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La logica teatrale del processo sulla trattativa stato-mafia

Questo articolo è uscito sul Foglio.

di Massimo Bordin

Giovanni Pellegrino, avvocato ed ex presidente della “commissione stragi”, dunque persona che si intende di queste cose, ha parlato di una “logica teatrale” a proposito della scelta della corte palermitana, impegnata nel processo sulla cosiddetta trattativa, di voler sentire come teste il presidente della Repubblica. Pellegrino, da avvocato, ricorda come l’argomento della testimonianza sia una lettera personale di Loris D’Ambrosio che fu il presidente a rendere pubblica dopo la morte del suo consigliere giuridico. Ne discende che l’atteggiamento di Giorgio Napolitano sia stato l’opposto della riservatezza. Non fosse stato per quella sua scelta, mancherebbe l’oggetto della testimonianza. Dunque se Napolitano dice di non saperne altro e di non aver ricevuto ulteriori confidenze in merito da D’Ambrosio è difficile, se non impossibile, addebitargli un atteggiamento reticente. Fosse così, avrebbe potuto tenersi a buon diritto in un cassetto la lettera e nessuno ne avrebbe saputo nulla. E nulla ragionevolmente potrà venire fuori dalla sua testimonianza che già non si sappia. Resta però quell’“aspetto teatrale” prodotto dall’ingresso dei giudici togati e popolari nel Palazzo per eccellenza, il Quirinale, per interrogare l’illustre inquilino. Con una adeguata colonna sonora avrebbe potuto essere la scena finale del film di Sabina Guzzanti mentre sfilano i titoli di coda. Teatro, cinematografo, baracconata, certo nulla di più ma ampiamente sufficiente per uno strascico di polemiche giornalistiche e televisive, come denunciato da Pellegrino nella sua intervista a formiche.net. Ossigeno per un processo che in aula continua a boccheggiare nell’ascolto di pentiti sempre più svogliati e pasticcioni.

