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La marea sono loro: Su “Piccola città. Una storia comune di eroina” di Vanessa Roghi

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di Massimo Palma

«E il più delle volte diede fuori dagli argini e raggiunse con enormi masse d’acqua la mia città, dopo aver devastato la campagna circostante». È un frammento di Aprire il fuoco di Luciano Bianciardi ad aprire il sesto capitolo di Piccola città. Sono tanti gli eserghi del libro – a De Gregori, a Guccini che dà il titolo, a Nick Drake e Neil Young si affiancano Oreste del Buono, Natalia Ginzburg e infiniti altri. Si sa: gli eserghi sono spesso un testo nel testo, una rete di rimandi per il lettore, ma anche una rete di protezione per l’autore, perché gli offrono il gancio per sviluppare un tema nel capitolo che segue, o semplicemente l’allusione nascosta, il rimando, magari l’eco sonora generazionale.

Ma Bianciardi, in questo libro che racconta una storia di eroina lontana decenni, è un caso diverso. Non solo perché è un conterraneo dell’autrice, che ha indagato la Maremma, l’ha attraversata e ha provato a renderla migliore, disseminando libri con un furgone scassato chiamato Bibliobus. Né solo perché Bianciardi è modello ‘altissimo’ di una persona d’infinita coscienza che ciononostante non ce l’ha fatta (pure in un campo tutto altro delle dipendenze come l’alcool), nel senso che il libro definisce con pudore e amore personale e intellettuale. Bianciardi è diverso perché in quell’esergo profetizza, parlando di Maremma al passato, un’inondazione, un affogare dei campi, che arriva alla città e la fa annegare. In questa “storia comune”, prefigura il profeta con lo sguardo rivolto al passato di cui parlava Benjamin ispirato da Turgot. Racconta la rottura degli argini.

E qui di marea si parla – di una marea di eroina che affoga una generazione. Bianciardi muore nel ’71, senza vedere quella marea montare, quando l’eroina si affaccia in Italia e quindi anche a Grosseto, la piccola città sua e dell’autrice che nasce un anno dopo la sua morte, trova la città allagata e da bambina impara a vivere sott’acqua.

La metafora dell’allagamento è la traccia – una delle tante – che serve per orientarsi in una narrazione eccentrica. Perché Piccola città è un libro agile e grave, un libro di storia e un libro di memorie, tracciate da una storica che ricostruisce e da una figlia che si pone domande e le lascia finalmente su carta, è un memoriale e una guida. È un libro di ricordi – alcuni locali, di un’Italia provinciale come se ne danno infinite, altri così familiari a chiunque sia stato bimbo nei Settanta e negli Ottanta da scoprirsi a divorar le pagine in cerca di altre orme di quel passato inghiottito dalla ruota del tempo.E quindi alle analisi, alle indagini delle ragioni dell’inondazione e dell’enorme ignoranza sociale ma anche scientifica, e infine politica, di cosa implicassero quei derivati sintetici smerciati dalle industrie e prescritti dai medici nei Cinquanta, nei Sessanta, si affiancano le emozioni ricordate di cosa significasse essere bambini allora, nelle case “di sinistra”. Di cosa voleva dire poter leggere Arturo e Clementina, l’albo femminista con la tartaruga Clementina che se ne va di casa, via dall’oppressione di ninnoli e oggetti che l’amorevole Arturo le carica sul carapace.

Piccola città è un libro di domande personali e politiche,su quant’era politico quel personale di una cultura di emancipazione (che vuol dire liberarsi dalla mano del padrone) enorme, viva, solidale, che presto ha visto prosperare,proprio dentro di sé, l’eroina (e quindi il ritorno sotto la manus, perché decide tutto la sostanza, non te). Molte domande restano senza risposta, altre trovano suggerimenti e direzioni con la sobrietà di chi da trent’anni – da quando è stata messa di fronte, all’improvviso, già adolescente, al tema dell’eroina in casa – quelle domande se le pone. Ma sono domande che riguardano anche chi non ha visto tragedie domestiche e amicali, chi le ha solo sfiorate, chi le ha fiutate nello stigma sociale appiccicato al ‘drogato’, mostro sociale, figura mitica e persino buffa, oggi, nell’immaginario infantile condiviso, delle caramelle di droga offerte a tutti fuori scuola per insegnarti dipendenza. Piccola città riguarda chiunque c’era e chiunque ci sarà – perché l’eroina non se n’è “andata” neanche un po’, è solo diventata meno visibile, e riemerge nelle ondate di moral panic quando il politico sciacallo vuole la caccia all’uomo nero e l’altro politico si dimentica da dieci anni di convocare le conferenze nazionali sulla droga. Piccola città è un libro di voci, di citazioni, spesso e volentieri anonime, e la sua contromarea incalza, complica le cose, le risposte secche.

La domanda ad alta intensità che attraversa tutto il libro è semplice: perché proprio quella generazione si è data all’eroina? Perché quella generazione in lotta, dotata di ideali e di strumenti, coesa e sempre tesa, perché proprio quella, incerta se provare la rivoluzione subito o attendere ancora un po’, perché a un certo punto – ma è un punto ben preciso, 1972 mese più mese meno, e coincide con la nascita della bimba Vanessa che sarà storica, scrittrice, ma prima è l’adolescente che va a trovare il padre in carcere con le prime domande in mente – proprio quella generazione che voleva tutto, l’orda d’oro, sarà punteggiata del riflesso di plastica della siringa e del laccio, dall’ombra del cucchiaino sul comò, dei funerali disertati perché drogarsi è una vergogna e una scelta, e “se fai quella fine è perché l’hai voluto”? La tesi diffusa che Roghi discute è quella che attribuisce molte delle colpe a quell’operazione derubricata dai media, ma prima ancora dalla Cia, come operazione Bluemoon.

Spietata quanto basta, la Cia si mise in testa che il protagonismo politico delle generazioni post-68 si poteva debellare con un’ondata di eroina senza pari. Perché se Marx aveva ben inquadrato quale fosse l’oppio dei popoli, non aveva certo previsto che i suoi nipoti politici potessero abbandonare la lotta per darsi a un oppiaceo.

E quindi – recita la tesi monocausale – ecco la ragione per cui un paese col “partito comunista più grande d’occidente”, con una falange a sinistra di quel partito che si allarga e osa sempre più, in un momento tesissimo dove pezzi di Stato collaborano attivamente a bombe e attentati (i magnifici anni Settanta), vede in un decennio svuotarsi del tutto o quasi la forza del movimento. Vede morire decine di migliaia, vede le siringhe ficcate in ogni albero di ogni parco, in città e in provincia, tra i poveri, tra i ricchi, tra i borghesi.

La tesi non piace a Roghi che la reputa non sbagliata (qualche indizio a favore esiste, e non è taciuto), ma univoca. Soprattutto, la tesi Bluemoon elude la domanda fondamentale, quella semplice che ha posto idealmente la ragazzina al padre quando ha dovuto scoprire tutto (che c’è un eroinomane in famiglia, che per farsi spaccia, che lunghi silenzi, epatiti e sparizioni hanno tutte, qui sì, un’unica causa). E la domanda è: perché tu, proprio tu che insomma avevi tutto – mettiamoci anche me dentro al tutto –, tu che ne sapevi gli effetti, che eri grande ormai, hai iniziato? Che bisogno, meglio che desiderio ha incrociato l’eroina? La domanda vale per tanti. Varrebbe pure per quel cronista di Repubblica, Carlo Rivolta, citato da Roghi e raccontato da un bel libro anni fa (L’Aspra stagione di Favale e De Lorenzis), che alla fine dei Settanta seguì il movimento e le sue sfaccettature, anche l’eroina, certo, e che nel 1982 morì, poco più che trentenne, lui cronista fenomenale, penna arguta, mente impegnata. E morì d’eroina.

Roghi se lo chiede per tutto il libro, insieme al lettore lontano ormai decenni da quella catastrofe generazionale, e ne riattiva la memoria, risensibilizza i margini bruciati di quei buchi neri personali. (Il mio – il tossico dolcissimo al piano terra del palazzo borghese di mia nonna, che “ieri notte” – mi spiegava mamma – “ha sfasciato il portone e stamattina ha chiesto scusa, poverino”. Finché poi un giorno è morto. “Muoiono tutti, loro”).

Apparentemente è successo: la marea d’eroina li ha ammazzati tutti, loro. O li ha riempiti di metadone, come da nuove disposizioni di legge del 1975, durante un dibattito ricostruito benissimo come duro e rapido – ma quante voci a dire, suggerire, magari sbagliando, Basaglia, Cancrini, Gervis –, perché ci si trovò a far fronte a un flagello (cui seguì un altro flagello, l’Aids, che gli era collegato).

Altri tempi. Ma di chi fu la ‘colpa’? Davvero il movimento cadde vittima di quel combinato disposto che fu la Legge Reale e l’operazione Bluemoon? Anche qui, usando la traccia sepolta nella sua infanzia sott’acqua, Roghi è scettica, vuole andare oltre la vittimizzazione, oltre la distinzione tra un soggetto di noi che si dicono prima eroi e poi vittime e la massiccia presenza di loro (loro la Cia, loro i potenti, loro lo Stato). Il problema, dice, è quello dell’esonero e della responsabilità non individuale, ma sociale, politica.

Attraverso aneddoti personali (il ‘capellone’ grossetano menato da militanti antichi perché capellone) e dibattiti d’epoca (sprangare o non sprangare gli spacciatori durante il festival di Parco Lambro, nel 1976?), Roghi mostra come anche gli altri loro creati da quel tic verbale e sociale che individua un soggetto anonimo, una terza plurale, pronto a colpirci, anche loro i tossici – i sempre più numerosi tossici del movimento che trovavano voce solo in assemblee marginali, o nelle lettere disperatissime su Lotta continua –, anche loro erano spiegati come“compagni che sbagliano”. Che rinunciavano a lottare per darsi al paradiso artificiale. Ma perché l’eroina diventa «il correlato oggettivo della perdita dell’impegno» (p. 129)? E perché su questa certezza si è radicato il pregiudizio che ha impedito di capire e di lottare meglio (e soprattutto di ridurre gli enormi danni)?

Un cenno di percorso è nel fornire un quadro sociale – non solo politico, non solo esistenziale (o anche artistico, à la Burroughs) – delle dipendenze. Bisogna cercare le radici dell’assenso all’eroina in quella stagione,di una patologia che si è diffusa a macchia d’olio – anche perché c’erano le condizioni, le cause materiali, c’era l’inondazione. E nelle trame sociali del vuoto di desiderio, nell’arresto del desiderio per tanti sembra riconoscersi un’eziologia possibile. Quella generazione – racconta il libro in uno dei suoi passaggi più bislacchi e più belli, chiamando in causa un must generazionale di allora come l’I-Ching – si era affacciata al possesso grande. A un percorso al cui termine poteva esserci una stasi serena, il disporre di beni in quantità, ma soprattutto del modo corretto di gestirli. Una società affluente, che s’immaginava il benessere nel modo più alto possibile, finisce per distogliere lo sguardo da quel quadro per affacciarlo alle vene. Scopre che bucarsi è bello, che l’eroina è un piacere immenso – ma non le prime volte, dov’è vomito e nausea, né le ultime, dov’è ricerca di un passato sepolto, ma quella serie infinitamente breve di seconde volte, incalcolabili, non riattivabili, di cui non si ha memoria certa.

L’eroina, spiega un testimone che prende il nome à la Paz di ‘Zanardi’, è una sostanza spaziale. Crea uno spazio virtuale enorme tutto tuo, una geografia verticale di possibilità interne e immense dentro al tuo angolino. Solo che in pochi mesi quel cantuccio diventa spazio sociale immondo, diventa marginalizzazione in una società di cui sei il fantasma, che ti vieta la parola prima che tu possa articolare risposte (può accadere, racconta Roghi usando voci tra infinite testimonianze, che con l’eroina magari ci si conviva). In quel lungo momento sociale – prima, molto prima del riflusso – l’eroina fu ricerca di uno spazio di immaginazione e di ottundimento dentro un’apnea dei desideri sociali. E, dopo, appena dopo, divenne dipendenza (“dà una dipendenza l’eroina paurosa”, dice l’ovvio che ovvio non era, la voce anonima di Zanardi). Così, chi verbalizzava il buco provando a dire la paura, la ripetizione del proprio scacco in quello spazio solo potenziale aperto dagli aghi, scopriva che la risposta era un silenzio, lo stigma, l’accusa, un cantuccio asociale, perché dagli all’untore, perché l’eroina contagia. E quindi nessun ascolto. Solo un loro. Loro “li dovevano arrestare”. Loro “ti dovevano guarire”. Lo suggerisce Vanessa Roghi: la collosa Lilly di Venditti in presa diretta sul reale – era il 1975 – metteva a fuoco non tanto la piaga sociale, ma la nostra voglia di scacco nel capire. Il nostro non voler capire, quando l’eroina è una storia comune, non di eroi e vittime, ma ordinaria e condivisa da più generazioni. E invece fateci caso: quella marea sono sempre loro.

Massimo Palma, romano, scrive, traduce e fa ricerca. Ha pubblicato Berlino Zoo Station (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino e Happy Diaz. La formazione musicale di una generazione che è stata ammazzata di botte (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e di recente un saggio dal titolo Foto di gruppo con servo e signore (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber, Walter Benjamin e Georges Bataille.
Commenti
Un commento a “La marea sono loro: Su “Piccola città. Una storia comune di eroina” di Vanessa Roghi”
  1. Vanessa Roghi scrive:

    grazie è una lettura bellissima che mi ha chiarito moltissime cose sul mio stesso libro

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