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«La mafia non può esistere, dove la giustizia per tutti è conquista, è coscienza collettiva»

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del lungo ritratto di Pio La Torre. Qui la prima e la seconda parte.

Gerardo Chiaromonte era colpito dall’ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all’Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L’antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l’unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell’accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

La Torre ammirava molto le qualità investigative e l’umanità del capo di una vera squadra mobile, che a Palermo di questo si occupò. Stimava l’acutezza delle analisi e delle indagini di Giorgio Boris Giuliano, che giungevano fin dentro alle banche. Giuliano, appassionato di pallacanestro, chiese di essere trasferito a Palermo, indignato dall’efferatezza della strage di Ciaculli. Specializzatosi all’Accademia dell’Fbi, a Quantico, aveva esperienza internazionale. Leggeva molto, anch’egli con il dono della curiosità. Mappò il territorio con i pedinamenti estenuanti dei suoi uomini sulla strada senza ausili tecnologici. Senza computer creò un vasto archivio, formidabile, per schedare le famiglie mafiose, risalire ad alleanze e ostilità. Giuliano si mise in testa di risolvere i casi Francese e De Mauro. Lo freddarono il 21 luglio 1979, dieci giorni dopo Giorgio Ambrosoli. Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche è una testimonianza lucida, che La Torre articolò sulle pagine di Rinascita il 16 novembre 1979.

«(…) Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell’attività della criminalità organizzata. Non commetteremo l’errore di appiattire l’analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutuare sistemi, metodi, e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa».

Giuliano con le proprie intuizioni seppe configurare lo scenario delle cointeressenze che superavano i confini isolani. Le strade conducono a Sindona, oggetto di numerose denunce di La Torre, alla P2 e alla mafia siculo americana. La Torre vedeva nella presenza dell’anticomunista Sindona in Sicilia nell’estate del 1979, il momento di raccordo tra la mafia siciliana, il mondo economico-finanziario e la mafia americana: «È provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l’assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l’assassinio di Piersanti Mattarella. I gangster siculo americani, che hanno accompagnato Sindona in Sicilia, hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di stampo anticomunista».

L’estate del ’69 è segnata dall’ingresso di La Torre a Botteghe Oscure, chiamato a Roma alla Commissione meridionale come vice di Amendola. Il partito fornì una casa in Via Panisperna. A Pio piaceva la Capitale, seppure non fosse uomo da salotti o da cenacoli per intellettuali.

«(…) Qualcuno della direzione del partito un giorno mi disse: “È un uomo rozzo”. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell’ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “Ammettiamolo, benché operaio”. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Io non l’avevo capito quell’uomo. L’ho stimato, apprezzato, ma non l’avevo capito. Un’occasione persa di cui pentirsi», dice Andrea Camilleri in un passo illuminante della prefazione del libro Chi ha ucciso Pio La Torre?

Alla sua morte nell’unico conto corrente erano depositate poche decine di migliaia di lire. Al costume pubblico corrispondeva quello privato. Così bloccò la possibile assunzione del figlio al Formez, Centro studi della Cassa del Mezzogiorno. Enrico Berlinguer, che nell’isola non aveva avamposti elettorali, lo volle nella segreteria con Napolitano, Chiaromonte, Minucci e Natta, apprezzandone la lungimiranza e la praticità. La Torre non era uomo da sconti. Lo estromisero dalla Direzione. Si era opposto al prestito miliardario del Banco Ambrosiano, che avrebbe dovuto salvare Paese Sera dal crack.

Pressò il partito quando sottostimava e declassava a fatto di periferia l’intelligenza della violenza mafiosa. Appartenne alla destra del partito, vicino a Giorgio Napolitano, ma non fu uomo condizionabile dalle correnti. Lo schema destra-sinistra nel suo caso non funziona. «Quando doveva gridare, gridava anche col capo, anche perché non aveva bisogno di adulare per potersi fare avanti, perché è andato avanti con la sua onestà, il suo coraggio, la sua asprezza anche», ricorda Girolamo Scaturro nel libro di interviste curato da Giovanni Burgio.

