Improve-Mental-Clarity-Step-15

La lucidità come bene posizionale

di Christian Raimo

La maggior parte di persone che conosco o che non conosco e con cui vengo a contatto solo occasionalmente – la maggior parte delle persone che vedo intorno a me – è alterata: molti sono tremendamente stanchi, stressatissimi, in crisi profonda, prendono psicofarmaci regolarmente, sono rincoglioniti, portano avanti malattie cronicizzate che ne minano la vigilanza, hanno accessi di rabbia improvvisa, sono in burn-out, credono ai complotti, hanno attacchi di panico, sono dipendenti dai social network, sono ipocondriaci, sono workaholic, vivono una depressione mascherata o plateale da anni, sono pesantemente insonni, hanno paura di addormentarsi al volante, manifestano malattie psicosomatiche, eccetera.

Per la maggior parte di loro, la lucidità è una conquista. Che può essere raggiunta almeno momentaneamente con un’ora di sonno in più, con un doppio caffè, con una Red bull, con un’ora di yoga a settimana, con una seduta dallo psicanalista, con una call su skype con il coach, con una lunga telefonata di consigli con un amico, con un bagno rilassante, con venti minuti di meditazione che porti alla mindfulness, con una lettura attenta di una pagina di wikihow su internet (addirittura di una pagina su come migliorare la lucidità mentale), eccetera.

Ottenere, anche momentaneamente, anche parzialmente, questa lucidità vuol dire rimettersi un passo avanti rispetto a chi è invece alterato, stanco, nevrotizzato, delirante, ossia in una condizione psico-emotiva carente, uno standard che però è talmente diffuso da essere considerabile una norma. La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.

Se fino a qualche tempo fa, mi rendevo conto, quello che era inconsapevolmente richiesto dalla pervasività del Capitalismo era di essere performanti, ossia competitivi, ossia di dare il doppio di quello che davano gli altri, di dimostrarsi i migliori sempre, oggi lo status da ottenere non è un surplus rispetto a uno zero celsius che è quello del normale agire sociale – la performance, appunto, l’etica prestazionale. Oggi nella temperatura stagionale che è lo zero kelvin dell’alterazione cognitiva, il traguardo è ritornare a una lucidità che la maggior parte delle persone ha perduto, e che costituisce quindi un bene relativo, posizionale, appunto nella scarsità generale che si è creata.

Essere lucidi è diverso da essere razionale. È una dimensione sociale. Nessuno pensa di sé, se non proprio in momenti di mancanza di lucidità, “Io sono lucido”. La lucidità è un carattere che ci viene attribuito da qualcun altro. Carlo Fruttero raccontava, quando in vecchiaia chiunque lo incontrasse parlava poi di lui dicendo: “Ho visto Fruttero, sempre lucidissimo…”. Allo stesso modo cerchiamo di rintracciare in continuazione discorsi lucidi, solo brani di discorsi lucidi, parabole politiche lucide, anche discorsi privati lucidi, chiacchiere famigliari, intuizioni, dichiarazioni, status, post, che mostrino la lucidità.

Se essere razionali comporta una scelta e un’etica quindi (una phronesis come era per Aristotele), essere lucidi no: si può essere lucidi e coglioni, lucidi e stronzi (magari non volendo), essere lucidi e razzisti o sessisti o fascisti, lucidi e persino assassini. La lucidità è la bassa risoluzione dell’intelligenza, per usare un termine di Massimo Mantellini. Non richiede comprensione del passato e del futuro, non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.

Persino in queste ultime elezioni italiane, che si dicono vinte da populisti irrazionali, bisogna ammettere che la lucidità ha invece costituito un bene posizionale nella propaganda politica. Non ha valso molto la razionalità scientifica contro chi negava l’efficacia dei vaccini, né la competenza contro chi provava a dimostrare come le coperture finanziarie di certe promesse economiche erano insufficienti, o chi faceva notare le contraddizioni tra le dichiarazioni del giorno x e quelle del giorno y, o chi opponeva un controllo analitico delle notizie contro chi millantava l’enfasi delle fake news. Questa valorizzazione della razionalità politica sarebbe la pretesa di chi è convinto che sia la logica a costituire un valore aggiunto da un punto di vista sociale. Ed è oggi chiaramente un abbaglio.

