La mia diversità è di massa:
intervista a Walter Siti

di Francesco Borgonovo

Siti parla di tv con la confidenza di chi conosce pregi e difetti del mezzo, i momenti di verità e le grandezze del piccolo schermo (senza neanche dover ricorrere alle solite serie tv). Rompendo stereotipi e luoghi comuni e parlando dell’influenza (poca o troppa) della tv sugli scrittori italiani. Intervista apparsa su Link 10 – Decode or Die.

Davanti a casa di Walter Siti dovrebbe esserci la fila. Una bella coda, lunghissima, di pellegrini in attesa di abbeverarsi alla sua saggezza. Se c’è uno scrittore italiano che abbia saputo raccontare il nostro Paese – peraltro senza l’arrogante pretesa di farlo – quello è lui. E lo ha fatto parlando quasi esclusivamente di se stesso e delle sue ossessioni, creandosi un alter ego che per tre romanzi – Scuola di nudo, Troppi paradisi e Il contagio – ha scandagliato l’uomo e lo scrittore Siti in ogni dettaglio. Inoltre, gli si deve il più bell’incipit degli ultimi vent’anni di narrativa italica: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa”. Comincia così Troppi paradisi, il libro che più di ogni altro ha messo in scena, nella sua finzione e nella sua verità estrema, il mondo della televisione. Walter ha spiegato la tv nell’unico modo in cui era possibile farlo, raccontandone il funzionamento e concludendo (almeno così pensiamo) che il piccolo schermo non va capito, va semplicemente guardato.
Però purtroppo la fila davanti a casa sua non c’è. Abita a Roma, vicino a piazza Risorgimento, in un casermone che ha molto di popolare, ricorda un po’ la classica “casa della nonna”. Solo che il suo appartamento è foderato di libri e imbottito di foto d’uomini nudi col fisico scolpito, il collo gonfio e le braccia enormi.
Mi apre cordiale, in vestaglia, e mi fa accomodare in salotto. La prima cosa che mi chiedo è dove guardi la televisione (è anche il critico televisivo de La Stampa, dunque deve guardarla parecchio). Ma non mi pare che tra poltrone e divani ci sia un luogo privilegiato per l’adorazione del piccolo schermo.
Walter, oltre a guardarla, la tv l’ha anche “fatta”, come si dice di solito: l’ha vista dall’interno. Dunque non la può liquidare alla stregua di una “cattiva maestra” come fa la maggior parte degli intellettuali italiani. Gli butto lì la domanda: “Aldo Busi mi ha detto in un’intervista che hai lavorato con Alda D’Eusanio”. “No, ho lavorato per Al posto tuo, ma la D’Eusanio non lo conduceva già più. C’era Paola Perego, alla quale poi è subentrata Lorena Bianchetti. Ma dovevo solo scrivere le storie dei vari protagonisti. Io purtroppo la televisione non l’ho fatta quanto avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto lavorare per programmi mainstream. Ho lavorato anche con Enrico Papi, per un programma che si chiamava Jackpot. Però anche in quel caso non sono entrato a fondo nel meccanismo. Dovevo solo scrivere le domande, era un lavoro sporadico, ne mandavo da casa cento o duecento alla volta, e finiva lì”.
Quindi che programma scriverebbe oggi Walter Siti se ne avesse la possibilità (produttori all’ascolto, drizzate le orecchie)? “Farei un programma sull’alfabetizzazione sentimentale. Un po’ come il maestro Manzi, insegnerei a parlare dei sentimenti”. Beh, esistono già Love Line, Sex Academy, … “No, lì si parla di sesso, è diverso, ognuno se la gestisce per conto suo. Sui sentimenti ormai c’è un tale casino… E poi non vorrei soltanto parlare d’amore, ma anche di odio, d’invidia, di orgoglio, di euforia e di tanti sentimenti che rischiano di abortire prima di esser nati”.
Siti non ha perso l’ottimismo nei confronti della scatola magica: quando mi spiega il format che ha in mente sorride candido come un bambino, appare entusiasta. Eppure tempo fa, durante un’altra conversazione, mi aveva detto che lavorare dietro le quinte “è stata un’esperienza bella per l’intensità con cui si lavora; sempre con l’acqua alla gola, sempre con la tensione addosso, adrenalina a mille – in confronto, il campo letterario sembra una bocciofila per pensionati. Ma non buona quanto al valore di ciò che si fa, con la brutta sensazione che fossero più o meno tutti rassegnati alla merda”. Beh, la rassegnazione alla merda pare svanita.
