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La mafia non è più quella di una volta. Nella Sicilia allucinata di Franco Maresco

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

“Forse non dovevo vivere così a lungo” mormora Letizia Battaglia, sguardo dolente da sibilla e caschetto lisergico, inquadrata da Franco Maresco in una sequenza de La mafia non è più quella di una volta.

Nell’obiettivo della Reflex che le pesa al collo ha visto scorrere decine di cadaveri di mafia. Una mattanza infinita, immortalata in prima linea, senza mai perdere sensibilità.

Oggi, varcati gli ottant’anni, a offenderle lo sguardo è la vacuità festosa delle navi della legalità, sbarcate a Palermo per l’anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

A nausearla, hit sudamericane balneari, coretti da stadio, girotondi di boy scout deportati da ogni parte d’Italia e una voce entusiasta, che da un palco ricorda la scomparsa dei due giudici.

“Ma quale scomparsi, li hanno ammazzati!” è il grido roco della Battaglia, prima di dileguarsi. Eppure, di sparizione si tratta: Falcone e Borsellino si sono dissolti come figure storiche, per diventare santini da ricorrenza. Non esempi da seguire, ma più comodi martiri da teca, come il Don Pino Puglisi oltraggiato anche da mortoL, con una statua troppo somigliante a Berlusconi. Segno di un Paese in cui la religione sconfina spesso con la grossolana idolatria, smarrendo ogni residuo di sacro.

Questo è quanto colgono gli occhi da Tiresia palermitano di Maresco: aprendo il suo disincanto allo sguardo vitale, pieno d’amore, di Letizia Battaglia, realizza forse il suo film più radicale e compiuto. Il cinismo programmatico si svela per quello che è sempre stato, fin dagli esordi televisivi: uno stoicismo da eretico, pieno di pietas.

Al centro del suo impasto di realtà e finzione Maresco ricolloca Ciccio Mira, già collaudato in Belluscone. L’indefesso organizzatore di feste di piazza, è direttore artistico di TSB, emittente rionale di Palermo, che nell’obiettivo di Maresco diventa la perfetta mise en abyme di un’Italia putrefatta dal calore dei riflettori.

Una società dello spettacolo permanente, con un’essenza ultima da baraccone da fiera.

Forse istigato da Maresco, l’impresario Mira pensa che se l’antimafia ha assunto i tratti del carrozzone allegorico, innocuo e di successo, sia giusto cavalcare lo spirito del tempo. Trasloca in blocco la sua scuderia di artisti  su di un palco, eretto nel cuore omertoso dello Zen, tra cubature di cemento e piazze di spaccio.

Sotto lo striscione Neomelodici per Falcone e Borsellino,  scomposti tuca tuca  di replicanti di Raffaella Carrà si alternano a country men con cappelloni a falde larghe, e chitarre scordate. Si riproduce, deformandolo, il linguaggio dominante,la retorica dei grandi media, svelandone il vuoto raggelante.

Il pezzo forte del Mangiafuoco Mira, il suo Pinocchio fragile, è Cristian Miscel, ragazzone con percepibili disturbi psichici. Il suo nostalgico pigmalione gli ha cucito addosso una storia da lacrima movie: il suo precario stato mentale sarebbe dovuto a un grave incidente stradale e al conseguente coma, interrotto dall’apparizione di Falcone e Borsellino. “Alzati e canta” gli hanno sussurrato in sogno i due giudici. E così ha fatto. Poco importa che i gorgheggi in autotune sembrino monocordi lamenti cibernetici: Miscel, è il replicante nemmeno troppo infedele,di tanti trapper patinati, inneggianti ai pacchiani lussi della malavita, celebrati da raffinati editoriali.

A Miscel e compagni, il “No alla Mafia” da scandire sul palco dello Zen, finisce per strozzarsi in gola, denunciando una contorta purezza, lontanissima dall’ipocrisia mainstream.

Nel finale, la voce antica di Letizia Battaglia lotta per non farsi seppellire dall’inno nazionale distorto in stile dance, sfumante del terribile remixhouse del Pinocchio comenciniano. Davanti al paese dei Balocchi di Mira, inghiottito dalla notte palermitana, il pessimismo di Maresco sembra irreversibile.

Ma è una tenebra vera, profonda. Come una scudisciata di energia, rende assetati di luce.

Giuseppe Sansonna (1977) è autore di cortometraggi e documentari, fra cui, oltre al fortunato Zemanlandia, Frammenti di Nairobi (su una bidonville kenyana), A perdifiato (su Michele Lacerenza, il trombettista dei western di Sergio Leone) e Lo sceicco di Castellaneta (sul mito di Rodolfo Valentino).
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