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La lotta di classe ai tempi dello sfruttamento 2.0

di Giacomo Gabbuti

 

Di libri come Non è lavoro, è sfruttamento, si dovrebbe dire, sicuramente, che sono utili. In poche, agevoli pagine, non appesantite da note o apparato bibliografico eccessivo, ed alleggerite regolarmente da qualche grafico mai di complessa interpretazione, Marta Fana mette insieme il lavoro minuzioso che ha compiuto negli ultimi anni. Così come con i bollettini del Ministero del Lavoro e dell’Istat, che catalogava mese dopo mese agli inizi della sua attività giornalistica, l’autrice è andata in questi anni collezionando e inseguendo i “dispacci” dal fronte caldo del lavoro. In una inesorabile e piuttosto rapida ascesa, dal suo blog personale, a siti di informazione dal basso, fino a quotidiani (prima il Manifesto, poi il Fatto Quotidiano) e media tradizionali sempre più autorevoli (Internazionale e, oramai sempre più spesso, la televisione), Fana è andata seguendo il filo rosso di quelle piccole, apparentemente noiose e insignificanti faccende d’ogni giorno, di cui è composta la decennale offensiva messa in atto in Italia contro il lavoro. Lavoro analizzato, è bene specificarlo per chi come lei ha studiato l’economia (sempre meno economia politica, e sempre più apparentemente neutra economics), non come fattore astratto, fungibile e omogeneo di una candida funzione di produzione, ma dal punto di vista di tutte quelle donne e uomini che di lavoro devono cercare di vivere ogni giorno. Noiose, queste storie, solo per i molti, a destra, a sinistra, o dispersi da qualche parte nel mezzo, che hanno imposto o hanno ceduto ad una narrazione sulla presunta fine del lavoro, sull’irrilevanza dei luoghi di produzione, e di conseguenza, sull’inutilità e anzi, anti-storicità, di chi al contrario si ostina a pensare che chi lavora vada ancora indagato, descritto e raccontato – per non dire organizzato e rappresentato in forme politiche, e prima ancora di società, di classe. E allora, allo stesso modo in cui, sommando i numeri del Ministero, scovò il grande bluff del fantasista Poletti, mettendo insieme le inchieste sui facchini di Foodora, le denunce dei lavoratori pagati a voucher, quando non a scontrini, Marta si cimenta nell’impresa, all’apparenza titanica, di dare del lavoro una rappresentazione complessiva e di classe. È questo allora il primo grande pregio, che fa di Non è lavoro, è sfruttamento un libro dannatamente utile: l’apparente semplicità in cui, dalla somma di quegli articoli e status che ogni giorno si possono trovare sulla bacheca Facebook dell’autrice, viene fuori qualcosa di molto di più, l’emersione nella sua interezza di un mondo, quello della produzione, del lavoro, del conflitto, che nella teoria delle scienze sociali e nella pratica della comunicazione politica e giornalistica si pretende essere ridotto a marginalità, interstizio, e che invece da queste pagine emerge come centrale, pulsante.

Lo spiegava, con la dovizia di dettagli propria di uno storico di razza, Bruno Settis, in un libro che raccontava di Ford, ma parlando a noi, e che non a caso Fana recensiva poco più di un anno fa discutendo di “necessità di cultura e conflitto”: è solo mettendo al centro della discussione la produzione, che la narrazione ottimistica e pacificata costruita a partire dal consumo e dai consumatori può essere superata, ed il conflitto e le contraddizioni possono emergere. Se era vero in tempi, come quelli descritti da Settis, di Five Dollar Day e grande espansione industriale, non può non essere vero ai tempi della deindustrializzazione e della grande, pluri-decennale crisi italiana. E allora quel mondo, che nei bollettini ministeriali sembra fatto di risorse fungibili e anzi, sempre più mobilitate e pacificate, dalle conversazioni coi lavoratori veri e in carne ed ossa, emerge come teatro di vero conflitto e lotta di classe. E non importa che la gran parte degli eserciti in campo, soprattutto quello dei lavoratori, non ne abbiano consapevolezza, non siano stati avvisati: come oramai parecchi anni fa spiegava Luciano Gallino, non ha bisogno della consapevolezza di entrambe le parti per prendere forma.

