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La malattia ci riguarda tutti

di Daniele Manusia

La scrivania che ha postato il mio conoscente, al primo giorno di isolamento su Instagram, è di legno scuro, sottile. Forse è una scrivania modernista, non lo so, ma è molto bella e la sua superficie è molto curata: ci sono dei fiori, una lampada, dei quaderni, delle tazze, una brocca e altri oggetti messi lì con il solo scopo di permettere allo sguardo di riposarsi. Nello spazio vuoto al centro, immagino, andrà il computer per lavorare da remoto. Questa è una scrivania che è stata usata poco, guardata, contemplata, parte di un progetto estetico più grande che esprime la personalità di chi la possiede. È una scrivania che sembra stata comprata apposta per essere presa in foto durante un periodo di lavoro in quarantena. Vicino c’è una libreria con i libri un po’ storti, alcuni fuori posto, libri vissuti, se non proprio vivi con una loro libertà di movimento.

Quando mio padre è morto sul tavolino davanti al letto singolo, un pezzo di plastica con delle gambe di plastica, nel suo appartamento seminterrato di trenta metri quadri, c’era spazio solo per l’aerosol, la tazza dove aveva fatto colazione con té e biscotti, in attesa che la donna delle pulizie che lo aiutava, oppure io, oppure mia sorella, giela lavassimo (insieme al piatto, la pentola, la forchetta e il coltello sporcati la sera prima e lasciati nel lavello). Sotto la scrivania, in terra, c’erano i quaderni in cui, fino a poco tempo prima, scriveva poesie. Questa è una scrivania usurata, quotidianamente sfruttata in tutte le sue (poche) potenzialità. Anonima, universale, sopravvissuta all’uomo che la utilizzava. Nella libreria vicino alla scrivania di mio padre c’era una foto di me e mia sorella, dei libri comprati a caso nel corso degli ultimi anni, in cui non leggeva praticamente più, e la sua collezione impolverata di Tex. Una ventina di numeri che oggi sono a casa mia a prendere la polvere in cima alla libreria in cui tengo i miei fumetti.

La scrivania da cui lavorava mio nonno era larghissima e sempre vuota ad eccezione di un paio di fogli, documenti che stava studiando, o di un giornale squadernato per bene. Era di legno massiccio, con un panno centrale, degli intarsi credo, sicuramente dei cassetti. Aveva un portapenne foderato in cuoio con dei tagliacarte di legno che aveva preso in un viaggio in Africa. Negli ultimi anni di lavoro aveva pochissimo da fare, era mia madre che mandava avanti l’azienda e che ha rimborsato i debiti prima di chiuderla definitivamente. Quella era una scrivania di una persona che ci aveva lavorato per anni Dopo aver smesso di lavorare, cioè di andare in ufficio tutti i giorni a leggere il giornale, firmare documenti e a parlare con mia madre di quello di cui dovevano parlare, mio nonno è durato pochi anni. Non aveva molti amici, molte cose da fare. Non lavorare, starsene a casa, anche se era libero di andare e venire (per lo più usciva per fare la spesa e andare al centro anziani), anche se io lo andavo a trovare quasi ogni giorno, anche se ogni tanto cenavamo o pranzavamo insieme agli altri nipoti, era stata una piccola morte. Una specie di malattia.

Mi vengono in mente queste tre scrivanie mentre guardo i diversi modi in cui i miei conoscenti coetanei, o più giovani, stanno reagendo allo stato di emergenza che viviamo in questi giorni. E mi viene in mente che ci sono molti punti di contatto tra l’isolamento, la malattia e la vecchiaia. Perché, anche se in questo caso ci stiamo isolando senza essere infetti con il virus del Covid-19, l’isolamento fa parte di molte malattie e di molte vecchiaie.

Normalmente si cerca di evitarlo il più possibile e mio padre è stato riportato il prima possibile in reparto dopo che un incidente lo aveva fatto finire in terapia intensiva. E a un certo punto, quando i dottori vedevano che non migliorava né peggiorava, se non dal punto di vista morale, lo hanno rimandato a casa, sperando che “la normalità” lo avesse rimesso letteralmente in piedi. “O nuota o affoga”, mi ha detto uno dei dottori, o forse è la mia memoria che ha aggiunto questo dettaglio, non sono sicuro.

Oggi, invece, abbiamo rinunciato alla nostra normalità per tornare in salute. Per non ammalarci, ma anche per non distruggere il sistema sanitario italiano. E dall’isolamento commentiamo ogni piccola novità che riusciamo a percepire: il tempo passa lentamente in casa, specie da soli; il tempo non è veramente libero in queste condizioni, quanto piuttosto vuoto. Sono due giorni, al massimo una settimana che non possiamo più andare al cinema e già facciamo gli elenchi dei film/serie tv/dischi/videogiochi che possiamo vedere per distrarci; elenchi che basterebbero per passare una vita in isolamento, non delle settimane (un mese, due?) e che grazie a internet sono sul serio a portata di mano (i libri, li consigliamo meno, perché ragioniamo come se sia qualcosa di inaccessibile e vogliamo essere il più democratici possibile). Ci consigliamo i film come se ci stessimo salvando la vita l’un l’altro, perché a casa è più difficile combattere l’ansia. Perché non succede niente, almeno non intorno a noi, e soprattutto non riusciamo a immaginare un futuro diverso. Un futuro migliore, di nuovo normale.

