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La mattina del giorno in cui mio padre, a tarda sera, morì d’infarto

Alessandro Giovannelli è un allievo della scorsa edizione del laboratorio di non fiction (e allievo della nuova edizione del corso biennale di scrittura) di minimum fax: questo testo è un estratto dal suo lavoro finale, che è stato pubblicato in Granturismo, il numero 66 di Nuovi Argomenti, e sul blog della scuola di scrittura e editoria di minimum fax, la qualità dell’aria.

di Alessandro Giovannelli

Mio padre era Alessandro Del Piero. Io sono Alessandro Del Piero. Non c’è soltanto il nome che accumuna me ad ADP, o il fatto che abbia sognato più volte ADP vestito da partita aggirarsi per casa e interpretare in tutto e per tutto il ruolo di mio padre. Ci sono le coincidenze, le sofferenze, l’espiazione. L’ultima volta che ho sognato ADP, lui mangiava da solo in un ristorante in un piano alto di un edificio brutto, in mattoni rossi da periferia inglese. Un tavolino in penombra, proprio all’ingresso del ristorante. Aveva indosso un insolito maglione di cotone verde acqua, con lo scollo a V. Insolito perché non so da cosa venga fuori, anche se so bene che il maglione di cotone con lo scollo a V è la cosa che più mi piace indossare. Per il verde acqua, invece, non ho proprio appigli. Era buio, potevano essere le dieci e mezzo di sera. Del Piero mi vede e mi riconosce, ci abbracciamo tanto, come vecchi amici, come padre e figlio o padre e padre o figlio e figlio. Mi sveglio che piango.

L’estate del 2006 inizia il 10 di giugno nel pomeriggio e finisce il 15 a mezzanotte. Prima: l’esame di diritto internazionale, la racchetta da tennis Wilson modello Roger Federer regalata da mio padre e appoggiata sul letto di camera, Moggi in Rai che dice Mi avete rubato l’anima, la coppa dello Scudetto alzata con le maglie rosse. Dopo: la serie B.

Trascorsi quei giorni in un camper troppo grande per quattro persone, vedendo Italia-Ghana in una pizzeria di Mentone (chiedendomi poi per ore se Vincenzo Iaquinta fosse davvero il centravanti più forte che Lippi avesse portato ai Mondiali, che Toni e Gilardino non hanno quella corsa, che poi in realtà non era neanche centravanti, Iaquinta, ma forse più un esterno da 4-3-3), bisticciando per chi avesse finito l’acqua della doccia, chiamando Alice raramente. Adesso mi pento di quello che ho fatto in quei cinque giorni, perché tutto quello che accade prima della catastrofe causa la catastrofe, e voglio chiedervi scusa: Alice, scusa, Tommaso, scusa, l’acqua della doccia l’ho finita davvero io.

La mattina del 15 giugno, sulla strada del rientro, comprai «La Gazzetta dello Sport» e lessi che il nuovo allenatore della Juventus sarebbe stato Alberto Zaccheroni. Non era vero, ma non potevo saperlo. Volevo dirlo a mio padre, comunque. Lo chiamai in orario di lavoro, sul cellulare, almeno dieci volte, non rispose. Facemmo il bagno a Recco, in una pozza di mare verde blu scurissima e fredda.

Alberto Zaccheroni nel 2006 non era ancora l’allenatore riabilitato dalla seconda vita da commissario tecnico del Giappone; e non era certo più l’allenatore del miracolo Udinese e dello scudetto del Milan con Bierhoff capocannoniere. Era fermo da due stagioni, dopo un passaggio all’Inter pre Calciopoli, quindi disastroso. (Zaccheroni, dopo Udine e dopo lo scudetto col Milan della rimonta sulla Lazio, si era fatto esonerare da Berlusconi quasi al termine della stagione 2000-2001, poi aveva preso proprio la Lazio a campionato iniziato e l’aveva portata in Uefa, ma alla fine della stagione Cragnotti gli aveva preferito Mancini. Stessa scelta che farà due anni dopo Moratti, lasciando Zac a piedi alla fine del campionato 2003-2004.) Insomma, Zaccheroni era fermo ed era tanto che non suscitava più alcun entusiasmo.

Mi ricordo bene di aver letto quell’articolo quella mattina: ossia la mattina la cui sera sarebbe poi stata quella sera. Sono convinto, insomma, di aver letto «La Gazzetta dello Sport» che dava Zaccheroni sulla panchina della Juventus che avrebbe fatto la B dal settembre 2006 esattamente la mattina del 15 giugno 2006. A Recco, comprata in edicola e non letta in un bar.

Ma una ricerca mi dà un risultato diverso. Sul giornale del 15 giugno in effetti c’è un articolo che parla della Juventus (raramente, certo, «La Gazzetta dello Sport» non ha almeno un articolo sulla Juventus, anzi, potrebbe anche essere che da un numero di anni importante, mettiamo venti, ogni numero del«La Gazzetta dello Sport» abbia pubblicato almeno un articolo sulla Juventus), ma non direttamente dell’allenatore. Anzi, in merito, riporta proprio una dichiarazione di John Elkann, fresco presidente, all’uscita di quello che doveva essere stato un Cda numero zero del nuovo corso, all’interno di un articolo che principalmente rende noti gli assetti societari. Dice J.E.: «È un fatto positivo per noi che tanti candidati si stiano proponendo. Ma né Donadoni né Deschamps né Zaccheroni lo hanno fatto». Aggiunge il giornalista: «L’allenatore sarà comunque uno di questi tre». E sarà infatti Didier Deschamps. Quello che voglio dire, però, è questo: che per otto anni ho creduto di aver letto che Zaccheroni sarebbe stato il nuovo allenatore della Juventus la mattina del giorno in cui mio padre, a tarda sera, morì d’infarto a neanche cinquantaquattro anni, in bagno, con indosso credo forse solo poche cose e da gioco, si stava per fare una doccia, rientrando da una partita di calcio a sette (o a undici, non so) con degli amici o dei colleghi, ma non era vero. Quell’articolo, «La Gazzetta dello Sport» lo ha pubblicato il giorno prima, il 14 di giugno del 2006 e allora era quella la mattina in cui io cercavo mio padre per il solo puntiglio di dirgli Pronto, cercavo Zaccheroni, e farlo sorridere. Il 15 giugno, Zaccheroni era dato come papabile in una rosa di tre nomi: il giorno prima, quello in cui lessi «La Gazzetta dello Sport», a questo punto forse in un bar e non comprandola in edicola, aveva secondo il giornalista già firmato un biennale da un milione e mezzo di euro a stagione.

Devo averlo richiamato, allora, mio padre, per lo meno la sera del 14 giugno o addirittura nella giornata del 15, ma non mi ricordo, sedimentato come avevo, in questi otto anni, l’idea di una telefonata mancata nel suo ultimo giorno di vita.

Mi ricordo la sera del 15 giugno, a cena, prima di cena. Io stavo uscendo ma mangiai qualcosa a tavola, Andrea no, che doveva andare a giocare a pallone. Di Svezia-Paraguay mi ricordo le gambe di Ibrahimovic inquadrate nel riscaldamento prepartita e io che dico Eccolo, si riconosce subito e lui che ride e io che per scherzo gli tiro dei cazzotti sulle spalle1 in cucina. Il 15 giugno 2006, dunque, all’ottantanovesimo di Svezia-Paraguay, segna Fredrik Ljungberg, ventinovenne capitano della nazionale, in forza all’Arsenal, non nella sua stagione migliore in Premier, di testa, in corsa, su una torre di un compagno che aveva raccolto un cross dalla tre quarti destra. Festa grande degli svedesi sugli spalti, a Berlino, telecamere che indugiano su tutto quel giallo. Ibrahimovic era stato sostituito con Allbäck alla fine del primo tempo per un problema fisico. Mio padre era tornato in casa in quel momento, senza vedere il gol, presumo, era entrato in bagno e caduto a terra, o si era accasciato per il dolore al petto, o sdraiato tra il water e il bidet, felpa azzurra di Georgetown con il cane sul davanti che aveva regalato a me anni prima un cugino portandola dall’America, felpa azzurra su pavimento in piastrelle bianche quadrate su carnagione olivastra, progressivamente più bianca, immagino.

Del Piero contro il Ghana giocò otto minuti, poi ne nacque una polemica, sfociata in una litigata con un ragazzino del Duisburg in allenamento e nel suo autodefinirsi Achille che prima della battaglia aspetta in collina e guarda gli altri per studiarne le mosse e agire più efficace una volta sceso in campo, insomma un modo per dire che stava in panchina e non si sentiva escluso, ancora. Ma quella cosa di Achille forse era prima dell’esordio e degli otto minuti.

Alessandro Del Piero ha perso il padre quando aveva ventisette anni da compiere, io quando ne avevo già compiuti ventiquattro. I giornali parlarono di grave lutto.
Tutte le volte che lo sogno, Del Piero ha la stessa età indefinita e mi sembra sempre più grande di me. Lo sognai che mi aspettava sulle scale di casa, vestito da gioco, maglietta a strisce, calzoncini, calzettoni, parastinchi e fascia di capitano gialla e blu. Mi aspettava in cima ai quattro gradini di pietra serena, retti da una ringhiera in ferro battuto dipinta di rosso mattone scuro, io che arrivo dal vialetto coi sassi, lui enorme e fermo come una statua.

Al Mondiale del 2002 entra, a partita iniziata e compromessa, contro il Messico e di testa segna il gol decisivo per il passaggio del turno, su cross di Montella. Esulta di rabbia, indica il cielo con l’indice, ha dei baffi a gangster che non gli donano. Bruno Pizzul, in telecronaca, ripete tre volte Gol di Del Piero, poi dice «Proprio Del Piero, quello che non giocava mai».
Ma non era quello il punto, non era quello l’anno, il 2002, mi mancavano ancora quattro anni di università, quattro anni di rientri in macchina verso casa parlando di politica, di identificazione senza conflitto.

Mi ricordo la corsa sul vialetto di casa: prima un pezzo lastricato in pietra serena dai tagli irregolari e in leggera pendenza (scesi i quattro gradini) poi venti metri di sassi fino al cancello in ferro battutto, arricciolato e nero, fatto a mano dal padre di mia madre, Ortenzio con la z, fabbro comunista, in tutto e per tutto esemplare delle sorti della classe media italiana, compreso l’unico figlio maschio che sperpera e rovina l’accumulo di cinquant’anni di lavoro, ex mogli, donne e Volvo negli anni Ottanta.

Il 4 luglio 2006 l’estate era già finita da diciannove giorni, mio padre avrebbe avuto cinquattaquattro anni e due giorni appena, sarebbe stato in casa per lo meno dalle otto e mezzo di sera. Appena Gilardino, in area e di profilo alla porta, con i tedeschi addosso, gira a sinistra un pallone che si è portato diciamo dalla metà campo, correndo nel vuoto di una difesa sfilacciata dopo un passaggio di Perrotta che aveva ripreso palla scontrandosi con Cannavaro, che veniva da una cosa quasi incomprensibile, tipo un colpo di testa a spazzare nell’area (la sua) e un recupero di quella stessa palla dieci metri più avanti, prima che toccasse terra, dopo esser scivolato ed essersi rialzato, dopo il cannavaro! cannavaro! di Caressa, ecco, appena Gilardino in area di rigore e con i tedeschi tanti e tutti addosso gira la palla con quello che sembra un tacco e invece no, è una cosa ancora più difficile, un passaggio no-look da basket americano, ecco, io ero lì, arrivavo dalla fascia sinistra, il numero sette sulle spalle, niente baffi, capelli a zero, arrivavo e mi ricordavo tutti i gol sbagliati da quella posizione, la finale con la Francia ad Euro 2000, per esempio, però rimanevo in piedi, gli amici attorno, la mamma ancora scossa, tutti al mio capezzale perché in fondo ero quello ammalato, ero io la vittima, io il convalescente che dimagriva e mentre ero in piedi e fermo riesco a fare una cosa incredibile, ad impattare la palla con l’interno del destro senza smettere di correre e ad alzarla forte e secca verso il palo opposto, come i gol che facevo a vent’anni, ma senza tutta quella riflessione, senza morbidezza alcuna, i giri di parole, il dribbling. Esco scalzo, salto le scale in pietra serena, corro verso il cancello, ci sbatto contro, urlo sì cazzo, no cazzo, alzo una sdraio di plastica dura, di quelle da giardino, ripiegata, la spacco in terra, urlo no cazzo sì. È passata, è finita, arriva Perrotta, Gilardino, mia madre che piange, Marcello Lippi che si sistema il colletto della polo sudata, andiamo, è finita, Tommaso sulle scale in silenzio, i caroselli per le strade.

Commenti
Un commento a “La mattina del giorno in cui mio padre, a tarda sera, morì d’infarto”
  1. alessia scrive:

    bellissimo. un abbraccio

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