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La letteratura americana dopo David Foster Wallace

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Negli anni Duemila per un paio di generazioni di lettori Wallace rappresentò un ideale: mente onnivora, cultura alta e bassa a braccetto, virtuosismi formali e lessicali e una morale solida ai limiti della pedagogia. DFW è ancora molto letto, ma dopo la sua scomparsa dove è andata la letteratura dei suoi coetanei e della generazione successiva?

Gli anni Duemila si chiudono con due casi letterari che sembrano inaugurare una nuova epoca. Nel 2010 esce Il tempo è un bastardo, un romanzo fantasioso, virtuosistico, giocoso e pieno di sentimento con cui una donna, Jennifer Egan, fa rendere conto che fino a quel punto i romanzi sperimentali e ambiziosi di quella generazione sono stati una faccenda da maschi (bianchi). Nello stesso anno, l’amico di DFW Jonathan Franzen pubblica Libertà, incarnazione dell’idea di Franzen che si debba tornare a una letteratura civile popolare, che non si vergogni di raccontare storie realistiche per spiegare i tempi. È un passo indietro deliberato rispetto ai fermi principi di giocosità e ironia della sua generazione.

La generazione di Wallace si aggregò con naturalezza intorno a McSweeney’s, la rivista di Dave Eggers. I suoi altri campioni – George Saunders, Rick Moody, Jonathan Lethem, Colson Whitehead – rimasticavano i tropi americani sporcandoli con la fantascienza, il pastiche e quello spirito citazionista e comico (ma programmaticamente empatizzante) che nella stessa epoca è reso popolare dai Simpson di Matt Groening.

Quella generazione è ancora rilevante, ma i due libri più forti e riconosciuti che ha prodotto in questi dieci anni sono il frutto di una crescita con cui i loro autori hanno preso strade nuove e personali. La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead è uno dei libri più forti con cui gli scrittori afroamericani hanno risposto alla nuova ondata di razzismo negli Stati Uniti. Lincoln nel bardo, di George Saunders, si stacca dalla vena vonnegutiana dell’autore per fare un grande salto in avanti di stile, profondità e originalità. Dave Eggers, invece, altro seguace di Vonnegut, pubblica romanzi veloci su temi di attualità, dall’economia, alla geopolitica, ai diritti civili, a internet. Paradossalmente, chi ha tentato e realizzato un’opera davvero wallaciana è un fumettista: Chris Ware, con l’ultimo Building Stories.

La generazione di scrittori maschi bianchi cresciuta leggendo Wallace ha rinunciato a seguire le sue tracce. Al momento, il solo virtuoso della scrittura che cerca alla maniera di Wallace il romanzo-mondo e le sfide formali massimaliste è Joshua Cohen (Book of Numbers). Ma la strada maestra sembra essere quella di Ben Lerner (Nel mondo a venire) e della sua autofiction poetica, europea nelle strategie narrative ma molto americana nell’enfasi sui dilemmi morali. La distopia, cruciale in Infinite Jest, è uno dei modi preferiti dai lettori forti giovani; tra i romanzi americani recenti che hanno tentato una via letteraria e raffinata alla distopia si è affermato nel tempo Storia d’amore vera e super triste di Gary Shteyngart (2013), anche se gli amanti del genere sono più interessati a opere strane e nuove come la trilogia dell’Area X di Jeff Van Der Meer.

Un altro tema emerso dopo la scomparsa di Wallace è la necessità di sentir raccontare il mondo – e soprattutto l’America – a chi non è maschio e bianco. Tra gli autori afroamericani i più entusiasmanti sono Paul Beatty, che ha scritto Lo schiavista (2015); Ta-Nehisi Coates (il saggio Tra me e il mondo, 2015); Paula Rankine autrice delle prose poetiche di Citizen, An American Lyric (2014).

Le donne, che nella generazione di DFW sono state spesso in secondo piano, sono emerse in modo più continuo e interessante. Al di là del successo mondiale del Cardellino di Donna Tartt, a indicare la via della ricerca letteraria sono state Rachel Kushner e la Jennifer Egan dell’ultimo Manhattan Beach, due autrici capaci di ripensare il romanzo che racconta la Storia del Novecento; mentre sul fronte opposto, di una ricerca formale sublime tendente all’astrazione, si è imposta Lydia Davis, consacrata con il volume che ha raccolto tutti i suoi racconti brevi nel 2009 e di seguito con il bellissimo Can’t and Won’t del 2014. Sulla stessa scia andrebbe citata una scrittrice canadese, residente in Canada ma molto importante per la letteratura americana contemporanea.

Rachel Cusk, che ha vissuto a Los Angeles da bambina, ha scritto una trilogia, Outline, di libri in cui una sua alter ego gira il mondo per lavoro incontrando uomini di ogni tipo che finiscono col raccontarle la loro vita. La premessa ricorda Brevi interviste con uomini schifosi di Wallace, dove una intervistatrice anonima e cancellata dal resoconto scritto ascoltava le confessioni logorroiche di uomini qualunque. Quella di Rachel Cusk è finalmente la versione scritta dalla donna.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
Un commento a “La letteratura americana dopo David Foster Wallace”
  1. giulia mozzati scrive:

    “Quella di Rachel Cusk è finalmente la versione scritta da una donna.” Perché “finalmente”? L’avverbio è sbagliato come un lapsus. Pacifico si tradisce, dimenticando che 1) Le scrittrici non hanno bisogno dell’approvazione patriarcale di Pacifico. 2) Non c’è discriminazione editoriale nei confronti delle scrittrici, che anzi sono coccolate dall’editoria perché la maggioranza dei lettori è fatta di lettrici. Quindi scrivere “finalmente” è anacronistico.

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