Non ci volevano, questo è certo, lauree, master, lavori in prestigiose istituzioni internazionali, e un dottorato in economia a SciencePo, per mettere su un foglio excel i numeri mensili sui nuovi occupati, e verificare che sommati davano meno di quanto il vergognoso Ministro del Lavoro millantava in pubblico. Ci voleva però la convinzione, l’umiltà, ma soprattutto la rabbia, di cui Marta Fana dà mostra sempre più spesso in quegli studi televisivi dove è chiamata a sparigliare ‘discussioni’ affettate, che risulterebbero noiose a delle dame inglesi dell’Ottocento. C’è voluta quella rabbia, per far cascare la maschera da “ottimismo-profumo-della-vita” a un Farinetti – e questo dovrebbe dirci molto, forse, di tanti altri che in televisione vanno a intestarsi la rappresentanza di chi lavora e soffre, e che di fronte a padroni e padroncini, capitani d’azienda e furbetti del quartierino, ridacchiano e fanno spallucce, facendo rimpiangere la verve agonistica con cui le neopromosse andavano a giocarsela al Delle Alpi nell’era d’oro di Luciano Moggi. Ci vorrebbero molte di più di queste entrate a gamba tesa, per ricordarci che, nella crisi economica, sociale ed occupazionale più grave che questo Paese abbia probabilmente mai conosciuto (per il Pil ci sono le serie storiche ufficiali a testimoniarlo), sono oramai tre anni che si lasciano le sorti dei lavoratori in mano ad uno dei Ministri più indegni e sguaiati che la nostra vilipesa Repubblica ha dovuto subire. Il libro riporta, in appendice, la lettera che l’autrice scrisse, oramai quasi un anno fa, rispondendo a quella che non era né la prima, né sarebbe stata l’ultima delle uscite deprecabili di Poletti. Ma il libro è molto più di quella lettera, che del resto veniva un anno dopo un lavoro scientifico che, con i primi dati allora disponibili (dati che, come ci ripete di continuo l’autrice nel libro, “hanno la testa dura, come i fatti che rappresentano”), valutava gli effetti del Jobs Act. In quel lavoro, così come nell’attività quotidiana di commento e critica, Marta Fana negli anni ci ha fatto apprezzare le sfumature, le insidie, le vere e proprie disfunzionalità dei dati ufficiali, nel rappresentare il mondo del lavoro. In questo libro, quasi inevitabilmente, i dati vengono dunque letti insieme agli articoli – non quelli accademici, rigorosi ed eburnei, ma quelli sporchi e cattivi, scritti in pochi minuti per un quotidiano locale, gli unici da cui ricomporre il computo quotidiano (questo sì, davvero, un bollettino dal fronte) di incidenti, infortuni, licenziamenti e abusi -, ed alle vere e proprie storie, come le definisce, le vite raccontatele da “lavoratori e disoccupati”, incontrati in tutte le parti d’Italia, in cui sempre più spesso è chiamata a prendere parola in questi ultimi mesi.

Non è lavoro, è sfruttamento ne accumula ed affastella tanti, di questi dati e queste storie, descrivendo settori (la logistica, ma anche il pubblico, e persino quella scuola dell’alternanza, che in questi giorni celebra i suoi primi infortuni sul lavoro, ma anche fortunatamente i suoi primi scioperi) che nella narrazione giornalistica, ma ancor di più accademica, sarebbero o marginali, o luoghi di assenteismo e privilegio, comunque silenti e pacificati. Invece, in questa forma che vorrebbe essere, stando alle dichiarazioni quasi programmatiche dell’introduzione, insieme saggistica e narrativa, il libro riesce a farne emergere le tensioni, i movimenti, le rotture, l’angoscia che attanaglia chi non può bere o andare in bagno durante il turno, chi pulisce i cessi anche se non dovrebbe, chi rimane invalido a vita per farsi pagare pochi euro con un voucher, il cui corrispettivo si ritira in tabaccheria, tra gli sguardi pieni di invidia degli assuefatti dalle slot machine convinti che chi riscuote sia un fortunato vincitore.

Non sarà certo, né mirava del resto ad essere, un libro da inserire nella letteratura workingclass, di cui Alberto Prunetti, a margine di un dialogo con Wu Ming 2 e con la stessa autrice, rivendicava giustamente l’importanza solo poche settimane fa. Dal punto di vista stilistico, probabilmente, l’esperimento talora non riesce fino in fondo, l’ibridazione tra i due stili non risulta sempre efficace: ma certamente, la scelta rende il testo più veloce e tagliente di un normale saggio, infarcito di citazioni e note. C’è da augurarsi davvero che la scelta paghi, e che possa, per quanto lo possano ancora fare dei libri ai nostri giorni, davvero raggiungere ed essere utile a quei lavoratori, ai quali e per i quali il libro sembra esser stato scritto. Non che serva una ricercatrice, che ha avuto la fortuna e la bravura di costruirsi una reputazione con lo studio e il lavoro, per spiegargli la vita di merda che fanno. Ma forse, in Non è lavoro, è sfruttamento, potrebbero trovare la prova che non è colpa loro, come gli viene spesso rinfacciato, o come iniziano a chiedersi anche loro, all’ennesima svolta che non arriva; che non è perché non sono abbastanza flessibili, imprenditoriali, intraprendenti; né perché hanno studiato la cosa sbagliata, in troppo tempo, o facendo tesi su cose considerate irrilevanti; che non è colpa del non essere abbastanza sfacciati nelle pubbliche relazioni, o slanciati nel parlare o sbiascicare le lingue; o che, ovviamente, non è vero che non si sono sacrificati, non hanno rischiato abbastanza. Ripetendo fino allo sfinimento, quasi come fossero una filastrocca da imparare a memoria, categorie marxiane non più à la page, Marta Fana in questo libro cerca di instillare, nella testa di uno sfruttato vero, che speriamo legga le sue pagine, la convinzione, o almeno il dubbio, di esser vittima non di un complotto, ma di un conflitto, del tentativo di riportare lo sfruttamento del lavoro al centro del modello economico di questo Paese, riducendo la Repubblica conquistata e creata dai partigiani ad un ricordo, uno scherzo breve della storia, una parentesi da archiviare per tornare serenamente all’Ottocento.

