catari

La maledizione dei catari

di Davide Gatto

I catari, i puri. Esala da qualche piega nascosta dell’essere il veleno sottile della perfezione, è una sostanza inodore e incolore che scivola dentro i pori della pelle e raggiunge le reti neuronali e come un’artrite le irrigidisce, non un’artrite de-formante ma per-formante, persino le sinapsi si attivano in tempi e luoghi prestabiliti, brillano a intermittenza come le luci programmate lungo le piste di un aeroporto, fin dai meandri più inaccessibili della mente l’aderenza alla forma – all’idea, al suo senso pieno che è tutt’uno con la sua bellezza – è così totale che i catari ridisegnerebbero il profilo irregolare delle montagne, e quello frastagliato delle coste, se solo la tecnologia una buona volta li mettesse in condizione di farlo.

È facile riconoscerli i catari, percorrono le strade del mondo con una mappa nella sacca da viaggio, una mappa scialba solcata dalla linea rosso fuoco dell’itinerario, e sulla sacca la spilla l’adesivo o il nastrino identificativi – che nessuno abbia il minimo dubbio circa la parrocchia nella quale essi tutti rapiti si inginocchiano –, e nella sacca-distintivo ancora non possono mancare un set di taglierini e un barattolo di colla super adesiva, si sa quante cose si possono incontrare fuori dal loro posto, cose da taglia-incollare altrove, verrà alla fine il giorno in cui tutto sarà un foglio di Excel o di Word, nient’altro è il giorno del giudizio di quei fanatici dei cristiani se non la corretta redistribuzione di uomini cose emozioni sentimenti pensieri dentro un foglio di carta millimetrata, ogni infinitesimo quadratino tornerà ad essere la casa giusta per il suo giusto occupante, trent’anni di rivoluzione digitale stanno per realizzare la promessa di duemila anni di cristianesimo.

Ibridazioni mescolanze contaminazioni miscele e mistioni meticciati e sincretismi flessibilità e adattamento palinodie e compromessi, da tutto questo rifuggono i catari come da segni manifesti del maligno, oppure impugnano e alzano la croce del loro credo perfetto a sbarrare la strada – di qui non si passa –, e una volta alzata la barricata questa come per magia assume la stessa rigidità di pietra delle loro connessioni cerebrali, nessuno spazio viene concesso al dialogo, tutti sanno di quante e quali lusinghe e travestimenti è capace il maligno, niente di più facile che cerchi di ingannarti riconoscendo magari la validità di una tua idea o combattendo con coraggiosa determinazione una guerra che era tua ma che tu vittimisticamente hai disertato.

Hanno poi il loro linguaggio questi eterni devoti, parole scelte, il fior fiore delle parole, un vocabolario distillato chiuso in un’ampollina come una fragranza preziosa. Depositari del senso ultimo di ogni loro parola guardano torvo i barbari che la storpiano, commiserano con labbra irridenti gli incompetenti che non sanno quello che dicono – dio mio dio mio, perdona loro -, a volte, quando li prende la smania della profezia dischiudono appena appena la loro ampollina, seggono in trono – o, secondo i casi, davanti a una telecamera – e cantano l’inno della Verità dispiegata e il peana della guerra contro gli altri, tutti gli altri, vero miele profumato che si riversa nelle orecchie degli eletti e dei fortunati, vero veleno che intride le ossa e non se ne va più.

E come alle parole sono interdette risonanze allusioni evocazioni che consentano di tracciare sulla mappa nuove e inesplorate biforcazioni dall’itinerario rosso come un destino, così anche alle idee è negata l’impudenza dell’aria e dell’acqua – indiscrete sempre, di certo leggere e alla fine un po’ puttane –, così pronte a lasciare il loro posto per invadere spazi altrui, esse pure devono chiudersi dentro al loro carapace, coagularsi e solidificarsi e diventare sostanza adamantina, non più sostanza anzi ma pura armatura, all’interno la sostanza è morta da tempo ma il carapace d’acciaio temprato è inespugnabile, e questo conta per loro, per i puri, che l’armatura sia impenetrabile, neanche più sanno quando l’idea è morta, erano troppo occupati a difendere il fortino, gli ottimi catari, per accorgersi che da un pezzo dentro non c’era più nulla da difendere.

E se ancora la rappresentazione non è chiara, noi che in queste poche righe provocatoriamente indulgiamo in metafore metonimie e s-confinamenti sintattici come acqua e aria senza forma trascorreremo adesso dall’immagine del cataro-soldato a quella del cataro-sacerdote, una vita intera ad alimentare il fuoco sacro all’interno di un tempio vuoto come le vergini vestali, giovani ragazze sole e pure spendono il loro tempo di vita ad aggiungere un pezzetto di legno al focolare quando vedono la fiamma languire, a volte intensamente frugano nella memoria alla ricerca del senso di quel simbolo, ma nulla trovano se non che la fiamma va preservata in quanto fiamma, sarebbero disposte a morire per la purezza del simbolo, d’altronde ciò che è perfetto trova in se stesso il suo senso, dice il filosofo.

Ma non tutti i catari sono pronti a bruciare così la loro esistenza, come ciocchi di legno tra le fiamme di un fuoco sacro, la perfezione non può risiedere in un simbolo vuoto, deve esserci nella poltiglia irriducibile del mondo qualcuno di perfetto da prendere ad esempio e modello, l’ha detto quell’intelligenza cristallina di Cartesio che l’esistenza è un attributo della perfezione, e allora eccoli i puri tutti impegnati a foggiare santi ed eroi, persone morte da tempo o risucchiate nell’indistinto di un paese lontano o chiuse nel sancta sanctorum dei loro testi di ardua decifrazione, esistono, esistono i perfetti, i veri catari a cui ispirare la propria condotta di vita, il miracolo della transustanziazione è avvenuto e avviene, l’idea si è fatta carne e sangue, la chiesa dei puri e dei perfetti di ogni risma e latitudine si inchina al loro verbo e alla loro memoria, solo che memoria e parole figurano vuote anch’esse come il fuoco sacro delle vestali, stat rosa pristina nomine nomina nuda tenemus.

Vivo, sono imperfetto. Perciò odio chi non sa sconfinare, chi si conserva coerente ad ogni costo, chi in nome dell’idea sacrifica l’uomo, l’uomo che in noi stessi riconosciamo, senza attributi. Odio i catari i puri i perfetti.

(Il termine catari, volutamente minuscolo, prescinde dalla vicenda storica dei Catari, o Albigesi, e della crociata indetta contro di essi dal papa Innocenzo III. Il catarismo è qui evocato in senso etimologico ed è quindi storicamente applicabile agli scenari e ai figuranti più diversi: il miraggio della purezza è una costante antropologica.)

(Fonte foto)

Commenti
5 Commenti a “La maledizione dei catari”
  1. Alida Airaghi scrive:

    Egregio Davide Gatto, tra i Catari ossessionati dalla perfezione, purissimi e inflessibili, malevoli dalla lingua taglia e cuci, ligi ai comandamenti, fanaticamente devoti e bigotti, ci mette anche la sua buona mamma? Oppure la sua buona mamma appartiene ai gaudenti sconfinanti, vogliosi di godersi la vita nei suoi aspetti più originali e travolgenti (anima e corpo), farfalla volteggiante sui fiori più sensuali?
    Per quello che ricordo, i Catari erano una minoranza inoffensiva e quasi criptica, brutalmente sterminata o messa al rogo da un potere spirituale e politico allineato all’ortodossia, violento e fazioso, persecutorio e dispotico.

    Buona estate (cfr, Dichiarazione Universale dei diritti umani art.12).

    Alida Airaghi

  2. Davide Gatto scrive:

    Alida Airaghi, deve esserle sfuggita l’avvertenza di coda ( a mio giudizio superflua: evidentemente mi sbagliavo), che ad abundantiam incollo di seguito:

    (Il termine catari, volutamente minuscolo, prescinde dalla vicenda storica dei Catari, o Albigesi, e della crociata indetta contro di essi dal papa Innocenzo III. Il catarismo è qui evocato in senso etimologico ed è quindi storicamente applicabile agli scenari e ai figuranti più diversi: il miraggio della purezza è una costante antropologica.)

    Quanto alla madre mia, o sua, suggerirei di lasciare perdere.

  3. Alida Airaghi scrive:

    Non sono io che offendo, egregio, con coraggiose allusioni maschiliste.
    A ognuno le sue purezze e i suoi miraggi.
    Lasciamo fare a chi di dovere.

  4. Quindi i cristiani stanno per conquistare definitivamente il mondo grazie alla rivoluzione digitale? Mi scusi, ma con tutti questi “s-confinamenti sintattici” mi sono un po’ perso.
    Comunque ci penserò, ero convinto che ad essere pericolosi fossero gli opportunisti, mentre i puri si limitassero a creare un partito – pardon! Movimento – già autodivorato dagli opportunisti.

  5. Alida Airaghi scrive:

    Non sono credente, ahi ahi ahi.
    E sono convinta che spiare una persona e una famiglia incensurata per decenni sia un reato gravissimo (per non trovare niente, poi…)
    Che spreco, Di soldi, di fatica, di intellgenza, di cultura.

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