1navarro

“La lavoratrice” di Elvira Navarro, una nuova voce nella narrativa spagnola

1navarro

“Avremmo anche potuto congedarci come due persone felici di aver soddisfatto il proprio desiderio, dato che la linea di partenza della speranza si trovava in regioni non dolorose.”

Precarietà, questa parola, uno dei termini centrali per identificare in poche sillabe i nostri giorni. Lavoriamo in condizioni di perenne precariato, viviamo in case dall’arredo provvisorio, le nostre situazioni sentimentali sono ben lontane dall’avere una qualche somiglianza con la stabilità. Siamo in contatto costante con il mondo eppure siamo soli. I nostri amici o sono lontani o non riusciamo a vederli. Nuotiamo, respiriamo a fatica in una sorta di mare di latta, una specie di miraggio bianchissimo che ricorda da molto vicino la bottiglia d’orzata in un cui galleggiava Milano di cui cantava De André.

Il punto è che non c’è più alcuna fuga in tram da tentare. Il presente è quattro mura prese in affitto in quartieri troppo lontani dal centro,  è due di queste mura che subaffittiamo perché non arriviamo a fine mese, rinunciando ad altro spazio, altra aria. Barattiamo due verdure in più da mettere nel piatto con l’ultimo pezzo di vita privata che avevamo. A quel punto la nostra precarietà si specchia in quella del nostro coinquilino; la paura più grossa si materializza, quando guardando uno di cui sappiamo poco o nulla, riconosciamo il nostro stesso perpetuo irrisolvibile disagio. Queste sono le premesse da cui muove La lavoratrice (Liberaria 2019, traduzione di Sara Papini) di Elvira Navarro, una delle più interessanti e brave nella generazione dei nuovi scrittori spagnoli.

“Per darmi un’idea della sua abilità mi domandava se non mi ero mai accorta che le parole avevano un colore. La speranza, diceva, era blu. Un’auto che precipitava da un ponte era bianca, e se sotto il ponte c’era acqua, era del colore delle inondazioni dell’antica Indocina. Con l’odore era uguale: ogni cosa emanava un aroma sottile che non si trovava fuori, ma nel nostro cervello.”

Il romanzo comincia con un racconto, anzi comincia con un’intervista che poi diventerà un racconto, anzi comincia con una conversazione tra la narratrice e la sua coinquilina; il romanzo comincia con un brano che forse finirà in un romanzo che la narratrice scriverà. Questo racconto riunisce quello che Susana mi raccontò sulla sua pazzia.

Navarro è di sicuro una scrittrice sperimentale, non ha paura della poco linearità della narrazione, ci introduce alla storia con un frammento, lo leggiamo, entriamo dentro il ritmo che la romanziera spagnola ci impone e cominciamo a immaginare, eppure da subito ci vengono forniti gli elementi essenziali sui quali si basa il romanzo vero e proprio: il lavoro precario, la difficoltà a relazionarsi con gli altri, i disturbi mentali, la depressione, la credibilità di un estraneo, la fiducia che dobbiamo concedere a chi non conosciamo, la fiducia che dobbiamo meritare.

Due donne Elisa e Susana. Elisa fa editing, corregge bozze per un grande gruppo editoriale, viene pagata male e in ritardo. Affitta una stanza del suo già piccolo appartamento a Susana. Elisa si è spostata in una zona periferica, fuori dal centro dove viveva prima, quando aveva un contratto di lavoro regolare; ha già fatto una rinuncia. Dare in affitto una stanza è la seconda rinuncia. Susana ha un passato oscuro, o forse no, forse se lo inventa soltanto, di certo non è una troppo regolare. Elisa è incuriosita da Susana, ma è incazzata per le difficoltà cui la vita la sottopone. Susana non è altro che una conseguenza di quelle difficoltà. Entrambe sono depresse, Susana pare esserlo da sempre, Elisa lo diventerà, il resto della trama preferisco non svelarlo qui. Primo perché la trama canonica conta molto poco per Navarro, per la scrittrice spagnola conta molto di più il punto di vista, lo sguardo, la maniera di presentare al lettore le cose.

“D’altra parte, erano anni che gli edifici più antichi del centro avevano le travi di legno rovinate dalle termiti, e siccome la riparazione di tutta la struttura era difficile e costosa, si moltiplicavano le colonne di metallo, per cui sembrava che gli immobili si stessero ricostruendo all’interno di una vecchia fotografia.”

Quel che accade tra le due è la vita vera o forse soltanto ciò entrambe deducono della vita dell’altra, si presenta molto sottile la linea di  confine tra ciò che definiamo normale e ciò che non lo è. Elvira Navarro sposta quella linea avanti e indietro e ci racconta due vite reali come se fossero immaginate, prima da lei e poi dalle due protagoniste; l’attimo dopo ci dimostra il contrario: due vite immaginate sono quanto di più vicino possa esserci al reale. Navarro dice non credete a me, non credete alle protagoniste, ma credete a questa storia, alla mia grammatica, alla mia sintassi. Credete a ciò che siete in grado di vedere dentro La lavoratrice.

“Continuavo a interrogare inavvertitamente il paesaggio, proprio come il paesaggio si era manifestato in un modo che non era possibile misurare dal balcone. Da lì tutto entrava nel palmo della mia mano, stesa verso un’aria illusoria.”

Nel romanzo c’è un’altra protagonista, è Madrid. Una Madrid diversa, come non l’abbiamo mai vista. Una città notturna, affascinante, misteriosa. Una città distante da la Gran via e da Plaza de España. Una città fatta di panorami privi di bellezza canonica ma colmi di fascino, quelli che guarda Elisa fumando le sue sigarette a tarda sera. Una città che spunta da vie poco note, scoperta, passo dopo passo, nelle camminate notturne e solitarie che Elisa fa. Madrid dai colori e dai contorni più sfumati, desolata ma ricca. Madrid che spaventa, che compare e scompare, che va e viene come la speranza o come un attacco di panico.

La lavoratrice è un libro del nostro tempo, figlio e compagno delle nostre sventure quotidiane, ma è anche capace di guardare all’immaginario. Un’altra piccola perla pubblicata da Liberaria, nella collana PhileasFogg diretta da Alessandro Raveggi, collana che in autunno sparerà un altro colpo non da poco, il ritorno di Rodrigo Fresán con La parte inventata (che sarà tradotto da Giulia Zavagna).

Nelle pagine di Navarro scorre qualcosa di inafferrabile e magico, qualcosa che ci appartiene e che ogni tanto dimentichiamo e allora ci spaventiamo. Ci sono le nostre paure e il modo imbranato in cui tentiamo di superarle e poi c’è la nostra solitudine, l’altro grande tema di questi anni. Elisa e Susana sono due ragazze sole, ci piacciono e ci convincono, ogni tanto, magari di sfuggita, ci somigliano.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
2 Commenti a ““La lavoratrice” di Elvira Navarro, una nuova voce nella narrativa spagnola”
  1. Fabrizio scrive:

    Elvira Navarro in effetti è una nuova voce da tenere sott’occhio

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento