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La (mancanza di) morale in House of Cards e Game of Thrones

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui.

di Andrea Coccia

Nella seconda puntata della seconda stagione di House of Cards, come spesso accade, Frank Underwood guarda in camera e ci dice, come altrettanto spesso accade, una frase memorabile, che recita così:

Such a waste of talent. He chose money over power – in this town, a mistake nearly everyone makes. Money is the McMansion in Sarasota that starts falling apart after 10 years. Power is the old stone building that stands for centuries[1].

Il talento sprecato è quello del lobbista Remy Danton, i soldi l’obiettivo di troppa gente che bazzica le stanze del potere, e la determinazione che traspare dalla voce di Kevin Spacey e dal suo sguardo in camera è quella di un antieroe che quasi non ha rivali e che è pronto a tutto per arrivare dove vuole arrivare. L’obiettivo è il Potere, quello maiuscolo, quella «vecchia casa in pietra che resiste ai secoli», gioco del potere che ha una sola regola: non ci sono regole.

Frank Underwood è un maestro da questo punto di vista, e House of Cards un affresco a tinte forti, senza sfumature, dell’eterna lotta per il Potere, una lotta nella quale i buoni non soccombono, semplicemente non ci sono. Proprio per questo Frank, soprattutto nella prima stagione, è praticamente un dio, un supereroe che non teme rivali perché non ne ha. E che non ci sono regole lo dimostra dal principio, da quella prima scena che fa da incipit all’intera serie e che definisce i confini della morale di Frank: che non ci sono. Come non ci sono i buoni, perché House of Cards non è una serie per buoni. Non lo è Zoe, non lo è Russo, non lo è Doug, non lo è Claire.

Nella realtà, però, i buoni, i puri, gli onesti, i giusti esistono veramente, e perdono, perdono male. Nella lotta del potere sono loro le vittime sacrificali, carne da macello quasi ansiosa di immolarsi all’altare del Potere.

Sembrerebbe una sorta di paradosso, ma è Game of Thrones – una serie fantastica – che, meglio di House of Cards, ci offre il ritratto di questa sfida a senso unico, raccontando la morale in un gioco, quello del potere, che per la morale non ha spazio e, un gioco che, con chi è convinto del contrario, sa essere molto, molto cattivo.

Nella settima puntata della prima stagione di Game of Thrones c’è una scena importante. È un giorno luminoso, e nel giardino di King’s Landing si incontrano, per l’ultima volta prima del patibolo, Cersei Lannister e Ned Stark. Per evidenziare il rapporto di potere tra i due basta un tocco di regia: Ned è seduto, Cersei è in piedi. La prima inquadratura del dialogo è ripresa dal punto di vista di Ned, mentre Cersei si frappone tra lui e il sole. Ned è il buono per eccellenza, il ritratto dell’onestà, caratteristica fondante e condivisa da tutti i membri della casata degli Stark. È, quella onestà, la stessa che, nel primo episodio della serie, lo obbliga a sporcare la sua spada con il sangue del traditore e caricarsi sulle spalle il peso della violenza. È la stessa onestà che l’ha portato a King’s Landing, ed è la stessa, identica onestà che gli costerà la testa.

Anche nel giardino assolato di King’s Landing Ned è onesto e svela le proprie carte a Cersei, la minaccia. E si condanna. La battuta di Cersei è tanto definitiva da essere diventata il claim dell’intera serie. Direi che merita la citazione:

When you play the game of thrones, you win or you die. There is no middle ground[2].

Non c’è una via di mezzo, e George Martin non perde quasi mai occasione per dimostrarlo, regalando quasi sempre ai puri, agli onesti, ai giusti e ai buoni dei destini a senso unico. E se la testa dell’onesto Ned Stark verrà trafitta su una lancia ed esposta per settimane sulle mura di King’s Landing, a quasi tutti gli altri non va meglio: il buono per eccellenza, Robb Stark, in missione per vendicare l’uccisione del padre, onesto, coraggioso e cocciuto quanto lui, muore malino, e finisce con la testa del proprio metalupo al posto della propria. Forse ancora peggio finisce il più giusto di tutti, Oberyn, la cui testa esplode tra le mani del peggiore di tutti, Gregor Clegane, The Mountain.

Diverso, almeno per il momento, è solo il destino di Jon Snow. La sua testa infatti è ancora al suo posto, e speriamo che lì resti ancora un po’, visto che ci si aspetta grandi cose da questo ingenuo ‘bastardo’. Ma Jon, in più di un’occasione, proprio per la sua purezza, la testa la rischia sul serio.

Siamo nel Craster’s Keep, siamo beyond the wall. La puntata è la numero 5 della quarta stagione. Nell’assalto dei Night’s Watchers contro gli ex fratelli che hanno tradito il giuramento, Jon Snow, la sua onestà e il suo spadone si trovano faccia a faccia con Karl Tanner, un gran figlio di puttana armato di due spade corte. Il duello dura poco, l’arroganza di Karl Tanner diventa una piccola lezione per Jon, e, anche qua, merita la citazione. Mentre le spade corte di Tanner tempestano Jon, che si difende ma viene ferito, il traditore che si crede libero attacca Jon Snow anche a parole: «You know how to fight in a castle?» dice Tanner, che continua, «Some old man teach you how to stand, how to parry? How to fight with honor?[3]». Poi il quid, la frase definitiva della lezioncina sull’onore di Tanner, prima di disarmare Jon: «You know what’s wrong with honor?[4]» gli chiede Tanner, e intanto trasforma in pratica la sua lezione, sputando in faccia a Jon e facendogli uno sgambetto che lo butta a terra. È finita, Jon sta per pagare con la vita, quella tassa quasi inevitabile che i puri pagano al tavolo del gioco del potere.

Delle peggiori lezioni del liceo ricordo soltanto un momento, uno di quelli rari ma che ogni tanto accade, quello in cui il professore si decide a interrogare, ma viene interrotto provvidenzialmente dalla campanella. Jon Snow non è a scuola, anche se da Tanner ha imparato una bella lezione. La campanella di Jon Snow è la vendetta di una delle mogli di Craster, è il coltello con cui pugnala alle spalle Tanner e che salva la vita a Jon, che non se lo fa dire due volte e trafigge la testa del suo avversario.

Chissà quanto sarà stata preziosa questa lezione per Jon, forse non lo sa nemmeno George Martin, ma tant’è, perché la regola è immutata: i buoni, i puri, gli onesti e i giusti in Game of Thrones sono carne da macello, a meno che non intervenga la buona sorte, che è poi la più visibile forma di amore di Giorgione Martin per i suoi personaggi – più fortunati di quelli di Michael Dobbs di House of Cards, che quando sbagliano pagano. Sempre.

 

 


[1]. Che spreco di talento. Ha preferito i soldi al potere – è un errore che fanno quasi tutti, in questa città. I soldi sono l’appartamento cafone a Sarasota che comincia a cadere a pezzi dopo 10 anni. Il potere è la vecchia casa in pietra che resiste ai secoli

[2]. Quando lotti per il trono di spade, vinci o muori. Non c’è una via di mezzo

[3]. Sai come combattere in un castello? […] Qualcuno ti ha insegnato la postura, a schivare? Come combattere con onore?

[4]. Sai qual è il problema dell’onore?

 

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