E da spettatore, come si avvicina alla televisione Walter Siti? “Il mio programma preferito è lo zapping. Senza lo zapping entro in astinenza. Il momento che preferisco è quando mi metto un paio d’ore alla sera a girare i canali. Ho Sky e il digitale, arrivo fino a Current e poi torno indietro. La cosa più bella di questo modo di guardare la tv è che non aspetto i programmi, ci capito sopra. Per me, stranamente, la cosa che funziona di più è questa: il caso. Sono felice quando mi capita di guardare Jersey Shore o di trovare Chef per un giorno. Oggi sei spinto a programmare, a registrare tutto. Invece non sapere che cosa troverai sullo schermo è bellissimo. Io, per esempio, non affitto mai i film, perché poi guardarli mi sembra un obbligo. Invece l’aspetto liberatorio è proprio quello della casualità. L’opera televisiva che mi piace è dadaista. E non penso a Blob. Anzi, non mi piace perché lì la selezione la fanno già gli autori”.
Dico a Walter che tra i miei programmi preferiti c’è La Corrida. “Trovo che la conduzione di Flavio Insinna sia molto valida. Mi ricordo per esempio questa scena, che ora si trova su YouTube. Si esibisce una cantante scozzese, canta I Believe I Can Fly e Insinna si mette a piangere. Ecco, questo è lo specifico della televisione”.
Una delle accuse che più spesso vengono mosse alla tv, specie negli ultimi tempi, è quella di regalare una via preferenziale per la celebrità, una scorciatoia che tutti vogliono prendere. Non si tratta soltanto dei warholiani quindici minuti di fama, ma di qualcosa di più, del desiderio di “svoltare”, di cambiare vita senza fare troppa fatica. Tempo fa Siti mi offrì una definizione piuttosto cruda di che cosa significhi oggi “essere famoso”: “La definizione varia a seconda dei periodi. Il senso per cui, anticamente, si considerava famosa una persona – perché aveva fatto cose importanti, capaci di restare nella storia – è passato in sottofondo. Famoso è chi ha visibilità sui mezzi di comunicazione. Tutti si riempiono la bocca con la ‘società dello spettacolo’, ma ho la sensazione che non esaminiamo fino in fondo le conseguenze della definizione. Lo spettacolo è una forma d’arte e se viviamo in uno spettacolo vuol dire che le regole dell’opera d’arte valgono anche per la vita: per esempio, la non-pertinenza dei concetti di vero e falso, e il prevalere della forma sul contenuto”.
Ora però, sui giornali e nei talk si esagera con il moralismo sulle mamme che portano le figlie in coda ai provini per il Grande fratello o Veline. Essere famosi, dopo tutto, non è brutto. Anzi, può essere molto piacevole, e non capisco perché uno non possa legittimamente aspirare alla notorietà. “Certo che non è brutto. Il problema è un altro. Non voglio fare il moralista, ma mi chiedo: se poi ti va male, che genere di paracadute hai? Basta vedere che cosa è successo a chi ha fatto i reality”.
L’unico che è riuscito a distinguersi in modo netto è stato Pietro Taricone. Ricordo una considerazione molto intelligente di Tommaso Labranca: è stato l’unico a perdere il patronimico “del Grande fratello”. Era Taricone, non “Pietro del GF”. “Vero. È successo anche a Luca Argentero, che ha fatto un altro tipo di carriera. Ma gli altri?”. Gli altri si barcamenano fra serate, ospitate, ruoli da inviato… “Conosco la storia di uno dei partecipanti, non voglio dire il nome”. Me lo ricordo. Partecipò una volta a un programma domenicale Mediaset, credo che fosse il 2007. Raccontava che, dopo qualche sporadica apparizione, non l’avevano più chiamato, e non riusciva a pagare le bollette. “Ecco. Ha fatto un po’ di comparsate, la gente intorno a lui per un po’ l’ha favorito, dopo tutto era ancora famoso, era quello che aveva partecipato al Grande fratello. Poi è finita. So che è strafatto di droga, che se la pagava vendendo i vestiti che gli regalavano prima, quando faceva le serate. Per queste persone riadattarsi è difficile. Per un po’ sei famoso, ma poi devi vivere altri quarant’anni. Il problema vero è la mancanza di mediazioni. Il fatto di diventare famoso ti abitua a pensare che tu possa farne a meno. Un conto è se uno si costruisce quello che ha in una vita, ma se non lo fai poi riadattarsi è molto difficile”.