La necessità di un colpo d’ala, di un nuovo filone che spiazzi e sia capace di catturare di nuovo l’attenzione degli spettatori, una specie di “Homeland” quarta stagione, era evidente già al momento della pausa estiva. Le ferie dei magistrati sono lunghe ma, come ci hanno spiegato, in qualche modo lavorative. Sono state utilizzate per ripartire con un nuovo plot impiegando gli stessi personaggi ma cambiando prospettiva. Mentre si consumerà l’effetto Quirinale il seguito è già pronto. In fondo è stato semplice, è bastato partire dal personaggio all’origine di tutto: il generale dei carabinieri, Mario Mori. Riconcentrarsi sulle divise e le “barbe finte” e mettere per un po’ da un lato i politici per evitare l’effetto saturazione. La politica è complicata, più della mafia, è un terreno infido nel quale i pm palermitani, fin dal tempo del processo Andreotti, hanno mostrato di muoversi con scarsa capacità di penetrazione dovuta a evidenti lacune di conoscenza. Lo si è visto plasticamente con la deposizione di Ciriaco De Mita. Meglio limitarsi, superato l’effetto Quirinale, all’indispensabile. In fondo tutta la vicenda della trattativa parte dalla mancata perquisizione del covo di Riina e dall’inchiesta, iniziata a tre anni dai fatti, contro Mori e il capitano “Ultimo”. Per la verità, nessuno, neanche Marco Travaglio, ha mai sostenuto che Mori e gli altri ufficiali del Ros fossero corrotti o ricattati dalla mafia, dunque il loro operato, nella logica dell’accusa, doveva per forza essere stato causato da un qualche input politico. La “Trattativa”, intesa come resa dello stato voluta dalla politica, era per la procura una scelta teoricamente necessitata, visto che era impensabile che Mori avesse avuto la forza politica di gestire in proprio un patto con i vertici di Cosa nostra. Ma l’obiettivo iniziale era il Ros chiamato a rispondere del suo comportamento poco collaborativo con i pm palermitani. Il dottore Nino Di Matteo lo ha spiegato chiaramente all’inizio della sua requisitoria nel secondo processo a Mori, quello per la mancata cattura di Provenzano. “Noi vi chiediamo di condannare dirigenti di un organo di polizia giudiziaria, il Ros, che si è mosso fuori dalla legalità comportandosi come fosse un servizio segreto”. Per la verità poi il tribunale ha assolto Mori e il maggiore Mauro Obinu, ma il punto di vista dei pm non è cambiato. Da qui dunque si riparte. I servizi segreti del resto hanno una forte immagine suggestiva, evocano col loro stesso esistere deviazioni dalla legalità, trame eversive, complicità inconfessabili. Insomma, come argomento funzionano. Messi in relazione alla mafia hanno sempre avuto una fama sinistra, anche se per la verità mai sostanziata in qualche sentenza. La stessa condanna, assai discussa, contro Bruno Contrada, arrestato quando era dirigente del Sisde, si riferisce a vicende controverse mentre era ancora nei ranghi della polizia di stato. I servizi segreti a Palermo hanno avuto fino agli anni 90 una sede che tutti conoscevano, nella centrale via Roma al civico 457, la stessa strada del mitico hotel delle Palme, dove più di un mafioso americano ha soggiornato tranquillamente. Da qualche anno si sono spostati in via Notarbartolo angolo via Libertà. Se il logistico, diciamo così, non è certo segreto, cosa facciano i servizi in Sicilia resta invece misterioso, come in fondo è anche giusto. Ciò autorizza però le peggiori illazioni rappresentate finora nel processo dai contorni ectoplasmatici di quel “signor Franco” che ogni tanto appare nei racconti del super teste Massimo Ciancimino, meglio conosciuto come il pataccaro. Oppure dalla leggenda, alimentata da Gioacchino Genchi a suo tempo, che il pulsante che ha fatto deflagrare l’esplosivo a via D’Amelio sia stato premuto dal castello Utveggio, che domina mezza Palermo, dove ci sarebbe una sede dei servizi occultata in un centro studi. Leggenda che a vent’anni dai fatti fece ricordare alla vedova di Paolo Borsellino, Agnese, che suo marito poco prima di essere ucciso le avesse confidato che in casa si sentiva osservato dall’alto. Salvo scoprire che tutte le perizie escludono una ipotesi del genere e soprattutto che Genchi ha poi chiarito che non lo si doveva prendere alla lettera perché intendeva più che altro attirare l’attenzione su quel centro studi dove secondo lui c’era un professore che poteva sapere quale ricaduta politica aveva avuto l’attentato. E così scompare il telecomando e scompaiono i servizi. Ma di essi resta sempre l’alone, come in tutte le vicende siciliane di rilievo. Dalla giunta Milazzo al caso De Mauro, dal bandito Salvatore Giuliano all’avvocato Vito Guarrasi. Logico e razionale che ci sia anche del vero ma tutto è sempre indefinito, riassunto in una espressione quanto mai allusiva usata da Falcone dopo l’attentato fallito dell’Addaura: le “menti raffinatissime”. Per la verità il giudice non chiarì mai se con quella espressione avesse voluto adombrare un ruolo dei servizi nell’attentato contro di lui, ma lo lasciò pensare e scrivere. Da allora quella espressione serve a perpetuare l’aura di mistero che deve necessariamente contornare le vicende siciliane, a maggiore edificazione di una leggenda nera di cui i servizi sono parte costitutiva.

