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L’ultima luce prima della fine: intervista a Edna O’Brien

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

“La luce della sera, Lissadell, grandi finestre aperte verso sud, due ragazze in kimono di seta, entrambe belle e una una gazzella. Sono versi di W.B. Yeats, è l’inizio di un poema scritto per due ragazze, due sorelle, Constance Gore-Booth e sua sorella Eva. E Lissadell è la casa dove abitavano”. Edna O’Brien cita a memoria pochi versi di Yeats, spiegando con metrica e parole la scelta del titolo del suo romanzo, La luce della sera (Elliot, pp. 320, 17,5o). Poi aggiunge che la luce della sera è quella che vediamo prima della notte, l’ultima luce che illumina e risplende prima della fine.

Due, come nel poema di Yeats, sono le protagoniste del romanzo, pubblicato in America nel 2006 e oggi in Italia nella bella traduzione di Cosetta Cavalcante. La prima donna, Eleanora, è un alter ego dell’autrice, che in forma romanzata e mai ripetitiva racconta accadimenti e personaggi autobiografici e parzialmente noti a chi da anni legge le sue storie (la partenza dall’Irlanda, un primo matrimonio finito in disastro, il primo romanzo e la vita a venire, con tutta la fatica che la conquista della libertà comporta). La seconda donna è la madre di Eleanora, Dilly Macready, alter ego a sua volta della madre dell’autrice, prosecuzione e origine della figlia, nel romanzo prossima alla morte (alla notte inevitabile che segue la luce della sera), autrice di lettere brillanti scritte alla figlia e riportate fedelmente nel romanzo.

“Le lettere che ho usato nel romanzo sono vere, sono le lettere che mi scriveva mia madre”, racconta oggi O’Brien, amatissima scrittrice irlandese, per Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”.

Continua O’Brien: “Mia madre mi scriveva quasi tutti i giorni. Le sue lettere sono dei capolavori, e questo malgrado fosse contraria alla scrittura, e al mio essere diventata una scrittrice. Si vergognava del fatto che scrivessi in modo così diretto del mio paese, della mia gente, di me stessa. Meglio: da una parte si vergognava, dall’altra era anche orgogliosa della notorietà che avevo raggiunto, del fatto che gente sconosciuta leggesse e addirittura apprezzasse i miei libri. Nei miei confronti era emotivamente divisa”.

Poi racconta, con la stessa devozione con cui l’ha riportata in vita nel romanzo, di come la madre, pur non avendo mai letto libri in vita sua, avesse un talento naturale per la scrittura. “A leggere le sue lettere è evidente che la mia scrittura in parte devo averla ereditata da lei. Aveva ritmo, e la sua scrittura era puro flusso di coscienza. James Joyce avrebbe amato le sue lettere. Io però quando le ricevevo, in momenti poco felici della mia vita, le leggevo di fretta e le mettevo via. Adesso le trovo magnifiche”.

 

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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