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La mappa di “Un bene al mondo”

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Sulla copertina di Un bene al mondo è disegnata una piccola ed essenziale mappa. La mappa di un paese. Una macchia nel mezzo è la piazza. La chiesa si trova in alto, a destra. I boschi in cima. Poi un asilo, un bar, le case di due bambini. Il taglio della ferrovia. Il cimitero è in basso; più sopra, la freccia che porta “verso il confine”.

Nella finzione pittorica, la mano che l’ha tracciata è una mano infantile, anche se appartiene a Mara Cerri, una delle più talentuose illustratrici italiane. È stata pensata per sovrapporsi come una calcomania a quella del personaggio di cui è raccontata la storia, un bambino che non si separa mai dal suo dolore, ma quasi inconsapevolmente è finita per coincidere con la stessa mano dell’autore.

La mappa, allora, all’improvviso si è fatta adulta, e più vasta di quello che voleva in origine riprodurre: persino il romanzo che descrive entra a farne parte come un suo edificio o un frammento.
Perché? Cosa mostra per davvero questo disegno?
Un paese, s’è detto, secondo l’osservanza a un precetto classico: l’unità aristotelica di luogo in cui è ambientata la favola. Ma, a ben guardare, il paesaggio che racchiude è un altro, e più complesso.

Ogni vero scrittore, libro dopo libro, crea sempre una sua propria, irripetibile, topografia. All’inizio, la scala non è chiara. È come quegli studi in punta di matita in cui si scorge solo il bordo di ciò che riempirà il foglio e non si riesce ancora a intuirne il centro. Eppure il segno, sin dal primo tratto, è già esclusivo.
Borges invitava a non chiedersi di cosa si scrive o si è scritto, ma a porsi prima quest’altra domanda: come suona?

Mentre all’esterno veniva etichettato come narratore sociale, complice la sua attenzione ai problemi del lavoro e della scuola documentata in due reportage e in molti articoli, Andrea Bajani sperimentava il suo battito e a ogni giro di frase edificava case, incideva strade, le popolava, stendeva fili per i funamboli, tra un albero e l’altro…  Da Cordiali saluti in poi, il suo periodo assume la misura di un verso e come un verso va a capo. Quando uscì Se consideri le colpe ed ebbe l’accoglienza che meritava, a molti parve che Bajani volesse ritrarre la nuova geografia del capitalismo e della borghesia imprenditoriale italiana. E invece lui era immerso, silenziosamente, in un processo di progressiva rarefazione dei temi e della voce. Fissava con la pazienza di un agrimensore o di uno speleologo il piano del suo progetto: indagare le zone e il perimetro dello sconforto e del dolore; trovare il modo di rappresentarle. Ma ci sono voluti altri movimenti per comporre la figura per intero.

Nella mappa di quest’ultimo romanzo, ora, finalmente, si vede tutto. La scuola di La vita non è in ordine alfabetico. I boschi di Ogni  promessa. Il cimitero di Mi riconosci. Per questo Un bene al mondo è uno di quei libri che a volte accadono nella carriera di uno scrittore, ma solo a quelli che li perseguono ostinatamente e senza precipitazione. Perché definisce una forma, insieme al resto. Mette ogni cosa a fuoco. Contiene tutti i libri precedentemente scritti, e forse anche quelli che si scriveranno. Da una parte illumina, precisa e forse conclude un percorso narrativo, dall’altra si appresta a cominciarne uno nuovo.

Bajani è uno scrittore intimo e della risonanza, di quelli che sanno che le parole sono innanzitutto conchiglie prima di essere coltelli. Lavora la parola come un vasaio. L’atto di dispiegare una mappa, di aprirla sopra un tavolo, di sceglierla come immagine di copertina è un gesto decisivo. Ed è intimamente coerente che sia l’infanzia a marcare come una cerimonia questo passaggio alla consapevolezza. Il mondo non è più avvolto nell’equivoco, è riconoscibile e riconosciuto, si è rivelato per quello che è. E così anche la scrittura che lo ha generato.

Andrea è il paese di cui scrive. Il villaggio fantasma. La prima e l’ultima casa impresse sulla carta. Allo stesso modo di come la Lista di Safran Foer era Tachimbrod, in Ogni cosa è illuminata. È lui la macchia di inchiostro, la croce di confine, la cicatrice dei binari. Sono suoi la giacca dimenticata sopra un treno, e lo zaino su una panca.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
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