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La medicina di territorio contro il coronavirus e non solo

di Christian Raimo

Seguo come assessore a Roma (sono assessore alla cultura al 3o municipio, ma in questi giorni i ruoli si stanno un po’ allargando, e tutti diamo una mano a occuparci un po’ di tutto), e come giornalista la gestione dell’epidemia da gennaio. E ho notato man mano che anche noi a Roma, come in Italia mi sembra, stiamo lavorando moltissimo su sollecitazione e meno in prevenzione, monitoraggio, preparedness. Il nostro sistema non è immaginato per questo, le nostre attitudini neanche. Quando ci occupiamo di salute, tendiamo comunque a patologizzare e ospedalizzare.
Questo valeva anche prima dell’emergenza pandemia. Nei mesi precedenti stavamo provando a implementare nel nostro municipio la medicina di territorio secondo il modello delle microaree triestine con il quale le Asl di periferia a Trieste sono riuscite a abbattere considerevolemente il numero del ricoveri ospedalieri. C’è un bel documentario che la racconta: https://www.youtube.com/watch?v=vBodEaOYPso.
E un articolo chiaro che spiega come funzionano:
Il progetto delle Microaree di Trieste nasce nel 2005 per sviluppare un approccio proattivo ai problemi della comunità e coinvolge piccole aree del territorio dove ASUITs, Comune e ATER collaborano allo sviluppo di comunità che generano Salute. Nate dalla volontà di Franco Rotelli, ex Direttore Generale dell’Azienda per i Servizi Sanitari di Trieste, le Microaree hanno come obiettivo quello di sviluppare una “medicina radicata nei luoghi, nelle case, negli habitat sociali della città”, con particolare attenzione alle zone con un’alta prevalenza di edilizia pubblica e famiglie a basso reddito.
Nelle ultime settimane mi è venuta una piccola idea. Ed è questa; provo a spiegarla in breve.
Il nostro municipio, il terzo a Roma, è grande come una città: 205mila abitanti, 98 km quadrati. Nonostante la giunta sia composta – è un caso straordinario – da politici preparati, e da persone che professionalmente sono abituati alla ricerca, alla raccolta dati, e all’analisi, quello che ci viene richiesto dal sistema molto spesso è agire come dei volontari in pratica. La maggior parte del tempo lo passiamo a raccogliere segnalazioni di emergenze e proviamo a mettere una pezza, cercando al tempo stesso di trasformare quell’intervento di emergenza in un intervento più strutturale e generale.
Abbiamo pochissime procedure sistemiche che accompagnino il lavoro sanitario e sociosanitario.
Il lavoro di coordinamento tra Asl e municipio, tra reti di volontari e presidi sanitari, potrebbe essere enormemente intensificato e strutturato. Noi facciamo tutto quello che possiamo, ma è la concezione dell’intervento che non è pensata in funzione di una medicina di territorio.
I dati.
Però dei dati ce li abbiamo. Abbiamo, in teoria, i dati dei medici di base, quelli dei centri anziani, quelli delle parrocchie.
Non potrebbe essere sensato sfuttarli? Mi sembra che sia il modello che stanno provando a mettere in piedi a Piacenza e i medici di base a Modena.
Un monitoraggio anche in remoto sarebbe possibile e darebbe un sacco di informazioni: 40 persone che fanno 80 telefonate al giorno coprono l’intera popolazione adulta del municipio in soli cinque giorni. Con pochissimo impegno avremmo uno screening seriale. E sapremmo come intervenire in modo più puntuale e efficace non solo nella fase emergenziale, ma soprattutto in quella che chiamerei subemergenziale: quanti anziani stanno rimandando le loro visite? quanti stanno riducendo l’attività fisica e sono a rischio di malattie cardiovascolari?
Quali informazioni chiederebbero: quelle primarie (temperatura, pressione…), presenza di altri sintomi, bisogni primari (spesa, farmaci, visite, ha difficoltà a ritirare la pensione?). Quali informazioni darebbero: non farebbero altro che smistare: ha chiamato il medico di famiglia? sa della possibilità di farmaci a casa? sa della possibilità di un sostegno psicologico? sa che c’è la possibilità di volontari che l’accompagnano?
Non si tratta di medici che si recano a casa. Ci sono progetti di questo tipo che stanno partendo in varie parti d’Italia, in Toscana a Parma; e chiaramente è un intervento di supporto e complementare a quello dei medici sul campo.
Noi stiamo cominciando a farlo con i centri anziani, in un modo empirico che sarebbe bello potesse essere sistemico. Un piccolo impegno del genere lo riesce a gestire normalmente Televita, in una nostra parrocchia, San Frumenzio.
Chiaramente è un modello di attenzione al territorio che potrebbe restare in piedi anche quando – speriamo presto – questa tempesta sarà passata.
Commenti
7 Commenti a “La medicina di territorio contro il coronavirus e non solo”
  1. Giangi scrive:

    “Un monitoraggio anche in remoto sarebbe possibile e darebbe un sacco di informazioni: 40 persone che fanno 80 telefonate al giorno coprono l’intera popolazione adulta del municipio in soli cinque giorni. Con pochissimo impegno avremmo uno screening seriale”.

    Se la popolazione del municipio è di 205.000 abitanti, le telefonate dovrebbero essere non 80, ma 800 a persona. Non mi sembrano pochissime.

  2. Paolo scrive:

    @Giangi, non chiami tutti i cittadini, tra cui bambini e adolescenti. Chiami gli adulti, soprattutto quelli in là con gli anni, e uno per nucleo familiare. Hai fatto un po’ lo stesso ragionamento di Salvini sui 7 euro a testa…

  3. Giangi scrive:

    @Paolo

    Nel pezzo c’è scritto: “l’intera popolazione adulta”. i 16 mila che verrebbero chiamati secondo il calcolo fatto da Raimo sarebbero invece, secondo le statistiche demografiche, solo gli abitanti con più di 80 anni.

  4. Giangi scrive:

    A meno che in quel municipio gli ottantenni non vivano tutti in nuclei di 10-15 persone.

  5. Giangi scrive:

    Poi per carità, anche monitorare solo gli ottantenni sarebbe utile.

  6. Sebastiano B scrive:

    Si potrebbe cominciare con chi vive solo e/o presenta criticità per poi allargare il ventaglio.

  7. Carla scrive:

    IN EFFETTI IL 3° MUNUCIPIO È QUASI UNA CITTÀ. AVERNE SOTTO CONTROLLO SANITARIO TUTTI GLI ABITANTI, SIGNIFICHEREBBE RENDERE UN SERVIZIO ED UN ESEMPIO ANCHE A TUTTA LA CITTÀ. OLTRE TUTTO LA CAPIENZA DEGLI OSPEDALI, DICIAMO DI ZONA, È VERAMENTE INSUFFICIENTE, SE NON DECISAMENTE CARENTE. QUINDI CREARE DEI SETTORI NEL TERRITORIO CONTROLLABILI IN MODO PIÙ UMANO, RENDEREBBE TUTTA LA SANITA DI ROMA SICURAMENTE PIÙ GESTIBILE.

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