E si distinse dalla concezione paternalistica del fenomeno mafioso come frutto avvelenato della miseria. La Torre non si stancò mai di classificarlo quale un fenomeno di classi dirigenti, delle indicibili alleanze transnazionali col mondo della finanza e della politica: «La compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro, che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico). I membri della mafia rappresentano una sezione niente affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi possono anche entrare in contraddizione, nello svolgimento dei fatti con aspetti dell’attività della mafia stessa». L’antimafia doveva dunque essere una questione economica, politica, sociale e culturale; un aspetto della più generale battaglia di risanamento democratico della società italiana.

Nel 1979 il Pci organizzò la prima conferenza sulla mafia. Un convegno importante al quale prese parte Rocco Chinnici. Il quadro legislativo antimafia palesava la propria inadeguatezza. La legge 31/5/1965 n. 565, che prevedeva il soggiorno obbligato dei criminali fuori dalle rispettive aree d’influenza, si rivelò controproducente, allargando il contagio mafioso. La legge 22/5/1975 n. 152, che all’articolo 22 ingiungeva la sospensione provvisoria dalla amministrazione di beni illecitamente accumulati, rimase inapplicata per la difficoltà di accertare le situazioni patrimoniali.

Alla fine di quell’anno tragico La Torre confidò all’amico giornalista Alfonso Madeo di avere in mente una legge, che rendesse reato la sola appartenenza a un’associazione a delinquere di stampo mafioso, consentisse indagini patrimoniali e l’obbligatoria confisca dei beni riconducibili agli illeciti  perpetrati. Dagli atti di un convegno internazionale, svoltosi a Messina nell’ottobre 1981, le parole dello stesso Chinnici danno il senso del grave ritardo, dell’insufficienza dell’articolo 416:

«(…) Non ignoriamo le difficoltà che insorgono ogni qualvolta si tenta di dar vita al delitto di associazione di tipo mafioso, come nuova o diversa ipotesi delittuosa rispetto all’associazione per delinquere prevista dal codice; poiché, però, la mafia esiste come realtà criminosa e criminogena, non può il legislatore non prenderne atto e creare una nuova figura di reato. La mafia è una realtà assai complessa, una associazione sempre e comunque più pericolosa dell’associazione per delinquere prevista dall’art. 416. Associazione strapotente, destabilizzante, con campo di azione in tutto il territorio della Nazione con collegamenti all’estero, non vediamo come la stessa possa ancora oggi essere considerata alla stregua di una qualsiasi e comune associazione per delinquere. È difficile rendersi conto del perché di tale incongruenza.

L’insuccesso nella lotta contro le associazioni mafiose va ricercato nella inadeguatezza dello strumento legislativo. La mafia ha mutuato metodi propri del terrorismo di diversa matrice. Si deve stabilire che la mafia non solo è associazione per delinquere, ma associazione certamente più pericolosa e diversa da quella prevista dall’art. 416 CP e che pertanto, essendo di per sé per la sua sola esistenza un pericolo per la collettività, deve essere colpita con apposita norma sanzionatoria, anche indipendentemente dalla prova diretta che gli associati mafiosi abbiano specificatamente programmato crimini. La proposta che intendiamo formulare è di introdurre nella nostra legislazione penale la figura autonoma del reato di associazione mafiosa».

In quell’occasione Chinnici fece intravedere l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che oggi ancora arranca. All’epoca immaginò che i beni confiscati non potessero essere venduti o affidati a privati professionisti, in qualche maniera influenzabili, ma gestiti per esempio dall’Avvocatura dello Stato.

Nel frattempo, il 31 marzo 1980, Pio La Torre aveva già depositato alla Camera insieme ad altri firmatari la proposta di legge numero 1581, Norme di prevenzione e repressione del fenomeno mafioso e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo.

Quella che diverrà il primo serio strumento di lotta contro la mafia. Nell’esperienza di La Torre la separazione dei poteri statuali è stata sempre ben evidente, però i poteri distinti dovevano parlarsi. In nome di ciò costruì un dialogo produttivo con la magistratura più illuminata.

Per la stesura tecnica consultò due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si resero disponibili a fornire le proprie competenze al fine di redigere un progetto di legge efficace. Il legame nell’interesse generale con Chinnici fu stretto. Tante idee in comune (pool antimafia, banca dati, etc), urgenze, lo sgomento proprio dell’onestà e la solitudine. A Palermo La Torre lavorò con lui per migliorare la norma sul sequestro dei beni ai mafiosi e su quello che diverrà nel codice penale, sull’onda emotiva dell’omicidio di Dalla Chiesa, la fattispecie di reato riconosciuta e descritta dall’articolo 416 bis:

«(…) L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri».

Già la prima fase dell’impegno parlamentare di La Torre si era caratterizzata dalla vivace partecipazione ai lavori della Commissione Antimafia. Istituita nel 1962, e rimasta in carica per quattordici anni, partorì un rapporto finale deludente. Di quella inchiesta sopravvive una mole di documenti significativi e la Relazione di minoranza che, come evidenziato in precedenza, ripercorre i legami tra mafia e politica, in particolare nella Dc, e porta anche la firma del deputato Cesare Terranova.

«La mafia non può esistere dove la giustizia per tutti è conquista, è costume, è coscienza collettiva», sosteneva il magistrato che trascorse due legislature in Parlamento. Nella sua ottica per dare un apporto concreto alla lotta contro la mafia, era indispensabile ripristinare la fiducia nelle istituzioni, cominciando dall’allontanamento dai posti di potere di coloro che siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia.

Uomo cordiale e colto, ottimo giocatore di bridge, che comunista non era. Alle elezioni del 7 maggio 1971, su invito di Emanuele Macaluso, si candidò e venne eletto come indipendente di sinistra nelle liste Pci. Un borghese intellettuale, in rivolta contro la concezione clientelare e mafiosesca del potere, alla quale non si rassegnava. In un’intervista all’Ora, sette mesi dopo l’elezione, esternò il disincanto romano: «(…) Il primo contatto con il Parlamento fu per me molto deludente. Avevo la sgradevole sensazione dell’inutilità. Un’impressione iniziale deludente che si prolunga sulla Commissione. Mi aspettavo un ritmo di lavoro piuttosto serrato, sollecito. Penso che questa commissione funziona da ben nove anni, ma non può dirsi che abbia se non in piccola parte corrisposto all’attesa dei cittadini. Si procede in modo dispersivo».

Venticinquenne, nell’aprile del 1946, era entrato in magistratura appena ritornato dalla guerra e dalla prigionia. Assegnato dal 1958 al Tribunale di Palermo presso l’ufficio dell’istruzione penale. Dal 1963 con lui un autista speciale, il maresciallo cosentino Lenin Mancuso: «(…) L’onestà in uno scambio comunicativo lo unì al giudice Terranova, suo grande amico e modello di operato sociale sempre per fini di giustizia. Per nostro padre il Giudice divenne presto un mito e lo colmò di un’ammirazione non comune», nel ricordo della famiglia Mancuso. Nel 1971 il trasferimento alla Procura della Repubblica a Marsala. Istruì con lavoro metodico i primi processi di mafia, dai “corleonesi” alla strage di Via Lazio, ricostruendone la struttura organica. Fece processare e condannare all’ergastolo Luciano Liggio, latitante fino al 1974, per associazione a delinquere e per  l’assassinio di Michele Navarra. «Paura? No. Nella peggiore delle ipotesi mi possono ammazzare. Sì, lo so che Liggio ce l’ha con me. È una vecchia storia: risale al tempo in cui lo feci arrestare. Lui mi ritiene responsabile esclusivo della sua fine. E in effetti è così», dichiarò a Il Giornale di Sicilia.

Rifuggiva l’etichetta di eroe. Renato Guttuso riecheggiò l’amore del giudice per la vita, le sue passioni per Tamerlano e Gengis Khan, lo spirito eroico che metteva nelle azioni più piccole.

In un’intervista a Diario, pochi giorni prima di essere ammazzato, Terranova preconizzò: «(…) La più grossa connotazione che io darei alla mafia oggi è quella degli appalti. L’appalto delle grandi opere pubbliche e quanto c’è dietro. L’argomento più interessante destinato a svilupparsi negli anni futuri». Lo uccisero il 25 settembre 1979, una volta lasciato il Parlamento, prima che potesse indossare ancora la toga all’Ufficio istruzione di Palermo. Si delineò come un vero e proprio omicidio preventivo, affinché non riversasse sulle indagini l’imponente documentazione e conoscenza sull’intreccio di collusioni maturata durante l’attività in Commissione.

«È certo comunque che si presenta ai nostri occhi un fenomeno nuovo che ha il carattere di una azione terroristica vera e propria e che porta lo stesso marchio in tutti e due i casi (Terranova e Giuliano). C’è poi un altro collegamento fra i due delitti, ed è rappresentato dal sempre saldo nesso fra mafia e potere politico. Nel caso di Boris Giuliano, il vicequestore stava indagando sulle incredibili fortune finanziarie di certi personaggi politici democristiani e sugli intrecci fra costoro e l’affare Sindona. (…) Qui intendo sottolineare che gli assassinii di Reina, Giuliano e Terranova hanno tutti e tre una matrice politica. Bisogna quindi cercare di individuare il gruppo politico mafioso che sta portando avanti quello che si configura come un vero e proprio disegno terroristico», La Torre a Il Mondo (26 ottobre 1979)

Berlinguer lo soprannominò un “siciliano all’estero”. La Torre da Roma non smise di seguire le vicende del partito a Palermo. Dopo l’impetuosa crescita, sancita dalla tornata elettorale del 1976 (dall’11% al 21% nell’isola), in Sicilia come nella Capitale si percepì la stanchezza dello slancio che aveva consentito al partito di ottenere il massimo storico. Dal ’79, quando alle politiche nel capoluogo il Pci ottenne il 16,86% dei voti mentre la Dc toccò il 47,91%, all’81 il Pci registrò numerose flessioni.

Pio sentì l’urgenza di tornare sul campo nella sua terra all’apice della violenza terroristica mafiosa. «Ero anche consapevole del fatto che mio padre avesse valutato il rischio e lo avesse ritenuto accettabile, in nome dell’obiettivo che voleva raggiungere. Non considerava il suo un atto di eroismo, ma una scelta politica, rispondente alla sua natura, perché questo era il suo modo di dare un senso alla sua vita», scrive Franco. Pio volle solo la scorta politica del partito e si ritrovò Rosario Di Salvo, amico e militante coraggioso, che condivise il martirio.

Con le dimissioni di Gianni Parisi dalla carica di segretario regionale, Giorgio Napolitano condusse le consultazioni fra i dirigenti. «Fui colpito e condizionato dalla straordinaria determinazione di Pio La Torre nel chiedere di poter tornare in Sicilia. Ero atteso da un Pio La Torre trepidante come se fosse alle prime armi, un ragazzo che era stato investito da compiti di direzione nazionale; era un parlamentare che aveva un peso, era nella Segreteria del suo partito, ma era trepidante in attesa di una decisione che lui, con tutte le sue forze, voleva fosse quella del ritorno a Segretario regionale», dice il presidente emerito della Repubblica.

Non mancarono i dissidi interni, non fu un passaggio indolore. C’era chi vedeva nel ritorno di La Torre un atto di conservazione della vecchia generazione. In realtà Pio era politicamente molto più giovane di tanti altri. Occorreva rifare il partito. Per dirla con Berlinguer: «In Sicilia devono cambiare tutti, anche noi comunisti». La Torre intese spazzare via le ombre del consociativismo siciliano. Andò in Sicilia a cambiare la linea del partito sulla Dc, per usare le parole di Aldo Tortorella.

Secondo Adriana Laudani ruppe i giochi alla parte che faceva politica intessendo buoni rapporti con la grande imprenditoria e le banche. L’esperienza dei governi di intesa e unità autonomista aveva straniato la base del partito, non interpellata dalle iniziative del vertice. La Torre verificò un ripiegamento verso il partito di opinione. Affrontò la questione dei Cavalieri di Catania, presupponendo un’ormai consolidata alleanza fra la mafia palermitana e il mondo economico della Sicilia orientale. Prese di petto nel suo stile l’opacità del mondo cooperativistico in odore di mafia con la tessera del Pci. Quattro giorni prima dell’omicidio all’Assemblea regionale approdò una proposta di legge di modifica del meccanismo di affidamento degli appalti sulla base delle indicazioni di La Torre. Come nella Relazione di minoranza attaccò il potere delle esattorie dei cugini Ignazio e Nino Salvo:

« (…) La Democrazia cristiana trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere che è dominato dalla famiglia dei Salvo di Salemi, che, come è noto, controlla le famose esattorie comunali. II congresso provinciale della Democrazia cristiana trapanese, tenutosi nel 1972, è considerato il punto di arrivo della scalata data dal gruppo Salvo alla direzione della Democrazia cristiana di quella provincia. La chiave interpretativa fondamentale del rapporto tra gruppi mafiosi e potere politico negli ultimi dieci anni in provincia di Trapani va ricercata, infatti, nella scalata del gruppo Salvo. Con i Salvo debuttava un nuovo impegno imprenditoriale in prima persona, dinamico, dei gruppi mafiosi».

Erano anni in cui i Salvo, polmone finanziario delle fortune politiche e imprenditoriali da Palermo a Roma, ancora passeggiavano dentro all’Assemblea regionale siciliana e vigilavano sulla legge di bilancio, affinché persistessero le agevolazioni all’apparato esattoriale siciliano nell’esercizio distorto della legislazione tributaria da parte della Regione.

Appena insediato in segreteria, nel settembre del 1981, comprese quanto il rilancio potesse essere connesso a un movimento di massa, che aveva già superato la fase embrionale. La Torre trascinò il partito, gli tolse gli indugi, nella battaglia pacifista contro l’installazione dei missili Cruise della NATO a Comiso. La collocazione geopolitica della provincia di Ragusa, di fronte alle coste africane, era strategica, perché allargava a Sud il raggio di azione del Patto atlantico. Da Comiso sotto il tiro dei Cruise c’era l’intera Africa settentrionale e parte del Medio Oriente.

Il Centro Peppino Impastato aveva promosso il comitato “Sicilia per la pace”. Ma al movimento mancava un coordinamento. La Torre ne divenne la bandiera, un ponte fra l’estrema sinistra e i cattolici. Il figlio della Conca d’oro si era dotato degli strumenti culturali per non scindere l’emancipazione del popolo siciliano dallo scenario politico-strategico internazionale. Alleggerì, nella lezione di Berlinguer, il partito dalla logica dei blocchi contrapposti. Classificò la trasformazione della Sicilia in avamposto militare quale un favore alle mafie, in odore di affari. La base missilistica era nuda, non c’erano infrastrutture, andava costruito tutto. A Comiso il paesaggio agricolo desertico era stato ridisegnato dall’introduzione delle coltivazioni in serra. Serre che garantirono un’enorme ricchezza. La mafia è attratta dal benessere e dalla presenza episodica lì si passò al radicamento.

Dalla Chiesa ritenne credibile l’associazione mafia-missili fatta da La Torre, constatando la massiccia presenza delle famiglie mafiose palermitane in provincia di Ragusa.

«(…) Sulla Sicilia gravano, oggi, tre minacce: gli effetti della crisi economica, il dilagare della violenza criminale e mafiosa e il suo intrecciarsi col sistema di potere egemonizzato dalla Dc e, infine, la trasformazione dell’isola in avamposto dello scontro fra i blocchi militari contrapposti. Sorge pertanto l’interrogativo angoscioso: quale destino si intende riservare al popolo siciliano in un Mediterraneo già attraversato da tensioni e focolai di guerra estremamente pericolosi? La Sicilia rischia di diventare bersaglio di ritorsioni in uno scontro che va ben oltre i confini e la concezione difensiva del Patto atlantico ed è contrario agli interessi nazionali. Ecco perché in Sicilia, più che altrove, balza al primo posto la esigenza di dare vita a un grande movimento per il disarmo e per fare del Mediterraneo un mare di pace. Noi ci inseriamo nel grande movimento che si sta sviluppando in tutta l’Europa con l’obiettivo di arrivare attraverso il negoziato a ridurre (fino all’opzione zero) le basi missilistiche a Est e a Ovest», da Pace e autonomia, base del rilancio unitario, Rinascita, 4 dicembre 1981.

Negli anni Ottanta la Sicilia diventò un crocevia internazionale dei traffici di droga e armi. Il 12 dicembre 1979 la NATO ufficializzò l’installazione in Europa di 572 missili Cruise, in risposta al dispiegamento da parte dell’Unione Sovietica di missili SS-20 e Backfire nei paesi aderenti al Patto di Varsavia. Il 7 agosto del 1981 il governo italiano rese noto l’accordo con la NATO. Due mesi dopo Comiso si risvegliò con la marcia dei trentamila, preludio ai trecentomila della prima grande manifestazione nazionale a Roma. Il 4 aprile 1982 La Torre firmò la marcia dei centomila a Comiso. La petizione popolare, con la quale si chiedeva al governo di sospendere i lavori di costruzione della base, voluta da Pio raccolse un milione di firme.  L’avanguardia siciliana del pacifismo europeo fu un successo politico.

C’è un altro passo del sopracitato ricordo pubblico dei figli di Lenin Mancuso, perito insieme al giudice Terranova, che commuove per la precisione e l’asciuttezza: «A questo punto, seppur con grande amarezza, ci rendiamo conto, che nostro padre costituisse per i disonesti troppo pericolo. Comprensivo con i deboli, inflessibile con i potenti. Quanto fosse grande la sua sete di giustizia». O per dirla con Leonardo Sciascia, l’assassinio di Boris Giuliano aveva marcato una svolta: l’eliminazione era più forte del rumore suscitato da un delitto eccellente, poiché lasciava un vuoto incolmabile. «Questa catena di delitti nasce dal fatto che la caduta dello spirito pubblico investe le istituzioni, quando da esse non diparte, a tal punto che fra gli individui preposti a sorreggerle, che scelgono di sorreggerle, coloro che inflessibilmente e fino in fondo vogliono compiere il loro dovere restano come segnati, segnalati, come isolati».

È il lunedì della Pasqua 1982. Emanuele Macaluso prepara l’ultimo pranzo con Pio e Giuseppina.

«Arrivò un po’ prima del pranzo, e non mi ricordo se fu prima o dopo mangiato che facemmo una passeggiata sul Lungotevere. Io abitavo in centro. Facemmo una passeggiata e mi disse una cosa che poi riferii ai giudici. Mi disse: “Bada che ora tocca a noi. Devi avvertire che tocca a noi”. E io gli dissi: “Ma hai avuto minacce?”. “No! Il mio è un ragionamento politico”. Cioè dal modo come erano avvenuti i delitti, quello di Terranova soprattutto, e tutta la sequenza, aveva avuto la consapevolezza politica di un disegno», evoca il leader comunista.

Trenta aprile 1982. Una pistola e un fucile mitragliatore Thompson. Una Honda 650 e una Fiat Ritmo; la prima taglia la strada, la seconda si accosta. Ventidue bossoli, quattordici di produzione francese del 1956, otto della Federal Cartridge Corporation, esplosi da una distanza di circa 50-60 centimetri. Rosario Di Salvo reagisce, sparando cinque colpi con la sua rivoltella calibro 38, proprio come Lenin Mancuso. Pio La Torre giace lì con una gamba fuori dal finestrino, quale ultimo atto di resistenza. Alle 9 e 26 in via Generale Turba finì tutto. Per la prima volta nella storia della Repubblica era stato ammazzato un alto dirigente comunista.

Sul luogo del delitto piombarono Giovanni Falcone e Rocco Chinnici, che poi dirà: «Ucciso con modalità tipicamente mafiose, sarebbe stato eseguito in attuazione di un disegno criminoso maturato in ambienti nei quali mafia, terrorismo politico e grossi interessi finanziari ed economici si fondono, nell’intento di porre ostacoli a quei movimenti progressisti che propugnano la libertà dell’uomo dallo strapotere economico-finanziario che lo soffoca». Nei suoi ultimi appunti, La Torre definì il liberismo selvaggio come un’accumulazione violenta che si serviva di azioni sanguinarie. Liberismo selvaggio, nella cui ideologia rintracciava il terreno di coltura del dominio della mafia.

A Roma, a Botteghe Oscure, Berlinguer era in una riunione con gli operai dei cantieri navali di Palermo. Non poté trattenere la commozione. A Roma, a RadioBlu, squillò il telefono di servizio. Franco rispose e ringraziò. Il tempo di riappendere la cornetta ed entrare in quel luogo dove la memoria si mimetizza col dolore. La prima lacrima percorse il viso solo a Corso Calatafimi nella sede palermitana del Pci, davanti a quel corpo sfigurato. I capelli di Franco poi restarono sul cuscino.

Nell’omelia per il funerale di Giuliano, Salvatore Pappalardo citò il profeta Ezechiele: «Il Paese è pieno di assassini». Per poi aggiungere: «E di troppi mandanti e favoreggiatori che circolano alteri e sprezzanti». Il 12 gennaio del 2007 la Corte d’Assise di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze, che ha individuato gli autori materiali dell’omicidio. Fra i quali Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, coinvolto in quasi tutti i delitti eccellenti a Palermo. Un soldato mica tanto semplice che sedeva nella Commissione e concorreva alle decisioni dell’organismo di vertice di Cosa Nostra. Scomparso nel 1985, il suo corpo non è mai rinvenuto. Le rivelazioni di un collaboratore di giustizia identificano i mandanti dell’omicidio nelle persone di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Il pentito Marino Mannoia ha messo a verbale che nella realizzazione dell’omicidio «la mafia aveva svolto solo un ruolo di manovalanza e che i veri mandanti erano da ricercare altrove» e che l’omicidio di La Torre sarebbe rimasto «uno dei più grandi misteri d’Italia». Nel quadro della sentenza l’impegno antimafia è il movente della condanna a morte. «Restano senza risposta i filoni di indagine che rimandano a convergenze di interessi più ampi, quelli tra politica ed economia, sia a livello nazionale sia internazionale, e quelli riguardanti geopolitica, politiche di sicurezza e difesa, toccati dall’ultima battaglia pacifista contro l’installazione dei missili», conclude Franco.

«Nei giorni successivi l’omicidio, sognavo mio padre. Mi parve, anche, di vederlo». Oggi Pio La Torre lo possiamo sognare vivo nei luoghi di frontiera, dove ha sempre osservato il dettato costituzionale e tutelato la democrazia italiana. Lo possiamo immaginare vivo sui beni confiscati alle mafie e riutilizzati con finalità sociali. Lì a difendere col suo sorriso e l’energia inesauribile l’unico riscatto possibile.

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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