Siti ha curato l’edizione dei Meridiani Mondadori su Pasolini, si è sempre dedicato all’esplorazione e al racconto delle borgate. Una volta gli chiesi come fosse arrivato a interessarsi a questo mondo: “Mi occupo delle borgate”, mi rispose, “perché penso che siano il sintomo di qualcosa di più generale che sta accadendo. Ci sono dei modi di vedere la vita che per quelli che una volta si chiamavano sottoproletari erano delle verità date, cose naturali: l’assenza di futuro, l’impossibilità di programmare la propria vita, un misto di fatalismo e di imprudenza, il fatto che, in fondo, qualunque azione sia a somma zero, che non ci sia poi molta distinzione fra legale e illegale, che tutto si risolva con la frase, ‘E che problema c’è?’. Mi sembra che tutto questo si stia estendendo anche ad altri ceti sociali. Pasolini aveva previsto che la borgata si sarebbe imborghesita, io credo che la borghesia si sia imborgatata. Il futuro manca anche a loro, i figli vivranno peggio dei genitori, c’è questa mania di sognare in grande –vincere un sacco di soldi ai quiz, fare le veline – con la consapevolezza che tanto non si avvereranno”. Mi torna in mente, questa sua risposta. E gli domando se, in qualche modo, fare il calciatore o la velina rappresenti una possibilità di ascesa sociale per i borgatari, forse l’unica. Pur con tutti i rischi di cui abbiamo parlato. “Il fatto è che di borgatari veri, nei reality, non ce ne sono tanti. Sono quasi tutti piccolo-borghesi. Il borgataro vero non ci va, non riesce ad arrivarci. Credo che la percentuale di borgatari sia di circa il 10%”. Quindi aveva ragione, alla fine dei conti. Sono i borghesi che si stanno imborgatando, nei modi, nell’apparenza, non il contrario.
Però continuo a pensare che il medium televisivo possa aiutare. Senza la televisione, gli operai che hanno creato L’isola dei cassintegrati all’Asinara non se li sarebbe filati nessuno. “Però questo genere di cose ha la durata che hanno i fenomeni televisivi. È l’unico sistema per farsi sentire. Nel ’68 nessuno avrebbe pensato di salire sulla torre di Pisa come hanno fatto tempo fa gli studenti. Si andava nelle fabbriche, piuttosto. Questo genere di cose è saltato. Ora devi per forza finire in video o su YouTube”.
Abbiamo parlato di celebrità e di famosi. Troppi paradisi pullula di famosi, Walter li utilizza quasi come miti contemporanei, un po’ come fa Bret Easton Ellis in Glamorama o American Psycho. “Io utilizzo i ‘famosi’ nei miei libri per ottenere un effetto di realtà. Le celebrità – come quelle che compaiono sul canale E! Entertainment, alle quali non viene mai chiesto che cosa sappiano fare, basta che abbiano avuto mezz’ora di passerella in video – mi aiutano a riprodurre la mancanza di distinzione tra persona e personaggio, che esiste anche nella vita”. Il fatto è che questa distinzione fra persona e personaggio bisogna farla anche quando si parla con lui. Perché anche Walter Siti nei suoi libri si espone, racconta le sue ossessioni, perfino. Spesso scrive in prima persona e ha dato vita a un personaggio con il suo nome: “Nel mio ultimo libro, Autopsia dell’ossessione, metto in scena il mio opposto in tutto e per tutto. Sia fisicamente che psicologicamente. In questo, sicuramente, ho mostrato anche la mia ombra. Diverso quanto ho fatto nella ‘trilogia’: quel personaggio in effetti era un mio prolungamento”.
Ecco, in quel caso non hai giocato su quella che a volte hai chiamato “famosità”? “Non credo sia possibile fare un parallelismo con il Grande fratello o simili. Non pensavo che mi avrebbe fatto avere successo, questo gioco dell’esibizione. Anzi, ero convinto che mi avrebbe danneggiato, più che giovato. Specie all’università. E in parte è stato così. Chi invece va in un reality, lo fa per mostrare il meglio di sé. Credo però ci sia un punto in comune, cioè la mescolanza fra realtà e fiction, la stessa che troviamo nella televisione. Anche se, per quel che riguarda la tv, è meglio se il pubblico non si accorge della componente di fiction, mentre io cercavo di esplicitarlo. Forse la differenza è che la letteratura può permettersi di attraversare una cosa, ciò che non è letteratura invece la ripete. Se uno poi in un romanzo fa sul serio, non è detto che abbia fortuna. Troppi paradisi e Il contagio sono andati bene, con l’ultimo libro mi sono dato la zappa sui piedi. Non venderò molto. Non c’è nessun personaggio buono. Antonio Franchini di Mondadori mi ha detto che è un romanzo freddo, ostile”.
Restiamo sulla letteratura. Qualche volta, guardando reality come Jersey Shore o le serie tv americane, mi sembra che siano molto meglio dei romanzi, quasi che fossero la letteratura del futuro. “Posto che i protagonisti di Jersey Shore alla fine li baceresti, specie quello che lavora in gelateria, il mio preferito, sembra un bufalo…”. Cerchiamo di ricordarci come si chiama, ma non ci viene in mente. Siti va avanti. “Cose come Jersey Shore sono sintomi, non sono come i romanzi, molte scene sono casuali, è quasi come guardare la vita vera. Mentre il lavoro letterario crea strutture che si ripetono per secoli”.
E delle serie tv, che si può dire? “Mi piacciono I Soprano, quella dell’HBO sullo psicanalista, come si chiama… Sono come un bel film. Sono qualcosa di più e qualcosa di meno di un romanzo. Intanto hanno le immagini, poi partono da progetti commerciali, dunque qualche stereotipo lo contengono. Invece il libro ha un vantaggio: può essere una cosa che non assomiglia a nulla, pensiamo a Rimbaud… È difficile che lo stesso avvenga con un serial”. Chiambretti, del resto, diceva che in televisione non si inventa nulla. Restiamo ancora un po’ sui serial. Chiedo a Walter quali sono quelli meglio scritti e quelli che lo appassionano di più. Forse perché da un romanziere ci si aspetta che ami questi prodotti più strutturati e in qualche modo “profondi”. Forse il mio è solo snobismo. “Su questa domanda non sono preparato: non ho molto interesse per la fiction in tv, mi interessa di più la televisione che mischia il vero con il finto, il personaggio con la persona – quello mi sembra il lato della tv che più influenza il nostro modo di immaginare e di pensare, e che provoca le più devastanti mutazioni psichiche. Mi interessano i reality, i talk, i talent: la fiction, in fondo, non è che l’eterno feuilleton raccontato con altri mezzi. Detto questo, non c’è dubbio che alcune serie americane siano fatte a un livello di professionismo impensabile da noi, e con una presa sulla realtà molto più diretta. Soprattutto, mi pare che abbiano più coraggio nell’affrontare quelli che da noi si chiamano ‘nodi eticamente sensibili’, i cambiamenti nel costume, nella famiglia, nella società eccetera. Penso per esempio a una serie popolare come Glee, dove una delle protagoniste è figlia di una coppia di maschi gay, e un altro è un ballerino sulla sedia a rotelle. Non hanno paura di rovesciare stereotipi, affrontano i rapporti umani con crudeltà: i mafiosi vanno dallo psicanalista (ne I Soprano), le donne parlano apertamente di masturbazione (in Sex and the City), la famiglia appare come un nido di vipere (in Desperate Housewives e altrove). Da noi c’è sempre un’autocensura preventiva, un perbenismo vaticano: dominano lieto fine e morale edificante. Non ci sono neppure vere e proprie serie: sono filmoni alla Matarazzo, o commedie all’italiana, diluite e allungate”.
A me però Romanzo criminale è piaciuta. E parecchio. “La serie di Romanzo criminale mi è parsa meglio del film, se non altro c’erano facce più plausibili. Ma sulla faccenda del noir come nuova epica realista, e come unica forma romanzesca che sarebbe in grado di raccontare oggi l’Italia, credo che sia in atto un grande equivoco: non bisogna dimenticare che epica e romanzo sono due forme opposte di narrazione, come testimoniano grandi lavori critici. L’epica lavora sugli stereotipi (Achille piè-veloce, Ulisse astuto eccetera), non è realistica affatto e presuppone valori morali dati una volta per tutte (in genere una morale di tipo aristocratico). Bisognerebbe chiedersi quanto una morale troppo sicura di sé non finisce per nascondere, invece che rivelare, la realtà. Il gigantesco e sproporzionato successo (e insensato pullulare) dei polizieschi risponde a una voglia di ‘sapere chi è stato’ e a un effetto rassicurante su chi sono i buoni e chi i cattivi. Il romanzo, quello vero, fa l’opposto: non dà giudizi e non sa mai chi è stato”.
Mi pare che i reality show alla Jersey Shore gli piacciano di più. Allora insisto, anche perché li adoro. Cioè, chi non impazzisce guardando Teen Mom su Mtv? In ogni caso, la mia curiosità riguarda sempre la scrittura: mi sembra infatti che questi prodotti made in Usa siano sempre molto più lavorati di quelli nostrani, su tutti il Grande fratello. “La differenza principale, almeno rispetto ai due reality che nomini, è che là i protagonisti non sono confinati in un luogo chiuso; hanno rapporti con il quartiere e con il resto della società. Sono i protagonisti che hanno una caratteristica socio-antropologica speciale (la povertà e l’incidente della maternità precoce in Teen Mom, il coattume italo-americano in Jersey Shore) e la manifestano appunto nei rapporti con la vita comune. Non sono topi da laboratorio chiusi in gabbia finché non vanno fuori di testa. Da tempo sostengo che il reality è interessante quando è un prodotto di nicchia e non ha il problema dei grandi ascolti: più lo si spettacolarizza, più diventa un baraccone inutile e perde il suo significato di testimonianza antropologica (ricordo un bel reality condotto da Costanzo nel carcere di Viterbo, condannato dai bassi ascolti e per questo eliminato). In fondo è un problema di rispetto: l’altra sera Snooki, la protagonista più vistosa di Jersey Shore, era ospite di Letterman – due culture a confronto ma con reciproco riconoscimento. Da noi quelli che escono dal Grande fratello vengono trattati come pezze da piedi, spiati in camera da letto anche dopo che sono usciti, sommersi da ragazzi-immagine e troiette, messi alla berlina da improbabili opinionisti e da giornalisti scoopofili”.
Resta un’ultima cosa, forse scontata, ma in realtà mica tanto: secondo Siti, quanto sono stati influenzati dalla televisione gli scrittori italiani? E perché, nonostante tutto, della televisione si parla sempre male, al di là dei discorsi politici che ben sappiamo (la parola chiave è: Silvio)?
“Abbastanza poco: gli scrittori italiani che hanno un maggior successo di vendite mirano a fare ‘intrattenimento alto’ e quindi si tengono lontani dalla televisione che considerano troppo trash. Sono come quei voyeur che parlano male del porno schietto e adorano il burlesque perché sarebbe ‘meno volgare’. Forse però, inconsapevolmente, subiscono il fascino di uno degli aspetti più deteriori della tv, che è quello di annullare tutti i momenti morti e di voler avere a che fare solo con il ‘clamoroso’: è un bel po’ che nei romanzi italiani ‘da classifica’ leggiamo solo di vite e di eventi eccezionali, raccontati in stile vivace e ruffiano. Della tv si parla male anche giustamente, perché contribuisce all’imbarbarimento del cervello (favorisce la velocità, la voracità e l’eccesso); ma anche perché è diventata una metonimia di Berlusconi, e perché ci si vergogna della propria solitudine”.
La chiacchierata finisce. Difficile capire se davvero ho reso la profondità e l’intelligenza di tutto ciò che Walter ha detto. Penso di no. Penso che dovreste farvi rispiegare tutto da capo, da lui. Anzi, da uno dei suoi libri, che è meglio. Poi, male che vada, organizziamo una gita in pullman a casa sua, un piccolo pellegrinaggio: un euro a biglietto, così gli regaliamo l’intera collezione di Mad Men in Dvd, e magari si convince che è più bella di molti romanzi. Ma non dei suoi.

Fabio Guarnaccia è direttore di Link. Idee per la tv. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Collabora con Studio. Il suo primo romanzo, Più leggero dell’aria (Transeuropa) è uscito nel 2010.
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