È solo la lucidità che ha oggi un valore sociale. La calma con cui Salvini ha dismesso i panni del provocatore Ruspa-ruspa e ha parlato per tutto il tempo della campagna elettorale di buonsenso, la strategia per cui Beppe Grillo si è eclissato per dare spazio al grigio fervore di Luigi De Maio, uomo senza qualità, ma a suo modo lucido, apparentemente equilibrato nella tempesta che ci sembra di attraversare: non politici che sanno come rispondere alle sfide o alle paure della globalizzazione o alla complessità del mondo contemporaneo, ma persone che sembrano restare lucidi, non andare nel pallone. Come è invece è successo alla sinistra.

Questa lucidità è un bene posizionale, può essere una retorica del tenere la barra a dritta di fronte allo sbandamento di massa, oppure un privilegio che ognuno custodisce gelosamente come può: si può essere lucidi perché si è in un modo o nell’altro garantiti; la lucidità più che qualunque altro bene ereditato è una garanzia. Garantiti da un’educazione culturale ancora non minata dalla bile intossicante della frustrazione, garantiti da un cordone sanitario di persone lucide accanto a noi che riesce ancora a consigliarci al meglio che c’è, garantiti dalla possibilità di fare un’analisi o una terapia, dal tempo di riposare o fare sport, di fare il punto sulla propria vita. Chi ha questo tempo ha un vantaggio rispetto a chi non ne ha.

La lucidità sembra l’unico orizzonte per la nostra mente sottoposta a iperfatica. La lucidità non produce testi, opere, visioni, programmi politici, non coinvolge, non entusiasma: il prodotto tipico della lucidità è la to do list. Stendere to do list è una delle attività preferite delle persone oggi: fare il punto, non scordarsi le cose, rimanere lucidi. Stendere to do list dà sollievo, spuntare le to do list dà gioia. Un senso di appagamento tale che ci piace comprare quaderni e penne nuove, e scrivere delle voci delle to do list solo per il gusto di cancellarle subito dopo.

Preferiamo la lucidità al genio, alla brillantezza. Rispetto a una persona creativa che però non si rende conto della possibile deflagrazione che la sua opera può portare, finiamo per preferire una persona che invece si rende conto delle conseguenze, e che lucidamente rinuncia alle velleità o alle possibilità di fallimento della sua opera. Certo se ci pensiamo, poter fallire è proprio ciò che caratterizza il valore artistico di un’opera; ma questo ci interessa meno.

Attribuiamo status sociale a chi è lucido. Rispetto a chi non ha il welfare che ancora lo protegge, chi non si può permettere una scuola di superiori più agiata, chi non ha una famiglia equilibrata, chi non ha il tempo o i soldi o la cultura per permettersi una terapia, il possessore di lucidità è il modello da perseguire o da invidiare. Rappresenta l’autorevolezza.

Ma al tempo stesso – sottolineiamolo – la lucidità esclude l’immaginazione, la quale comprende sempre una certa dose di deragliamento, di consentimento all’irrazionalità. Per la lucidità le cose stanno come stanno, né più né meno. Chi è lucido si accontenta della fotografia della superficie, non indaga la struttura interna, non si serve di maestri del sospetto: Freud, Marx, e soprattutto Nietzsche, dei quali anzi sospetta al massimo grado. Non cerca la verità come scoperta, la verità come a-letheia; ma si sofferma sul fenomeno, e si convince della condizione pressoché immutabile della realtà, che sia quella sociale, economica, politica o morale.

La lucidità è una condizione preliminare all’agire in una dimensione pubblica, eppure oggi viene vista come una virtù altissima. Come l’onestà è una condizione preliminare per l’agire politico, e invece oggi sembra la condizione sufficiente ed esclusiva. La retorica egemone dell’opinione pubblica è costruita per prendere e dare legittimità a chi – coinvolto in una competizione sociale che tutti comprende – vince; e toglierla di fatto a chi perde. Ma chi vince è colui che è lucido, chi perde è colui che non lo è.