Su questa base si fonda la svolta della pubblica accusa. Il metodo è quello dei vasi comunicanti, l’interrelazione funziona con il processo di appello a Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano. A lavorare in tandem sono stati i pm della direzione distrettuale antimafia, quelli che si occupano del processo trattativa, e il procuratore generale Roberto Scarpinato e il suo sostituto Luigi Patronaggio, che rappresentano l’accusa nel processo di appello a Mori e Obinu. I primi hanno raccolto testimonianze, il procuratore generale ne ha fatto una memoria che ha letto personalmente nell’aula della corte d’appello alla quale ha chiesto la rinnovazione del dibattimento. Gli stessi materiali costituiranno dunque l’ossatura di due processi diversi che d’ora in poi procederanno in parallelo. Un circo a due piste. I filoni nuovi, quelli veramente rilevanti per il nuovo copione sono incentrati sulla figura del generale Mori che diviene ipostasi di una sorta di “cuore nero dei servizi”, immagine utilizzata dal Fatto per un titolo a sensazione sulla memoria Scarpinato. I pm sono andati a sentire un collega di Mori nel tempo in cui il futuro capo del Ros era un giovane capitano entrato, nella prima metà degli anni 70, nel servizio segreto che allora era uno solo e si chiamava Sid. Erano anni di duro scontro interno nel servizio, dove si fronteggiavano due gruppi, con diversi sponsor politici. Uno guidato dal direttore, il generale Miceli, sponsorizzato da Aldo Moro. Miceli risultò poi iscritto alla P2, cosa che viene fatta notare nella memoria. Il gruppo rivale era guidato dal numero due del servizio, il generale Maletti, sponsorizzato da Giulio Andreotti. Anche Maletti risultò iscritto alla P2 ma la memoria non ne fa cenno. Miceli viene arrestato nel 1974 nell’ambito dell’inchiesta sul tentato golpe denominato “Rosa dei Venti”. Anche Maletti viene poco dopo arrestato, e poi degradato, per vicende legate alla strage di piazza Fontana, ma neanche di questo parla la memoria. Il giovane capitano Mori era all’epoca ritenuto dai colleghi vicino al gruppo di Miceli. Nell’inchiesta sulla “Rosa dei Venti” Mori non risulta formalmente imputato, al contrario dell’ex colonnello Venturi che, sentito questa estate dai pm palermitani, ha accusato Mori di avere spiato Maletti, avere svolto un ruolo di reclutatore per la P2 (alla quale Mori non risulta essere mai stato iscritto), avere collaborato con Mino Pecorelli. Nei processi per l’omicidio del direttore di OP il nome di Mori non è mai venuto fuori, al contrario di quello di Maletti. L’unico, peraltro molto labile, rapporto con le vicende processuali, accertato dai pm, sta nella frequentazione di Mori, nel suo primo periodo nei servizi, con i fratelli Ghiron. Uno dei due informatore del Sid e qualificato come estremista di destra; l’altro avvocato che, negli anni successivi, si occuperà anche degli interessi di Vito Ciancimino. Come si vede, anche volendo vedere nel modo più critico quel periodo di Mori, elementi significativi per la sua imputazione non se ne trovano. A meno che non si voglia leggere lo scontro fra i generali Maletti e Miceli come quello fra le forze del bene e quelle del male. La memoria Scarpinato può indurre il lettore a pensarlo ma si tratterebbe di un falso storico facilmente dimostrabile senza nulla concedere a Miceli. Del resto da allora Maletti vive in Sudafrica, da dove, dopo una condanna in contumacia, non si è mai spostato. Dunque, se c’è una logica, questa è semplicemente la base su cui fondare lo sviluppo del copione. Serve a fissare nella storia di Mori e dunque della trattativa, alcuni simboli. Le trame nere, Gelli, Pecorelli. Poi la spina dorsale del nuovo copione porta al secondo periodo di Mori nei servizi segreti, quando diventa capo del Sisde, nominato dal governo Berlusconi nel 2001. In mezzo ci sono gli anni passati all’anticrimine a Roma e poi nel nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa. Infine gli anni del Ros, che sono quelli di cui si occupano i capi di imputazione. La novità sta nel racchiuderli nell’alfa e nell’omega di una carriera che inizia e finisce nei servizi segreti. Ma se i servizi dell’esordio sono sicuramente quelli deviati, tanto che i loro capi vengono arrestati, bisogna trovare la deviazione anche in quelli del Ventunesimo secolo. E Di Matteo e Scarpinato la trovano. Ha un nome gentile, si chiama “Protocollo Farfalla”. In sostanza, sostiene la memoria Scarpinato, si tratta di un accordo scritto fra il direttore del Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e quello del Sisde per regolamentare i colloqui investigativi in carcere fra detenuti al 41 bis e agenti dei servizi in cerca di informazioni. Nelle carceri italiane a questo proposito è veramente avvenuto di tutto fin dai tempi del terrorismo.

Dunque che il capo del Sisde, che all’epoca era Mori, e il dirigente del dipartimento carceri del ministero di Giustizia, allora era l’ex procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, abbiano messo nero su bianco alcune regole non può apparire un fatto negativo. Il testo di questo accordo è stato recentemente desecretato e risulta essere in regola con le leggi allora in vigore, anche se la materia è stata successivamente modificata. La faccenda, nei suoi contorni ancora non del tutto definiti, è rilevante per l’accusa dopo che un pentito, Sergio Flamia, ha fornito ai pm una versione dei fatti che supporta la linea difensiva di Mori e Obinu nel processo che li vede imputati. Occupandosi del misterioso protocollo e acquisendo le carte di un processo romano contro l’ex direttore di un carcere e un funzionario del Dap accusati di avere dato illecitamente notizie su alcuni detenuti a esponenti dei servizi, i magistrati palermitani hanno trovato non il protocollo ma documenti che provano ingenti pagamenti fra gli altri proprio a quel pentito, erogati dai servizi in cambio di informazioni. Ovviamente quei colloqui avvenivano segretamente rispetto agli altri detenuti e gli uomini dei servizi erano registrati come avvocati. La fase del passaggio di un detenuto che diviene informatore è ovviamente molto delicata. Ancora di più quella da informatore a testimone, ovvero pentito a tutti gli effetti. Se nella prima fase quelli dei servizi, che non sono agenti di polizia giudiziaria, non si ritengono a norma di codice tenuti a informare i magistrati, nel momento in cui l’informatore diviene un pentito devono uscire di scena. Il momento di passaggio è sempre problematico e il coordinamento e l’unità di intenti fra investigatori e magistrati è essenziale. Sembra evidente che è questo l’aspetto centrale nello scontro fra il Ros di Mori e alcuni pm palermitani. Ma nel caso specifico vicende poco chiare sono avvenute nelle carceri anche a opera di soggetti molto più vicini ai magistrati che ai carabinieri. Intorno a Bernardo Provenzano ad esempio, immediatamente, prima che le sue condizioni di salute precipitassero, costringendo la corte a stralciarlo dal processo trattativa, ci fu una singolare attenzione da parte di due parlamentari, Beppe Lumia del Pd e Sonia Alfano, allora deputata europea dell’Idv, il partito di Antonio Di Pietro. Nel maggio di due anni fa andarono a visitare il detenuto al 41 bis e pochi giorni dopo si presentò da Provenzano l’allora pm Antonio Ingroia. La cosa si riseppe grazie al combattivo avvocato di Provenzano, Rosalba De Gregorio, che denunciò la grave violazione delle regole da parte del procuratore aggiunto che si era presentato dal suo cliente omettendo di avvisarne l’avvocato che invece avrebbe dovuto presenziare al colloquio. Dal canto loro Lumia e Alfano si ripresentarono qualche settimana dopo ma restò traccia del loro passaggio grazie a una nota della custodia che segnalava al Dap la grave anomalia di un lungo colloquio con un detenuto al 41 bis. Venne fuori, lo scrisse su Panorama il direttore Giorgio Mulé, che i due parlamentari avevano fatto una sorta di tour nelle carceri speciali contattando anche altri due detenuti di rango come Filippo Graviano e Gaetano Cinà. Sonia Alfano replicò sdegnata alle critiche sostenendo che si volevano evitare nuovi pentimenti a cominciare proprio da quello di Provenzano. Oggi però è lecito chiedersi se metodi del genere siano preferibili al cosiddetto Protocollo Farfalla. Sta di fatto, per tirare le somme del cambio di strategia dell’accusa nel processo trattativa, che la linea d’attacco diviene l’accusa al Ros di avere operato come un servizio deviato per truccare le carte attraverso iniziative nelle carceri volte a depistare gli inquirenti. Un modus operandi che secondo l’accusa potrebbe non essersi fermato nemmeno di fronte all’omicidio, visto che si continua a evocare il suicidio in carcere del mafioso Gioè, avvenuto subito dopo le stragi e non del tutto convincente per più di un investigatore. Ma se si fosse davvero arrivati a tanto, diverrebbe difficile credere a qualcosa di meno di una complicità sostanziale con la politica delle stragi e i suoi mandanti, mafiosi ma anche esterni alla mafia. E’ in fondo l’ipotesi pluriarchiviata delle inchieste rubricate come “Sistemi Criminali 1 e 2” a suo tempo condotte, oltre che da Ingroia, proprio da Scarpinato. L’elencazione delle forze eversive, dai servizi ai terroristi di destra ai massoni della P2, sembra evocare questo scenario come punto d’approdo del cambiamento di scenario. Un cambiamento clamoroso del copione della trattativa, ma anche molto rischioso e dall’esito più che mai incerto.

La questione verrà giocata ovviamente nei due processi paralleli ma non solo. Ha cominciato a occuparsene il comitato parlamentare di Controllo sui servizi segreti ma anche la commissione Antimafia ha assicurato il suo massimo impegno nell’occuparsi di trattative e farfalle. Indovinate chi più di tutti i commissari se ne è fatto garante? Ma il senatore Beppe Lumia, naturalmente. Con i due processi paralleli e le due commissioni parlamentari, il circo diventa a quattro piste. E chi sa che non finisca per essere denunciato come un prodotto del famigerato protocollo anche il camorrista pugliese Lo Russo, la spalla delle esternazioni in carcere di Totò Riina, il capo dei capi. Peraltro di alcune di esse, non tutte, i pm palermitani hanno chiesto l’acquisizione nel processo e la memoria Scarpinato ne valorizza particolarmente una in cui il capo dei capi inveisce contro Provenzano definendolo “carabiniere e massone”. In fondo, con le sue performance videoregistrate, anche Riina entra di fatto a far parte della squadra dell’accusa. Forse è per questo che al Quirinale vuole esserci anche lui. Pensate che spettacolo.

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