C’è da sperare, allora davvero, che il libro continui ad andare bene, che se ne parli, che esca dai salotti e dalle librerie “dei compagni” e, magari attraverso ciò che resta delle biblioteche pubbliche, entri nelle case delle mille periferie urbane, geografiche, sociali e morali di questo Paese, e solo per questo varrebbe la pena recensirlo, comprarlo, regalarlo, suggerirne l’acquisto al bibliotecario del proprio quartiere. Ma probabilmente gran parte, se non tutte, le poche migliaia di copie stampate sinora da Laterza, saranno nelle mani di persone come me, che pur non avendo un impiego garantito, sono e dovrebbero sentirsi decisamente privilegiati, rispetto a quel nostro coetaneo sopraffatto, tradito, suicida, con cui l’autrice apre il suo libro, e di cui tutti abbiamo marchiata a fuoco nella memoria la storia, anche se non ne ricordiamo il nome, ma a cui sappiamo di correre il rischio di dover dare la faccia di amici e persone care. Noi che, pur dovendo accettare più di una volta di lavorare gratis, pur dovendo compiere rinunce e talvolta accettare vere e proprie forme di sfruttamento, abbiamo il privilegio di poter vivere (anche solo per un po’) di lavori intellettuali, e retribuiti, pure se meno di quanto era d’uso e ci auspicheremmo. Anche per noi, però, Non è lavoro, è sfruttamento è utile. È probabilmente il libro che non si dovrebbe mai scrivere, nella posizione dell’autrice: perché appena finito il dottorato, ci viene detto sempre più insistentemente nell’università dei tagli, e del merito misurato attraverso indicatori bibliometrici, bisognerebbe mettersi a pubblicare articoli, quelli seri, con esperimenti naturali, modelli elaborati, e soluzioni empiriche argute, esclusivamente per riviste di fascia A – figuriamoci perdere tempo con dei libri, e divulgativi poi! Un libro appunto ibrido, che inevitabilmente suonerà arido a chi la classe operaia se la immagina soggetto per grande narrativa (magari, anche qui, di romanzi ottocenteschi), e suonerà invece terribilmente descrittivo (parola dispregiativa!) a chi non ci troverà nessuna grande novità scientifica, che del resto l’autrice non vuole fornire. Un libro per sfruttati che probabilmente non lo leggeranno, e che sarà letto forse di più da chi, semmai, sta dall’altra parte della barricata, e magari non vuole sentirselo ricordare.

Un libro che però ci ricorda che le disuguaglianze non sono numeri e formule astratte, sono nomi lavori di merda, giornate storte, bestemmie rabbiose. Sono storie quotidiane e reali, di bambini di dodici anni che muoiono per la rinuncia a curarsi da un dentista, come nella prima delle storie che il Guardian ha iniziato a collezionare in una sezione del giornale e del sito dedicata proprio alla inequality. E anche che forse è questo quello che il paese si dovrebbe aspettare da noi scienziati sociali, da noi “esperti” e studiosi: provocare dibattito, rappresentare in modo efficace e realistico la realtà, col fine di conoscerla, sì, certo, ma per cambiarla, quando raggiunge livelli inaccettabili di ingiustizia, come quelli descritti da Non è lavoro, è sfruttamento. Che noi si sia rigorosi sì, “intellettualmente onesti”, ma non certo “obiettivi, imparziali, fuori della mischia”, come insegnava quel Sylos Labini di cui probabilmente l’autrice sognava di seguire le orme, quando un editore prestigioso come Laterza le avrebbe offerto di fare un libro tutto suo. Che si sia di questa o quella idea o partito, ma che si tifi senza rimorso e timidezza per l’unico progresso possibile, che è il miglioramento delle condizioni di vita, di lavoro e di non lavoro, del maggior numero possibile di persone. Forse, ispirandosi un po’ a quanto scriveva Christian Raimo qualche mese fa, servirebbe che ciascuna delle tante teste ben pensanti delle generazioni più istruite della storia d’Italia, dedicasse a questa missione civile un poco del suo tempo, ne permeasse un po’ del suo lavoro, e delle sue relazioni. Non sarebbe certo abbastanza, ma contribuiremmo a rendere libri come Non è lavoro, è sfruttamento meno dannatamente utili. E allora, speriamo (in modo attivo, e non in attesa, come raccomandava Erich Fromm) che il libro continui ad andare bene, ma anche che invecchi presto, che diventi il ricordo di un brutto incubo in cui abbiamo vissuto i nostri anni migliori, ma da cui svegliarsi ci saremo svegliati, un giorno, speriamo, non lontano.

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