Antro_della_Sibilla_cumana.1

La Magna Grecia in Campania, prima parte

Antro_della_Sibilla_cumana.1Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. Nelle prossime settimane pubblicheremo la seconda e la terza puntata. (Nell’immagine, l’antro della Sibilla a Cuma)

LACCO AMENO (Ischia). Arrivarono cantando i versi di Omero. Era il 770 a.C. e avevano navigato a lungo da Eretria e Calcide, le due principali città dell’Eubea, la lunga e sottile isola a est dell’Attica, ai greci oggi nota come Evia. L’isola in cui si fermarono, il primo insediamento di quella che sarebbe stata ribattezzata Megàle Hellàs, ossia Magna Grecia, la chiamarono Pitecussa e adesso è per tutti Ischia. Il ribollire di acque, fumi e fuochi sotterranei lì per lì non li spaventò. Li spinse piuttosto a celebrare. Del resto quel che desideravano, più di ogni altra cosa, era ricreare le abitudini della madrepatria. Unirsi a sedere attorno a un tavolo, assaporando a turno da una coppa la bevanda inventata da Dioniso, il nettare che sovvertiva la memoria e apriva lo spazio dell’eros. Dell’Iliade, infatti, cantavano soprattutto i versi magnifici ambientati nella tenda del vecchio Nestore in cui Patroclo entrò trafelato a chiedere notizie di un compagno ferito: “Prima l’ancella apparecchiò loro la tavola bella, ben levigata, coi piedi di smalto, quindi sopra ci mise un cesto di bronzo, con dentro cipolla, compagna del bere, e anche miele biondo, e farina d’orzo sacro, e una coppa bellissima, che il vecchio si portò da casa, tempestata di borchie d’oro; i manici della coppa erano quattro, e intorno a ciascuno saltabeccavano due colombe d’oro, e sotto c’era un duplice sostegno. La spostavano a fatica dalla tavola gli altri, quand’era piena, ma Nestore, il vecchio, senza sforzo l’alzava”. Il simposio descritto da Omero si adattava bene alla vita e ai vigneti di Pitecussa. Così, nelle botteghe dei ceramisti che fiorirono sull’isola, i greci d’Eubea che diventavano d’Italia, commissionarono immediatamente esempi che evocassero la grandezza di quei tempi andati. Su una di queste coppe leggiamo ancora: “Sono la coppa di Nestore, è una gioia bere da me. Chiunque beva da questa coppa, costui subito il desiderio di Afrodite dalla bella corona lo prenderà”. È la più antica iscrizione greca in scrittura alfabetica (circa 740 a.C.), la più antica testimonianza di amore letterario e costituisce il gioiello del piccolo museo archeologico di Villa Arbusto, quella che fu residenza di Angelo Rizzoli, il capostipite, grande imprenditore dell’editoria e del cinema che negli anni 50 trasformò Lacco Ameno in un ritrovo di star del jet set. Oggi, di Fellini e compagnia restano le foto scattate dai paparazzi che ciondolavano fissi nei dintorni. Bagnanti annoiati li hanno sostituiti. Uomini e donne in cerca del riposo termale. Stranieri attratti dal ribollire delle acque, dai fanghi curativi, da quel rimestio sotterraneo che in un’eruzione vulcanica sbalzò fuori dal monte Epomeo la roccia conficcata in mare di fronte a Lacco che tutti conoscono come il “fungo”. Per i greci d’Italia fu infine quello il segno che li spinse all’abbandono. Immaginarono che sotto il cratere spento dell’Epomeo Zeus avesse sotterrato dopo una terribile lotta il corpo del mostruoso titano Tifeo. E che quando questi si agitava, fuoco e acque impazzite venissero fuori dalla superficie mettendo in pericolo gli abitanti. Così, dopo le eruzioni del 500 e del 474, l’emporio commerciale in cui era stata trasformata l’isola, con le sue fornaci per la lavorazione del ferro proveniente dall’isola d’Elba, cadde in rovina. E gli abitanti di Pitecussa si trasferirono in massa di là dal mare in cui Odisseo aveva respinto la tentazione delle Sirene.

