane e ha sostituito l’acqua di rose dei suoi dolci con la vaniglia. La scrittrice ha fatto molto peggio: ha perso l’accento, i suoi hobby e i ricordi. Ha dimenticato le sue canzoni d’infanzia.

Nel 1994, a quindici anni, Dina Nayeri diventa cittadina americana: stavolta è sollevata, felice e sinceramente grata. Con la sua famiglia partecipa a una cerimoniasul campo di football di un campus universitario locale. È il 4 luglio e dozzine di altri nuovi cittadini avrebbero prestato giuramento con i Nayeri:«non capivo dove vivesse tutta quella gente scura e gialla in Oklahoma. Oh, sì, c’era una manciata di neri, qualche ebreo qua e là. Ma tutti quegli indiani? E quei cingalesi, quei pakistani, quei cinesi, quei bengalesi, quegli iraniani, quegli afgani? Dove si erano nascosti in tutti quegli anni?».

Passano gli anni e l’iraniana di un tempo si è trasformata in una figlia dello Zio Sam, è cresciuta, e si è circondata di amici progressisti. I cattivi sentimenti sono scomparsi. Ha iniziato a amare il mondo occidentale e apensarsi come una parte necessaria di un tutto. Si è spostata con facilità, mostrando con sicurezza il passaporto americano, sorridendo brillantemente quando qualcuno faceva domande sul luogo di nascita. Non importa più: non è più una richiedente asilo.

L’ingrata non è soltanto la storia di una famiglia, ma è anche un modo per raccontare le voci della migrazione; la semplicità di viaggiare raggiunta con il nuovo passaporto ha consentito all’autrice di ripercorrere all’indietro la propria storia, passando per i centri accoglienza di tutta Europa. A Amsterdam conosce una famiglia di rifugiati iraniani che non ha avuto la sua stessa fortuna con la richiesta d’asilo: un uomo della sua comunità si è dato fuoco a piazza Dam nel 2011.Viveva lì da un decennio, seguendo le loro regole, compilando i loro documenti, imparando la loro cultura, la sua testa sempre giù. Ha fatto tutto ciò che gli è stato chiesto e, alla fine, è stato spinto al limite fino a cancellare il suo stesso viso, la sua pelle.Ricordando Kambiz Roustayi, un uomo che voleva solo un visto, la sua famiglia con sé e il suo angolo di mondo, Dina Nayeri ci mostra come le nostre società non abbiano contezza davvero cosa sia la gratitudine. A volte tutto ciò che resta di valore nella vita di un esiliato è proprio la sua identità.

Con l’ascesa del nazionalismo in Europa e in America, Nayeri è testimone di un preoccupante cambiamento nel modo in cui le persone sostengono i rifugiati: perfino a sinistra si parla di come gli immigrati rendano grande l’America. Indicano le fotografie di felici rifugiati trasformati in buoni cittadini, elencando i loro contributi, come se quello fosse il prezzo che debbono pagare per esistere nello stesso paese, sulla stessa terra. Persino i suoi amici la usano spesso come esempio: «Guarda Dina. Ha vissuto come rifugiata e guarda quante cose ha fatto». Come se puntare sui rifugiati sia un investimento. Ma glorificare i rifugiati che prosperano secondo gli standard occidentali non è solo un altro modo per sostenere questa stessa politica di gratitudine? È quindi accondiscendere all’idea aurea di come dovrebbe essere un rifugiato, invece di offrire a ogni persona, indipendentemente dal posto da cui proviene, le stesse opzioni che sono concesse al cittadino nativo. Se si dovesse indicare il modello narrativo di profugo che viene analizzato nelle pagine del memoir, questo non sarebbe quello del Buon Emigrato, ma l’esule che dopo aver affrontato molte sfide non teme più nulla. «Il Buon Emigrato diventerebbe perciò il Capace Emigrato»; questa è quella che l’autrice definisce la sua «fede migratoria».

Dina Nayeri tiene corsi di letteratura americana in scuola internazionale privata a Londra. I suoi programmi vengono contestati: storie di migrazione, di contaminazione culturale, storie di povertà. Più di un genitore ha dichiarato che Bharati Mukherjee e James Baldwin non sono importanti quando questi allievi devono ancora leggere scrittori classicicome Harper Lee, «perché come avrebbero potuto sviluppare il loro gusto letterario se non si fossero prima immersi nel punto di vista dell’incredibilmente santa famiglia bianca?».Anche tra gli studenti più empatici, Nayeri trova granelli di questo stesso tipo di aspettativa: il rifugiato deve fare bene. Se, in una dellestorie, un immigrato si uccide (come per esempio in Il profugo tedesco di Bernard Malamud, traduzione di Ida Omboni), dicono che ha sprecato la sua opportunità, che un altro sfollato avrebbe dato qualsiasi cosa pur di essere al suo posto. Hanno ragione, ma ciò significa che il rifugiato di Malamud non ha diritto alle sue tragedie private? Non ha il diritto di bramare la morte, prima deve ripagare il suo debito con i suoi ospiti.

Nel 2015 la scrittrice si trasferisce in Inghilterra, ritornando sul luogo del misfatto dopo l’incidente del mignolo mozzato. Diventa madre di una bambina «che sembra già iraniana» e che appena nata si ritrova un mondo che in rapida successione offre prima la Brexit e poi l’elezione di Trump. Nayeri ricorda sul Guardian cheil giorno dopo il referendum ogni ex immigrato ha avvertito i brividi che si facevano largo sulla schiena, tutti ricordavano i primi giorni in Inghilterra, in America o in Olanda. Hanno iniziato a condividere le loro storie: anche i suoi ex compagni di classe, quelli che la presero a pugni, sono adulti adesso emolto probabilmentehanno vissuto vite simili ai loro genitori, «quelli che hanno insegnato loro a odiarmi nel 1985. Molto probabilmente credono nelle stesse cose. L’Inghilterra non ci vuole, ho pensato. Non vuole mia figlia. Non mi vuole».

L’esperienza tracciata nell’Ingrata ricalca questa prospettiva occidentale: il rifugiato deve essere meno capace del nativo, più bisognoso, deve stare al suo posto. Se sfugge al controllo, conferma la sua identità diabolica, conferma che è stato un errore averlo accolto. Anche la storia dell’autrice purtroppo è lì a rinfacciarcelo, come testimonianza commovente di profuga che ce l’ha fatta: «Non sei abbastanza fino a quando non sei troppo».

Commenti
Un commento a “La gratitudine del rifugiato”
  1. Francisco Soriano scrive:

    Complimenti. Ho vissuto in Iran per dodici anni. Conosco bene questa realtà. Uno splendido articolo. Francisco

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