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“La mafia non è più quella di una volta”: intervista a Franco Maresco

Questa intervista è uscita in forma ridotta su La Repubblica, che ringraziamo

di Emiliano Morreale

Mentre fervevano i preparativi per la premiazione della Mostra di Venezia, dove il suo La mafia non è più quella di una volta ha vinto il premio speciale della giuria, Franco Maresco, rimasto a Palermo, ha staccato il telefono ed è andato a dormire. Insonne cronico, cerca di recuperare nei momenti più improbabili della giornata. Il suo documentario (ma è un documentario?) ha convinto una giuria internazionale, e non era scontato. Il film è infatti molto italiano, anzi palermitano: la cronaca di un anno, tra il 2017 e il 2018, visto attraverso due personaggi opposti: la fotografa e militante antimafia Letizia Battaglia, e l’impresario di feste di piazza Ciccio Mira. La prima, sgomenta davanti alle celebrazioni per la morte di Falcone, trasformate in baraccone; il secondo, pronto a cavalcare un’antimafia ormai innocua, alle prese con una manifestazione al quartiere Zen: “Neomelodici per Falcone e Borsellino”.

 Perché, per questo tuo primo film in concorso a Venezia, e anche dopo aver vinto un premio, non sei andato al Lido?

Una serie di concause. Di solito si migliora nella vita, invece le mie fobie sono tutt’altro che diminuite e ormai è un incubo spostarmi. E poi la mia presenza a Venezia sarebbe stata in contraddizione col film stesso. Il film parla di una mania diffusa di esibirsi, di stare al centro dell’attenzione, dai sottoproletari agli intellettuali. In particolare, non volevo portare Ciccio Mira a Venezia, lo avrei esposto a un fuoco di fila, ridicolizzato. Certo, dal film lui esce come una simpatica carogna; però io credo di essere stato leale con Ciccio, di aver giocato alla pari. Mi immagino già i giornalisti che gli avrebbero chiesto di ribadire il no alla mafia…. Mi vedevo già la macchietta. Metti insieme le fobie, Mira, e la crescente e conflittuale consapevolezza dell’inutilità delle cose che faccio come regista, e tira le somme.

A proposito, come ha reagito Mira?

Lui il film non lo ha ancora visto, in realtà. Ma ha una gran fiducia in me, ovviamente mal riposta, e le notizie dal Lido lo hanno rallegrato non poco.

Come hai conosciuto lui e Letizia Battaglia?

Letizia la prima volta che l’ho vista risale ai primissimi ’70, ero un ragazzino delle medie e lei aveva uno studio in un vicoletto di Piazza Marina. Era bellissima, una figura quasi da favola: capelli biondi, la gonna a fiori e gli zoccoli, la macchina fotografica, in una Palermo molto “maschia”, bella ma brutale. Ricordo poi di averla incrociata per un delitto avvenuto nel palazzo dove abitavo: un marito aveva ammazzato la moglie e ne aveva vegliato il cadavere barricandosi in casa. Quando aprirono la porta, insieme alla polizia entrò anche lei. La conoscenza vera, pensa un po’, è avvenuta vent’anni dopo, grazie a Goffredo Fofi, e scattò subito l’empatia. Lei disse subito a Goffredo: “Conosci un simile giovane con gli occhi verdi così belli e me lo tieni nascosto!”. Io mi sono sempre ritenuto oggettivamente un mostro, per cui come inizio non fu male. Da allora ci siamo frequentati, finché le ho dedicato un documentario, La mia battaglia, in occasione di una mostra due anni fa. Anche Ciccio Mira l’ho incrociato da sempre, a Palermo. Qualche feticista lo può trovare nello Zio di Brooklyn che canta “Chella là” in una festa di mafiosi. L’ho conosciuto meglio in occasione di Belluscone e, come si dice delle storie d’amore, da allora non ci siamo lasciati più.

Ti ha sorpreso finire in concorso e vincere un premio? A me sì, ti confesso: mi pareva un film difficile.

Se ha sorpreso te, figurati me. Non sapevo nemmeno se l’avrei finito, perché quando comincio un film non si sa mai cosa succederà. Ora si sta spargendo la voce che ogni volta che comincio un film scattino dei momenti di maledizione, di attasso (in siciliano: gelo). Il film però in effetti è difficile: lo dimostrano alcune recensioni straniere che erano (anche giustamente) abbastanza interdette.

Cosa ci ha visto la giuria, allora?

Boh, forse hanno colto istintivamente nella struttura bislacca uno spirito indipendente. I cattivi parlano di un cinema “brancaleonesco”. Io poi non conosco Paolo Virzì, ma mi riferiscono che apprezzava il mio lavoro ed è probabile che abbia aiutato la giuria a comprendere il contesto.

Nella parte finale del film viene tirato in ballo il presidente Mattarella. Il tuo era un attacco nei suoi confronti?

Non direi. La polemica era un po’ pretestuosa. A un certo punto, nel corso dell’anno raccontato, c’è la sentenza del processo sulla trattativa e io chiedo a Letizia come mai la cosa sia caduta nel silenzio di tutti, compreso il presidente della repubblica. Ora, è vero che le sentenze non si commentano, ma qui non siamo nello specifico di un fatto criminoso. Io mi riferivo a quello che la sentenza implicava, raggiungendo la conclusione che ci fu una trattativa tra una parte dello stato e Cosa Nostra. Più che una polemica, poi, era uno spunto narrativo per passare la palla a Ciccio Mira. Perché subito dopo gli faccio la stessa domanda e lui parte con un’apologia di Mattarella e un racconto scombinatissimo, su uno zio, un incidente d’auto, le passioni cinefile del presidente. Poi si scopre che in realtà vuole probabilmente chiedere la grazia per un congiunto che sta in carcere. Comunque, se fossi andato a Venezia mi avrebbero fatto domande solo su quello, spostando l’attenzione dal film.

Il tema del film mi sembra la fine dell’antimafia, che però è a sua volta sintomo di un caos più grande.

E’ un film abbastanza nichilista, una versione molto per i poveri della Società dello spettacolo di Guy Debord, un mondo dove tutto si è azzerato. E’ un film su una tragedia in corso, la mafia, di cui non si parla più, se non nelle fiction: nella più felice delle ipotesi (ti prego di cogliere l’ironia) l’antimafia ha il volto di Pif. L’idea, insomma, è che tutto si può fare, tutto è allo stesso livello: le fiction, le cerimonie istituzionali, i neomelodici. Nel film precedente, Belluscone, raccontavo i giovani sottoproletari che intendevano la parola “carabiniere” come un insulto. Oggi non c’è nemmeno più questo problema. E non perché sia penetrata chissà quale cultura della legalità. I ragazzi ti rispondono: “Mi piacerebbe fare il killer, ma se non posso, anche il carabiniere va bene”. Tanto sono comunque eroi da fiction, di un super-Blob.

 La tragedia di Ciccio Mira è però che lui ha sì fiutato l’aria, ma è un uomo del passato, e non è mica tanto convinto di farla franca. Infatti esita a gridare apertamente: “No alla mafia”.

In un passo surreale Mira spiega l’omertà come un tratto genetico siciliano, il che vale anzitutto per lui. Sebbene lui sia consapevole che “si può fare tutto”, ha nella genetica il timore e il tremore, come una sorta di appendice senza funzione. La prudenza, pensa, non è mai troppa.

Per vent’anni hai condiviso la tua carriera con Daniele Ciprì, con cui avete tra l’altro inventato Cinico Tv e realizzato il censuratissimo Totò che visse due volte. Da tempo ormai le vostre strade si sono divise. L’hai sentito in questa occasione?

In una coppia c’è sempre uno che cova più risentimento dopo la separazione. In questo caso io, ovviamente. Negli anni questo risentimento però si è diluito fino a scomparire. A volte Ciprì si fa vivo: lo ha fatto quando mi hanno preso in concorso, e lo ha rifatto adesso, con dei messaggi un po’ rigidi, che sembrano gli auguri che si inviano negli uffici per Natale. E qui scatta ogni volta un siparietto. Lui mi manda il messaggio, ma io ho un cellulare di vent’anni fa e non registro i numeri, cerco di ricordarli a memoria (il tuo ogni tanto lo confondo con quello di Ciccio Mira, che ha le ultime cifre uguali). Ai messaggi di Ciprì rispondo: Chi sei? Risposta: Daniele. Io: Grazie. Fine. Però rimangono quei vent’anni molto divertenti e molto… importanti.

 Domanda inevitabile: il film è un documentario o cosa?

Credo sia banale cercare di distinguere: questo è vero, questo no. Ecco: è un altro motivo per cui mi sono sottratto alle conferenze stampa. Io dico che il film ha una verità sua, e poco importa, a cose fatte, se una cosa è stata “incoraggiata” o si è presentata spontaneamente. La cosa paradossale è che le scene “documentarie” sono in realtà quelle a cui è più difficile credere. In fondo La mafia non è più quella di una volta parla proprio di questo. Io ho cercato disperatamente di dare una rappresentazione non tanto della mafia (altri lo fanno meglio), ma della trasformazione ineluttabile di un mondo, dell’imbecillità e cattiveria umane (io sono convinto che “i più sono malvagi”, come era scritto su un tempio dell’antica Grecia). Ciccio Mira è una scheggia impazzita perché cerca maldestramente e infelicemente qualcosa che è la negazione di se stesso: i neomelodici per Falcone e Borsellino. Qualcosa che sperimentiamo tutti i giorni nei reality, nei talk show, nella politica. Ho cercato di rappresentare la tragedia della mancanza di senso. E il solo strumento che avevo era il comico, il grottesco. Se poi uno mi chiede: a che serve? Dico: A niente.

Perché continui a fare film, allora?

E’ una contraddizione che riconduco alla mia nevrosi, a una disperazione che ha come alternativa il suicidio. E poi, non sono stato parsimonioso e quindi se non lavoro non riesco a mettere insieme il pranzo e la cena. Umberto Saba disse una cosa bellissima: le vite delle persone sono come quando ti abbottoni la camicia. Se sbagli la prima asola, è finita. Io evidentemente l’ho sbagliata. Il rapporto con gli altri ora mi è pesante (e credo che la cosa sia reciproca), vorrei avere soldi per non lavorare e fare quello che mi piace. Leggere, ascoltare il jazz non oltre gli anni ’60, vedere vecchi film. Mi servono poche cose: notte, silenzio, le cuffie se sento musica, e nessuno intorno nel giro di 1 km quadrato.

Solo film, libri e musica del passato, comunque.

Sempre. Io scandalizzo qualche amico cinefilo perché non vado al cinema. Posso fare una confessione? Non sapevo chi fosse Marinelli. Se mi fai 10 nomi di registi contemporanei, ne azzecco forse uno. L’unica persona che conoscevo di quelle passate sul tappeto rosso a Venezia era Julie Andrews. Con le cose veramente importanti che non ho letto, che non ho visto, mi sembra una perdita di tempo assoluta leggere, che ne so, Scurati. Ho 61 anni… Il piacere che mi danno John Ford o Billy Wilder non me lo potrà dare nessuno. Ti sembrerà assurdo, ma mentre giravo il film ho riletto con un piacere infinito I promessi sposi, che adoravo anche al liceo, quando rompevo i coglioni a tutti con le frasi di don Abbondio.

Spariamola grossa: Ciccio Mira è il tuo piccolo Don Abbondio.

Assolutamente! (ride)

E adesso?

Vorrei che se qualcuno mi assegnasse un vitalizio, una specie di Bacchelli privata (quella statale credo di essermela giocata). Ecco, lancio un appello con questa intervista: cerco disperatamente un mecenate per non fare nulla.

Commenti
8 Commenti a ““La mafia non è più quella di una volta”: intervista a Franco Maresco”
  1. Gattacicova scrive:

    Se Belluscone aveva ancora una sua ragione di essere, La mafia non è più quella di una volta purtroppo appare più come una resa da parte di Maresco. Sembra un film fatto con i refusi del primo, con un Ciccio Mira che non aggiunge niente a quello che già avevamo visto, e una Letizia Battaglia (personaggio ormai saturo mediaticamente) nel solito stanco ruolo di eroina (?) che le hanno appiccicato addosso. Altro che Debord… Maresco, dove è finito il tuo divino cinismo? E se Maresco e Marcello fossero il nuovo cinema paraculo? :)

  2. Wim Wenders scrive:

    Per quanto si trattasse di un film (forse meglio dire opera d’arte) difficile, riuscire a capirne così poco non è impresa da tutti. Complimenti Gattacicova, lei c’è riuscita/o.

  3. Gattacicova scrive:

    Lieber Wim, detto da te che di Palermo sei riuscito a non capire niente tirando a caso, è un vero complimento. Lasciamo stare l’arte (che brutta fine che hai fatto mamma mia). Maresco dimostra solo a se stesso l’implosione del suo metodo.Che non significa che il film sia da buttare. Poi se mi spieghi cosa c’è di tanto difficile, vielen Dank. Firmato Ciccio Mira (ah dimenticavo… bacioni al clan De Gaetano)

  4. Wim Wenders scrive:

    Che nickname nefasto per criticare il suo commento, touché!
    Devo correggere il mio commento: ritengo che l’opera sia una delle più belle poesie sull’abisso mai realizzate, ma questa è soltanto la mia opinione, valida tanto quanto la sua, che non andava criticata.
    Ciò che trovo inaccettabile è la critica all’uomo e all’artista, con la definizione di “paraculo”. Molto ironica se pensiamo a qualche suo partner/collaboratore che in passato ha mollato la barca per soluzioni più profittevoli…
    Maresco è un poeta, uno dei pochi di quest’epoca. Uno dei migliori, senz’altro. E sebbene non può sorprendermi che non venga colto, me ne dispiaccio. Paraculo mai e poi mai.

  5. Gattacicova scrive:

    Caro Wim, sono assolutamente d’accordo con te. Non è lui il paraculo, ci mancherebbe. Lui è un puro, uno degli ultimi. Sono i Ciccio Mira di tutte le specie che girano intorno (non ti insospettisce la trionfante accoglienza del film, capolavoro a tutti i costi, come Martin Eden d’altronde?) E la smettessero con ‘sti capolavori telefonati. “Parlare di un film vuol dire esaminare le conseguenze del modo specifico in cui un’idea è così trattata da quel film.” Badiou Adieu

  6. Nemo scrive:

    “Cerco disperatamente un mecenate per non fare nulla”. Speriamo non lo trovi. Belluscone è il miglior film italiano del XXI secolo. Dopo È stato il figlio (tiè!).

  7. Mara scrive:

    Un’interevista vera, un piacere leggerla

  8. Antonio Iddu scrive:

    Un film al quale ho offerto con piacere un po’ di tempo della mia vita e che non scomparirà subito dalla mia memoria. Coraggio, Franco. Non so esattamente perché, ma quello che fai (e non fai) è importante.

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