D’altronde, anche Cuma era stata fondata da greci di Eubea. Solo da quelli di Calcide e della Cuma greca, però, perché nel frattempo in madrepatria Eretria era diventata nemica. A essi, attorno al 730, la rupe isolata di trachite era apparsa immediatamente come il luogo perfetto per un insediamento fortificato. La fertile pianura che si estendeva verso il mare e Pitecussa, la ribattezzarono con il nome dei campi in cui gli dèi dell’Olimpo avevano sconfitto i Giganti. I Campi Flegrei, infatti, sembravano adatti a suscitare contese. Le credenze più importanti però le avrebbero riservate a altro. E chiunque oggi arrivi a Cuma, senonaltro per sentito dire, la storia la conosce bene. La raccontò il poeta che Dante avrebbe scelto come suo mentore in versi che volevano competere con Omero. “L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: / vi conducono cento ampi passaggi, cento porte; / di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla”. L’arrivo di Enea al cospetto della vergine apollinea il cui volto si sfigura è raccontato da Virgilio in parole che accompagnano il visitatore, chiunque esso sia. “A lei che parla così, davanti all’ingresso, d’un tratto / non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta; / ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia / di rabbia, sembra più alta e di voce sovrumana, / ispirata dal nume, ormai vicino, del dio”. Ma il volto, stavolta, è quello della custode di un sito archeologico che farebbe fortuna in tutto il mondo, il volto sfigurato dalla sorpresa di fronte al visitatore che ignora quanto scritto su un foglio svolazzante appuntato sul bussolotto d’ingresso: l’antro della Sibilla è chiuso. “È un anno e più, non lo sapevate? Ma voi andate, andate, andate su a vedere che è chiuso” ripete la donna. E perché andare? Sembra l’enigma tipico di Apollo. Gli stranieri che non colgono la sfumatura abbandonano prima di spendere i pochi euro d’ingresso. Gli altri, colpiti dall’ambigua sentenza, s’incamminano sullo stradino che brucia di sole. Di fronte all’ingresso dell’antro, una transenna sbilenca pretenderebbe di impedire il passaggio ma il segnale è chiaro. Si cammina nell’improvviso fresco della penombra umida spezzata da lame di luce delle aperture laterali. Un silenzio carico di mistero domina. Non si fa caso ai tubi innocenti che sostengono pareti messe in pericolo da infiltrazioni costanti. S’immagina solo la voce della Sibilla e l’enigma delle sue profezie. Soltanto sulla via del ritorno poi iniziano a rimbeccarsi voci di uomini che si domandano l’un l’altro se qualcuno abbia infranto il divieto. “Siete entrati?” domanda un custode a chi esce. Nessuno vuole ammettere l’evidenza. “E vabbuò” fa lui “Non si potrebbe” e intanto riaccosta la transenna all’ingresso. “Tanto non viene nessuno a aggiustare qui” mi dicono “Lo vedete dotto’? Ma poi è pericoloso? Se è pericoloso lo devono chiudere bene. Noi che possiamo farci?” Salendo verso l’imprendibile acropoli che nel 524 seppe resistere a una coalizione di Etruschi, Dauni e Aurunci, tra magnifiche rovine, spettacolari panorami e la quiete assoluta, l’unica idea però è ridiscendere. Scendere. Scendere giù verso quell’apertura al mondo sotterraneo che la Sibilla illustrò a Enea, mormorando: “è facile la discesa in Averno; / la porta dell’oscuro Dite è aperta notte e giorno; / ma ritrarre il passo e uscire all’aria superna, / questa è l’impresa e la fatica”.

Per scendere al lago su cui non volavano uccelli e che per questo gli antichi chiamarono Averno (a-ornon senza uccelli) basta seguire le indicazioni stradali e non confondere l’Arco Felice antico, l’immensa porta di accesso costruita da Domiziano, con le sue reduplicazioni moderne. Tornanti spingono giù e sempre più giù, verso il lago immobile. La strada che gli gira attorno ospita parcheggi, club, ristoranti, da una parte. Dall’altra invece diventa luogo che più che a Persefone sembra dedicato a Afrodite. Il ramo d’oro da portare nell’Oltretomba è introvabile. O forse adesso non scintilla più “nelle foglie e nel flessibile vimine, / consacrato a Giunone inferna” bensì dietro i finestrini che riflettono il sole e oltre cui lampeggiano bocche, gambe, movimenti lenti o improvvisamente velocissimi e scattanti, accompagnati da mugugni e grida inconfondibili. Poco più in là, la statale spinge verso quella che fu Dicearchia, la sub colonia di Cuma, oggi Pozzuoli. Il Quartiere Terra brulica di vita e le trattorie servono spaghetti fumanti. Ci si potrebbe fermare qui. Ma Cuma non smise di fondare città, nei dintorni. Quella che finì per oscurare tutte le altre fu chiamata “Nuova Città”, “Nea Polis”, per distinguerla da quella che aveva preso il nome di una delle Sirene, Partenope, ribattezzata “Vecchia Città”, “Palaia Polis”. Ma per trovare un briciolo della Neapolis antica, non è più possibile aggirarsi tra i suoi infiniti e leggendari vicoli. Stavolta si deve scendere davvero sottoterra. Benché nessun Enea, inabissandosi nel sottosuolo dalle parti di San Lorenzo Maggiore o di piazza San Gaetano, troverà mai più il suo Anchise, l’anima sfuggente all’abbraccio del figlio “pari ai lievi venti, simile ad alato sogno”. (1 – continua)

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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