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La letteratura come antidoto: intervista a Azar Nafisi

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(fonte immagine)

«La letteratura è un antidoto, un memento sul potere della scelta individuale, del resto come diceva Nabokov, i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere». Nata a Teheran nel 1955, oggi Azar Nafisi è una cittadina americana — ed elettrice di Obama — ma la sua travagliata vita evidenzia come la letteratura possa essere un elemento attivo di resistenza. In un mondo materialista e schiavo della tecnologia, «necessaria almeno quanto superflua», la Nafisi è certa che solo l’educazione umanistica possa renderci consapevoli della necessità di continuare a tutelare le nostre libertà individuali. Il suo impegno attivo in patria l’ha resa invisa al regime dell’ayatollah Khomeini, divenendone una fiera oppositrice e la sua lotta per la cultura l’ha resa celebre in tutto il mondo, prima con “Leggere Lolita a Teheran” – bestseller tradotto in 32 lingue – e successivamente con “Le cose che non ho detto”, entrambi editi da Adelphi in Italia.

Nel suo nuovo libro, “La repubblica dell’immaginazione” (Adelphi, pp.288 €19 con le illustrazioni di Peter Sís), la Nafisi racconta la sua esperienza accademica negli States attraverso la rilettura simbolica di tre classici sottovalutati – Huckleberry FinnBabbitt e Il cuore è un cacciatore solitario – impreziosendo la narrazione con propri ricordi autobiografici. Contemporaneamente ha ideato e lanciato sul web la campagna #BooksSave spingendo i lettori a “far proprie” i libri amati, ricordando Bradbury e Fahrenheit 451. Nessuno può sfuggire al proprio passato e così l’autrice iraniana ha colto l’occasione per parlare anche del proprio paese e del suo nuovo ruolo internazionale, conseguente al controverso accordo sul nucleare sancito recentemente, nonostante le forti proteste del mondo ebraico sulla presidenza Obama.

Chi impedisce oggi ai lettori di essere liberi?

«Il vero problema riguarda il fatto che i lettori possono decidere di fermarsi e non leggere più. Ovviamente possono farlo ma vorrei sottolineare che tocca anche ai lettori, non solo agli scrittori, tenere in vita i libri e per farlo devono essere pronti, sempre all’erta contro le ingerenze dell’élite di potere».

Nel libro scrive, “la letteratura è un antidoto, un memento sul potere delle scelte individuali”. Dobbiamo ricordare che ogni tipo di libertà è sempre in pericolo?

«Assolutamente. Nella società democratica tendiamo a dimenticare quante vite sono state sacrificate in nome della libertà che è sempre un principio d’azione e mai un obiettivo definitivamente acquisito. Uno dei pericoli maggiori è proprio l’indifferenza degli intellettuali o peggio, la loro compiacenza verso i potenti. Questo accade perché l’ideologia, specie nelle dittature, è capace di annebbiare la mente degli intellettuali che, invece, dovrebbero essere sempre in grado di mettere in dubbio il potere costituito. Ma non è così scontato che ciò accada».

Nel libro centra l’attenzione sul ruolo fondante dell’educazione ma la presidenza Obama non ha soddisfatto le sue attese…

«Obama è stato il primo presidente per cui ho avuto la possibilità di votare. Sono d’accordo con la sua linea politica ma la sua impostazione riguardo l’istruzione è davvero deludente. La logica scelta è quella di puntare sulle materie scientifiche, con la convinzione che queste possano garantire un posto di lavoro, a scapito dell’insegnamento delle materie umanistiche. Credo che sia uno sbaglio poiché la grande scienza e la grande letteratura vanno di pari passo e sono sorpresa che Obama non lo capisca».

La violenza con cui i talebani danno la caccia al premio Nobel Malala Yousafzai è motivata proprio dal fatto che l’istruzione è il passe-partout per un altro futuro?

«Malala è solo una ragazzina eppure il suo amore per i libri e la lettura  ha messo a repentaglio la sua vita più volte. I tiranni odiano la conoscenza ma non scopriamo nulla di nuovo, del resto fin quando c’era la schiavitù sul suolo americano, agli schiavi era impedito di leggere e scrivere. La conoscenza è potere. Sempre».

A proposito di tirannia, il ruolo internazionale dell’Iran è mutato strategicamente dopo il controverso accordo sul nucleare. Crede che questa svolta sia da temere?

«Dobbiamo capire che il cambiamento deve venire dagli iraniani, non dall’esterno. Non ci sono alternative. Senza dubbio è positivo che si sia aperto un dialogo ed è il momento che l’Iran comprenda che se davvero desidera avere un ruolo attivo nella comunità internazionale deve essere disposto a prendersi delle responsabilità, altrimenti nessun cambiamento sostanziale sarà possibile».

Ma l’accordo sul nucleare ha fortemente irritato la comunità israeliana. Era necessario aumentare ancora la tensione in Medio Oriente?

«Vorrei essere chiara, le armi nucleari andrebbero ovunque bandite. A partire dall’Arabia Saudita, dove i diritti umani sono quotidianamente calpestati. Senza dubbio al primo ministro israeliano,  Benjamin Netanyahu piace estremizzare le cose, esasperando il clima politico. Credo che il ruolo degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di ammorbidire le tensioni in Medio Oriente, trattando tutti i principali attori internazionali in egual modo».

Lei oggi è una cittadina americana. Una scelta di vita non facile?

«Mi sono serviti undici anni per compiere questa scelta. Oggi mi sento responsabile per l’America ma l’ho scelta perché accoglie gli immigrati. Ciò mi ha permesso di portare con me i miei figli e con loro un pezzo di Iran e un po’ di speranza».

Che tipo di cittadina americana vuole essere?

«La risposta me l’ha data Mark Twain. Il patriottismo significa amare sempre il proprio paese e il proprio governo solo quando se lo merita».

Nel libro sottolinea il fatto che siamo dipendenti dagli oggetti tecnologici eppure gettiamo via lo smartphone o il tablet non appena esce il nuovo modello. Cosa significa?

«La tecnologia oggi ha raggiunto una potenza incredibile, mettendoci in contatto in tutto il mondo, costantemente. Ma il pericolo è che tutto si risolva in un accumulo di gadget luccicanti. Dovremmo domandarci se siamo noi a comandare la tecnologia o se non sia lei a tenerci sotto scacco. Non sono una luddista, anzi, ma vorrei che nessuno avesse il diritto di entrarmi in casa eliminando ogni privacy».

In nome della sicurezza non sacrificherebbe completamente la sua privacy?

«La sicurezza e la democrazia devono andare sempre di pari passo. Dev’essere chiaro che la libertà ha sempre un prezzo e dobbiamo essere disposti anche a lottare per proteggerla».

Francesco Musolino, classe 1981, giornalista siciliano. Scrive sulle pagine culturali del quotidiano nazionale Gazzetta del Sud. Ha ideato su Twitter il progetto lettura noprofit @Stoleggendo. Alcuni suoi racconti sono sparsi online.
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