1ld

“La leggenda dei giocolieri di lacrime”: reale e fantastico nel romanzo di László Darvasi

1ld

di Angelo Murtas

I magiari fecero la loro comparsa nella storia occidentale nel corso dell’Alto Medioevo. Furono tra i protagonisti dei feroci saccheggi che all’epoca misero in ginocchio l’Europa: i monasteri abbandonati nel Nord Italia e in Germania testimoniavano la paura che quelle popolazioni provenienti dalle steppe dell’Asia centrale generavano nelle loro continue scorrerie. Prediligevano i piccoli villaggi di campagna alle città e il loro nemico più grande era la terra sotto i piedi: una terra arida che rendeva complicati gli spostamenti con i carri colmi della merce saccheggiata e non dava da mangiare ai cavalli lungo la strada.

Qualche secolo dopo, “addomesticati”, come ce li ha consegnati la storiografia occidentale, si convertirono al cristianesimo e da nomadi diventarono sedentari. Occuparono quella regione tagliata dalle acque del Danubio, pressappoco l’odierna Ungheria, che per un certo periodo ha rappresentato l’anticamera dell’inferno. Nel XVI secolo l’inferno, anche solo per consolidate suggestioni, era da scovare nei luoghi soggiogati dell’allora in ascesa Impero dei turchi ottomani. Questi ultimi, specialmente per via della loro temibile fanteria – il corpo speciale dei giannizzeri –, erano spesso indicati dalle cronache del tempo come uomini spietati: lanciavano i bambini in aria e li raccoglievano sulla punta dei coltelli, cose così.

Il terrore turco si manifestò ai magiari con la battaglia di Mohács del 1526, la quale anticipò di quindici anni l’assedio da parte delle truppe di Solimano della città di Buda, nel 1541. Da lì, e per circa un secolo e mezzo, l’Ungheria diventò il principale terreno di scontro tra l’Impero asburgico e quello ottomano. Le continue guerre, alle quali si sommavano quelle tra cattolici e protestanti nelle zone più a nord, e ancora i soprusi dei briganti e le carestie, trasformarono quell’area in una landa numinosa e tetra, le cui campagne mostravano gli effetti dei conflitti nei villaggi devastati dalle fiamme, mentre nelle città si consumavano spietate esecuzioni pubbliche.

A questi centocinquanta anni di dominazione turca László Darvasi, ungherese, ha dedicato il lungo romanzo (656 pagine) La leggenda dei giocolieri di lacrime, pubblicato dal Saggiatore (nella traduzione di Dóra Várnai); un’opera che manipola abilmente il reale col fantastico, l’orrore con la magia.

I giocolieri dei quali è narrata la leggenda sono cinque anime senza tempo: strane figure in giro per strade miserabili, viaggiano a bordo di un carro sgangherato come fa il sangue nelle vene di un corpo che muore. Diventati saltimbanchi poiché, cito, «saltimbanco diviene chi anche nel sonno vede con chiarezza la metà del mondo, mentre sogna l’altra metà», dai loro occhi sgorgano lacrime di ghiaccio, miele, sassi, schegge di vetro; portano speranza per le vittime e maledizioni per i carnefici, ovunque passano incontrano morte e sopraffazione. Sono i testimoni di un mondo attraversato dal male dell’uomo sull’uomo e lo spingono come in una parallela dimensione onirica e soprannaturale. Il racconto segue l’incanto del loro peregrinare: «Raccontare non causa dolore. Sentiamo per converso il miele amaro della malinconia umana spandersi sulla nostra lingua mentre le parole vi sbocciano».

Il loro viaggio incrocia donne e uomini ai quali la storia chiede gesti folli e ciononostante concede vite infelici. Come per esempio Irina Diótörő, saltimbanco anche lei, che porta con sé il dono di spezzare ogni cosa con la sua vulva, mentre intanto i suoi genitori sono morti e il villaggio nel quale è cresciuta è stato devastato. O Farkas Jancsó che diventa nano dopo essere caduto dall’albero più alto di tutti, l’albero del mondo, che secondo la tradizione indoeuropea collegava la terra al cielo. O ancora Ignac Arnot, un artigiano da sempre incline alla malinconia, il quale seguendo il consiglio dei giocolieri e sull’esempio del Golem ebraico dà forma a un mostro di legno per offrire al male un posto attraente dove trasferirsi: solo così lui e sua moglie possono sperare di avere quel figlio atteso invano. Sono ebrei, turchi, magiari, serbi: su ognuno di loro, in egual misura, si abbatte la sciagura.

La letteratura ungherese contemporanea ci ha consegnato l’immaginario di una terra soverchiata dal lento incedere del tempo, sospesa nell’attesa di un evento che possa cambiare il corso delle cose ma che non arriva, in una desolazione che non ha vie di uscita se non in una desolazione più grande, metafisica. Quest’immaginario lo dobbiamo in special modo all’opera di László Krasznahorkai e, parallelamente, alla trasposizione cinematografica che ne ha fatto Béla Tarr. Di Krasznahorkai Darvasi – un altro László – conserva l’ossessione per la tragedia e uno stile che mescola impressionismo ed espressionismo; non molto altro. Darvasi accentua fino al grottesco i tratti di una realtà nella quale l’uomo sembra stare al mondo per annientarsi. Affidandosi al clima di superstizione e pregiudizio proprio di quell’epoca lontana dà forma al mito: ecco spuntare tartari dalla testa di cane, leoni di pietra che prendono vita.

Più vicino all’estetica e al temperamento melanconico della scrittura di Krasznahorkai è invece Mattina d’inverno con cadavere, la prima opera tradotta in Italia (sempre per Il Saggiatore): una raccolta di racconti dalla prosa elegante e concisa legati tra loro dall’impotenza dell’uomo davanti alle possibilità offerte dal male. Racconti che setacciano nell’inutilità delle piccole vicende quotidiane per scovare l’orrore, quell’orrore la cui natura è ignota e semplicemente esiste, è tra di noi, da sempre, spunta fuori come da cortocircuiti cognitivi. Nella Leggenda dei giocolieri di lacrime, al contrario, la scrittura è densa e l’orrore vive come il sole che spunta e poi tramonta, lo troviamo per le strade dove i cani giocano con ossa umane, nelle piazze dove i corpi vengono tagliati in quattro parti, nei teschi dei caduti riempiti di paglia e spediti al Sultano come omaggio, nei figli strappati ai genitori per essere venduti.

La leggenda dei giocolieri di lacrime attinge al realismo magico e si rifà alla tradizione mitteleuropea per il fantastico: da Kafka a Bruno Schulz, da Leo Perutz fino all’esoterismo di Gustav Meyrink. È un’opera visionaria nella quale storia e tradizione orale si mescolano, come se la prima, da sola, non fosse in grado di dare una spiegazione soddisfacente al mostro che custodisce.

La narrazione si conclude con la battaglia del 1687, ancora una volta a Mohács, quando un ultimo attacco dell’Austria all’Impero ottomano sancisce la vittoria definitiva dei primi sui secondi. I turchi sono cacciati da Buda e il trono d’Ungheria passa agli Asburgo. Il racconto si interrompe ma il mostro non scompare, continuamente rinasce dalle ceneri della catastrofe e ancora oggi ce lo portiamo dentro.Infatti«si potrebbero ancora raccontare tante altre cose, perché le storie non si esauriscono mai, non terminano, non si prosciugano, proprio come non possiamo mai vedere la fine della vita umana. Le rovine di Buda stanno ancora fumando, nei prati giacciono ancora numerosi morti da seppellire, ogni tanto qualche edificio distrutto riprende ad ardere, ma ecco che i saltimbanchi delle lacrime hanno già iniziato le loro attività. Chissà chi sarà il primo essere umano a cui daranno dimostrazione del loro spettacolo di prestigio?».

Aggiungi un commento