Anche mio padre alla fine passava le giornate, la parte in cui non dormiva o non faceva assolutamente niente (un pensiero che mi spaventa, anche perché io non l’ho mai visto non fare niente, non è possibile stare con qualcuno e non fare niente), su YouTube. Guardava video musicali o la tv in streaming. Ogni tanto qualche film. E anche mio padre condivideva con me le sue playlist, che a me facevano cacare perché c’era roba tipo Celentano o i supergruppi tipo quello con Mick Jagger e il figlio di Bob Marley. Anzi, non è vero che mi facevano cacare, mi facevano piangere quelle playlist, come qualsiasi cosa riguardasse l’isolamento di mio padre negli ultimi anni. Mi aveva cresciuto andando a trovare amici in giro per Roma, in negozi al centro, in bar di zone lontane che per qualche ragione lui conosceva, in uffici dove anche lui aveva sempre meno da fare mano mano che invecchiava ma in cui veniva accolto con affetto. E adesso mi parlava solo delle serie tv “crime” sulla rete pubblica.

Quando mio padre sosteneva di non avere il fiato per compiere pochi passi dal proprio letto all’armadio davanti (un brutto pezzo di legno di Ikea già vecchio e storto, con le ante mancanti, che abbiamo trovato in quella trovata da affittare in fretta e furia dopo che il primo ricovero in ospedale aveva escluso la possibilità che tornasse a vivere con dei coinquilini di trenta o quarant’anni più giovani) avevamo un solo modo di reagire. Che poi era il modo giusto. Ci incazzavamo. Io, mia sorella e la fiosioterapista che lo seguiva, dandogli degli esercizietti che lui nei giorni buoni eseguiva e che in quelli cattivi ignorava, riuscivamo solo a dirgli “Muoviti!”. Anche mio nonno era sempre più faticoso da convincere anche solo per fargli mettere le scarpe e andare al bar all’angolo. La domenica si addormentava davanti alle partite e il lunedì mattine gli raccontavo come erano finite. Se parlavo delle mie difficoltà lavorative, del periodo di merda in cui mi ritrovavo a diventare adulto, senza darlo troppo a vedere si spazientiva e mi diceva “Vabbè, datti da fare”. Quando si è iniziato a diffondere il nuovo coronavirus in Italia, a Milano, la prima reazione del sindaco e di moltissime persone che ne condividevano il messaggio è stata quella di dire ai cittadini: “Muovetevi”. Perché questo voleva dire “Milano non si ferma”, no?

Abbiamo un’idea di vita, di vitalità, che è sempre esteriore, materiale. Anche quando il virus che stiamo combattendo sembra esserci stato mandato per punire il nostro stile di vita continuiamo a ragionare con quella stessa struttura. Fino a quando è possibile, vedremo solo i pericoli esterni e soffriremo solo delle privazioni materiali a cui ci sta costringendo il virus. In questo senso ragioniamo con il virus come abbiamo ragionato con il terrorismo. Dopo gli attentati del 13 novembre 2015 ci siamo sentiti coinvolti principalmente su quel punto. Non diamogliela vinta, ci dicevamo. Continuiamo a uscire, a socializzare consumando. Non fermiamoci. Ma anche in quel caso era un modo come un altro per non vedere la reale entità del problema, che tirava in ballo quanto meno le disparità create dal neoliberismo globale, l’alienazione delle periferie metropolitane e l’integrazione di culture diverse da quella cristiana ed europea.

Il coronavirus ci dice il contrario di quello che la nostra società e il nostro sistema economico ci dicono ogni giorno: non muovetevi. Ci dice di avere pochi contatti fisici, e per la nostra cultura il contatto è solo fisico (l’alternativa semmai è il virtuale). Se smettiamo di “darci da fare”, di creare le nostre reti più o meno solide, sentiamo di perdere il controllo delle cose, la loro normalità. La ricerca – di lavoro, significati, soldi, esperienze, sentimenti – è un’attività intesa sempre in senso dinamico, come scavare a mani nude un tunnel in una montagna molto profonda o spingere un sasso in cima a quella stessa montagna.

Quella di mio padre era una malattia in parte fisica in parte mentale, come la vecchiaia non riguarda solo il deterioramento dei nostri tessuti. Anche il virus che temiamo in questi giorni attacca in parte i nostri corpi (solo alcuni) in parte i nostri pensieri (quelli di tutti). E dato che non possiamo fare niente per esteriormente (noi che non lavoriamo in un ospedale) la vera battaglia, la vera resistenza, dovrebbe essere interiore. Dovrebbe tirare in ballo la nostra creatività. La nostra vitalità. Non dobbiamo muoverci per forza, anche se non è facile stare fermi, ma non dobbiamo smettere di immaginarci come potenzialmente diversi, potenzialmente nuovi.

Quando mio padre era già molto malato io ho continuato a lavorare. Sì, insomma, almeno un po’ ogni giorno. Mi sentivo fortunato quando potevo accendere il computer, erano gli unici momenti “normali” delle mie giornate. Continuavo anche a postare sui social, anche quello mi sembrava contribuisse a far ritornare la normalità nella mia vita. Ma una parte di me sapeva che mio padre non ne aveva affatto di momenti normali, che lui era sempre isolato. Chiuso in quella stanza, senza la forza né la volontà di uscire. A lui i medici dicevano il contrario di quello che dicono a noi oggi, ma per lui era molto più difficile uscire e andarsi a fare due passi di quanto non lo sia oggi per noi il contrario.

Noi ci disperiamo perché non vediamo i nostri amici dopo una settimana, mio padre non voleva vedere più nessuno e ha rifiutato tutte le proposte di aiuto arrivate negli ultimi mesi, forse anni. Noi ci misuriamo la febbre un paio di volte al giorno per essere sicuri e ci chiediamo se questa specie di lotteria dell’incubo ci sorteggerà, anche se più che una lotteria è un destino che ci accomunerà, prima o poi, gli uni agli altri. Quello che abbiamo fatto di tutto per negare, non vedere, colpevolizzare, stigmatizzare (la malattia, la vecchiaia, la solitudine) adesso è la nostra nuova normalità.

Oggi ci consoliamo con le foto delle nostre chat di lavoro mentre vicino a noi, nostri amici, perdono quei pochi lavori che hanno. Ci consigliamo i film mentre qualche nostro amico ha un parente, un conoscente, che è stato portato via da casa come un astronauta entrato in contatto con un virus alieno. Qualcuno si lamenta dei figli che non lo lasciano lavorare da casa, mentre qualcun altro perde il lavoro. Eppure ci diciamo che stiamo tutti sulla stessa barca, che questo virus va “combattuto tutti insieme”. È ora di finirla con tutte le retoriche che vengono dal mondo del lavoro, che a sua volta ha saccheggiato e banalizzato ogni cultura gli fosse utile, da quella letteraria e filosofica a quella sportiva. Dobbiamo smetterla di pensare solo a come consolarci meglio, a come spingerci sempre in avanti. Oggi lo sappiamo: la cosa che ci viene più difficile è fermarci.

Quindi va bene farsi forza con le foto su instagram, per carità, scambiarci serie e podcast da consumare in questi giorni e sere inattive, ma quando tutto questo finirà dobbiamo ripensare molte cose (anche questo è un pensiero consolatorio, me ne rendo conto). La scuola, la sanità pubblica, le carceri, il nostro stile di vita, la politica. Certo. È urgente. Ma dovremo anche rivedere il modo in cui pensiamo alla vita e alla malattia.

Forse adesso che siamo stati tutti un po’ malati, potremo pensare di più, o meglio, a chi resterà malato anche dopo. Al nostro amico depresso, a quello che non trova lavoro, a quello che di lavori ne fa pure troppi, tutti mal pagati, agli anziani poveri che non riescono a uscire di casa, ai diritti delle persone imprigionate, a quelli dei migranti. Potremo cercare soluzioni reali, che modifichino la sua realtà esteriore ma anche quella interiore, anziché dirgli di muoversi, di darsi da fare. Dopo aver passato chissà quanti giorni chiusi in casa forse riusciremo a rifiutare i simulacri vuoti (svuotati dalla retorica) del dinamismo e della socialità. E magari provare a creare un sistema diverso, più solidale. In cui se non ce la fai non vieni abbandonato, non ti senti per forza di cose finito.

Se c’è una cosa che il coronavirus ha reso esplicito, ma che le persone che hanno vissuto la malattia sanno bene, è che non si ammalano solo il corpo e i pensieri di chi ospita il virus. La malattia ci riguarda tutti.

Commenti
2 Commenti a “La malattia ci riguarda tutti”
  1. andrea scrive:

    passo il tempo, da anni, misurando lo spazio e il tempo in cui non sto da solo. abito lontano. il mio problema principale è la benzina e i quaranta minuti che mi collegano agli affetti. da tre giorni sto fermo, quasi, e tutto intorno è quasi fermo. e mi chiedo quanto reggo, quanto reggerò, che scusa inventare coi carabinieri. dalla finestra vedo l’autostrada, solo pochi camion passano. provo a pensare che sia una occasione questa, ma non capisco quale.

  2. Nicolò scrive:

    Grazie per questa riflessione. Spero anch’io che questa pausa possa portarci verso nuove prospettive. Ma la prima cosa che dobbiamo capire è cosa significa veramente fermarci.

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