I fenomeni populisti recenti, dalla Brexit a Trump, dal grillismo alle nuove xenofobie, sono stati interpretati alla luce di una perdita di ragione pubblica. Ma, se ci pensiamo bene, la loro vittoria sul lungo periodo si manifesta proprio nell’accreditamento di uno stato di lucidità che può essere anche a sprazzi, e che nulla ha a che fare con la visione o l’intelligenza appunto. Il risultato allucinato, “di pancia”, della Brexit o l’inusitata elezione alla Casa bianca di Trump non troverebbero a distanza di tempo ancora una loro legittimazione se la premier May o il presidente Trump non l’avessero portata avanti, mostrando di poter fare a meno di qualunque strategia o intelligenza, ma con un’apparente consequenzialità: persino questa illogicità che non ci mette in discussione può essere scambiata per lucidità. Gli anni prima della crisi del 2008 ce l’hanno insegnato, si può vivere in un modo completamente drogato da una percezione di benessere economico e finanziario, ma possiamo dare per scontato che quella sia lucidità. E possiamo rivendicare la lucidità socialmente, il buon senso, come una ratio sociale da imporre: è quello che per esempio è stato fatto nei negoziati tra la troika e il governo greco nel 2015. Alexis Tsipras non raccontava di quando dopo giorni interi di discussioni sfiancanti, ormai deprivato del sonno, in uno stato al limite dell’allucinatorio, ammetteva che avrebbe accettato qualunque imposizione, come un torturato che confessa? La lucidità aveva vinto.

Così oggi assistiamo a capi di stati, come Trump o Putin o Erdogan che si possono permettere dunque di compiere atti totalmente insensati, privi di qualunque logica, proprio perché invece non è richiesta una giustificazione di questi atti in nome di un’intelligenza di fondo, di un piano di progettualità, ma è sufficiente che sia simulata una lucidità.

Per questo la lucidità deve essere visto come una sirena di Ulisse tra i valori che proviamo a evocare nel deserto dell’ideologia. Dona un sinistro conforto che non ci fa rendere conto di quanto siamo orfani di intelligenza e razionalità e phronesis, e – ahinoi – ci garantisce un classismo nei confronti delle masse di lumpenproletari che per condizioni materiali spesso non posso permettersi di costruire una dialettica di classe, ma soprattutto ci dà l’illusione antistorica che subire la realtà del mondo sia una scelta politica. Mentre invece, clamorosamente, è solo una condizione di schiavismo intellettuale.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
5 Commenti a “La lucidità come bene posizionale”
  1. Francesca Righi scrive:

    Forse anche Christian Raimo ha perso molta della sua lucidità : seguivo i suoi articoli e interventi con interesse e curiosità potrei dire che avevo preso a stimarlo. Ora i suoi scritti mi fanno stare male, mi genereno un malessere sterile. Scrive troppo e di tutto.

  2. Claudia Janneth Baquero scrive:

    La Lucidità ha due facce: da una parte c’è l’essere lucido (cercare chiarezza e intelligibilità) e l’altra è la lucentezza (capacità di riflettere la luce). Sono concetti correlati dal fatto che entrambi concludono con un riflesso superficiale. La lucidità (intesa come chiarezza) cerca di illuminare momentaneamente una strada come facciamo con i fari della macchina in una strada buia per evitare di andare a sbattere mentre la stessa lucidità (ma intesa come lucentezza) cerca di abbagliare agli altri (continuando con il riferimento della macchina sarebbe intesa come usare le luce abbaglianti contro gli altri in modo deliberato per farli andare a sbattere, intortarli). Magari la lucidità legata al ragionamento e all’etica sarebbe la migliore combinazione per esprimere un’idea, per capire quelle degli altri, per costruire ma purtroppo non è così. Mi ritrovo nella sua analisi del tempo presente. È interessante la sua riflessione sullo schiavismo intellettuale ma credo che più che intellettuale sia di mancanza di valori, di etica e di cuore.

  3. Emilia scrive:

    I fenomeni populisti recenti, dalla Brexit a Trump, dal grillismo alle nuove xenofobie, sono stati interpretati alla luce di una perdita di ragione pubblica. Ma, se ci pensiamo bene, la loro vittoria sul lungo periodo si manifesta proprio nell’accreditamento di uno stato di lucidità che può essere anche a sprazzi, e che nulla ha a che fare con la visione o l’intelligenza appunto.
    …ma cosa è questa? Vorrebbe essere un’analisi? Distinguere tra lucidità e scelta ragionevole è la crux of the matter? Bah che valanga di parole inutili. Dire che Trump prende milioni di voti perchè mostra lucidità mi sembra una stronzata colossale. Addio Raimo.

  4. aldebaran scrive:

    che articolo lunare e noioso

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento