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La memoria non ha nome. Su “Ricordi?” di Valerio Mieli

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Viviamo in un’orgia retorica di memoria a comando, con giorni dedicati e qualche ipocrisia. In questa pappa indistinta, Ricordi?, il film di Valerio Mieli – che al netto di traversie produttive, di altri film iniziati e non portati a termine, è solo l’opera seconda, a dieci anni da Dieci inverni, che pure convinse e si portò a casa un David di Donatello – è un balsamo, ma è anche la cura per un problema annoso come quello dell’ingiunzione a ricordare. Già il punto di domanda, l’espressione delicata di incertezza che il titolo sceglie, è un punto che va indagato.

La trama del film è presto detta: Ricordi? segue negli anni (dieci, come il film precedente? – probabile, possibile) la storia d’amore, di lontananza e prossimità di due ragazzi che mescolano i vissuti, si vedono l’uno negli occhi dell’altra, l’una con gli occhi dell’altro. È una storia semplicissima, ma tocca d’incanto tutti i nervi che deve toccare. Ma lo fa senza chiamare nessuno per nome.

In un appunto ormai iscritto nel monumento dedicatogli a Port-Bou dove morì, Walter Benjamin afferma che «la costruzione storica è consacrata alla memoria dei senza nome». Mieli sembra prendere sul serio quest’affermazione tanto da usarla come metodo di racconto di un tempo dilatato, quello dell’amore e delle sue conseguenze (di quando la poesia, sentiamo presto profetizzare nel film, si fa ‘pappa’). I protagonisti di Ricordi? sono una coppia senza nome, quindi Lui (Luca Marinelli) e Lei (Linda Caridi, di un’efficacia disarmante). I due si incontrano a una festa e da subito incrociano gli sguardi coi ricordi. In una pioggia di flashback, lui rammenta un trauma infantile, poi un altro – un ricordo che cambia letteralmente colore –, lei lo ascolta e dice che no, di ricordi brutti lei non ne ha.

L’intreccio avviene tra personaggi senza nome – universali di fatto – in luoghi senza nome, in una Roma che solo i romani possono cogliere tale, in un’isola di scogliere e riflessi e feste, su prati dai colori vivaci che potrebbero essere ovunque. E quasi fuori dal tempo. Non c’è un contesto sociale definito, ci sono lavoretti e ville, case popolari inquiete e litigi, e solo la comparsa di un computer e una volta soltanto di un telefonino ci svelano che non è una storia di trent’anni fa.

Marinelli è chiamato a una prova dove da cupo e melanconico deve evolvere in personaggio più solare, mentre la compagna vive la traiettoria opposta. Proprio Marinelli ha notato in pubblico come questo film racconti, o meglio sia, la vita. Ed è vero, perché mai come in questo film l’arte cinematografica non imita solo la vita nel suo farsi, ma nel gioco sovrano degli esperimenti di montaggio di Desideria Rayner (basta pensare alla grafica ‘molecolare’ della fine, o ai sorprendenti titoli di coda) ne mette a nudo i meccanismi. Se da sempre il cinema apre una via di fuga affascinante e rischiosa all’arte figurativa, se la mette in moto e rimette la vita in movimento per due sensi almeno, Ricordi? lascia spazio all’immaginazione empatica per saggiare anche gli altri sensi. Certo la vista gode nei colori di ogni inquadratura, nei cambi d’abito di Lei – per ogni stagione una tinta. E anche l’udito si pasce nelle parole sussurrate e gridate, e nella mirabile colonna sonora quasi tutta classica che è la cifra sonora del rimembrare – del farsi corpo della memoria. Ma anche l’olfatto immagina – come nella scena di pathos feroce in una profumeria. C’è poi il sushi assaporato in una vasca, il tatto continuo e complice di pelli e corpi che si avvinghiano per cercare il seme del tempo presente.

E quindi, nel diluvio di immagini dei cinque sensi, cos’è ricordare la vita, quella che diciamo bella, quella che viviamo insieme alla persona amata? Mieli costruisce una trama sfrangiata, di incastri, intrecci, momenti di splendore apparente e imperfezioni mnemoniche. Come a dire con Paul Ricoeur che il tempo non si rivive, si racconta soltanto. Ma narrando il tempo si finge, si inventa, si rifigura, ma non com’è stato davvero.

Perché anche quando si è dentro l’esperienza – la parola tabù, il totem adorato e inseguito della nostra epoca, la merce più venduta, la meno consumata –, nulla ci risparmia dal prenderne le distanze. Nulla ci ingiunge a ricordare. Ricorderemo non perché lo vogliamo, ma come abbiamo sempre fatto, travolti da mille sollecitazioni. Al ricordo si affiancherà il ricordo d’altro, lo contaminerà, lo renderà impuro.

Ricordi?, col suo titolo parlante e le sue immagini sontuose di spazi aperti, di cerchi che si aprono – bolle di figura nella narrazione –, di passeggiate in cui ora è lui, ora è lei a mescolare memoria, a rivivere traumi e trascurabili decisive felicità, Ricordi? ricorda rammenta e rimembra come non esista l’esperienza pura, ma solo il suo mito. E per questo neanche l’archivio è la salvezza. Affaticati da un’era in cui stiviamo copie di esperienza nelle memorie dei dispositivi e nelle nuvole, ci vediamo proporre a inizio film un momento di fuga all’infinito in cui Lui-Marinelli auspica un giorno in cui ogni ricordo sarà immagazzinato. Ma Lei-Caridi lo affronta e gli dà contro, gli rinfaccia l’esistenza del presente, che va vissuto e ricordato anch’esso, pena l’infinito. Se tutto il passato è sempre in gioco col presente, non si dà, non deve darsi un archivio definitivo. Ma dunque, aggiungiamo, non si dà neppure la voce autentica, il vero testimone.

Sembra che Mieli dica, a un livello di vita erotica e sgranata come i vapori, i sudori, i fantasmi di cui s’impregna la pellicola, la stessa cosa che ha detto a un livello di vita intollerabile Primo Levi. Nella sua fase tarda Levi ha contestato che si possa testimoniare davvero l’atrocità vissuta in proprio. Si parla, si racconta, si ricorda, afferma Levi ne I sommersi e i salvati, per una delega neanche ricevuta e forse per sentirsi esonerati: «non saprei dire se lo facciamo per una sorta di obbligo morale verso gli ammutoliti, o non invece per liberarci del loro ricordo». E ammonisce che i testimoni, quarant’anni dopo i fatti, «dispongono di ricordi sempre più sfocati e stilizzati; spesso a loro insaputa influenzati da notizie che hanno appreso più tardi, da letture e racconti altrui».

Eppure, si dirà, tanto più Levi ricorda. Perché sa che testimoniare – nel suo caso –, e narrare – in molti altri – è un atto inevitabile di costruzione, un atto che si fa a più voci anche quando sembra apparentemente soggettivo (“il mio ricordo”, “le mie parole”). Un atto dei senza nome per i senza nome. Perché viviamo interpolati, contaminati, invasi dalle immagini altrui tanto quanto le invadiamo – anche quando non c’è violenza, anche quando c’è felicità e pane spezzato, aria e passeggiate lungo le tramvie, quando ci sono silenzi e parole che osano, come nelle storie d’amore quelle vere.

La memoria è un ingranaggio collettivo – si usa dire, a ragione. Ma è terribilmente complicato. E terribilmente complicato è vivere ricordando e ricordare vivendo, eppure è quanto facciamo di continuo, sminuendo una felicità passata perché oggi l’atmosfera tra noi è cupa e cerchiamo distratti la saggezza per vivere il presente. Oppure, al contrario, quando indoriamo un ricordo, ripescandolo dal suo stare sommerso, un ricordo che non ci era mai apparso vera gloria, perché qualcuno – Lei, Lui – sorride radioso a menzionarlo.

Poi, nella vita, nella memoria, ci sono anche i vuoti, le amnesie, le pause. Lui e Lei di Ricordi? passano lunghi momenti di silenzio partecipe, stesi per terra, intimi prima, distanti dopo, soffrono e gioiscono insieme, inseguendosi nel continuo affacciarsi del passato e delle narrazioni del passato. La loro esperienza comune non è però destinata a una memoria condivisa.

Da subito la memoria è un campo di battaglia, che la vita si preoccupa di rinfocolare.La fiamma si riattizza precisamente quando sentiamo il presente – oppure, si potrebbe dire dando movimento come fa Mielia Proust, Leopardi, Benjamin – lo choc, il pericolo, la ricordanza, l’emergenza. Finché magari il cinema – quello miracoloso e intenso di questo film, ma anche quello personale di ciascuno di noi, nel nostro conflitto silenzioso con le immagini di vita che dividiamo, montiamo e strappiamo con gli altri – ce lo restituisce integrale, colorato, saporito, musicato da un clarinetto un giorno di sole.

Massimo Palma, romano, scrive, traduce e fa ricerca. Ha pubblicato Berlino Zoo Station (Cooper 2012), guida molto alternativa alla città di Berlino e Happy Diaz. La formazione musicale di una generazione che è stata ammazzata di botte (Arcana 2015), una lettura politico-musicale dei fatti di Genova 2001. Studioso del pensiero tedesco e francese del Novecento, ha scritto libri su Walter Benjamin, Eric Weil e Alexandre Kojève e di recente un saggio dal titolo Foto di gruppo con servo e signore (Castelvecchi 2017). Ha curato opere varie di Max Weber, Walter Benjamin e Georges Bataille.
Commenti
4 Commenti a “La memoria non ha nome. Su “Ricordi?” di Valerio Mieli”
  1. sergio falcone scrive:

    Il cinema italiano di oggi? Da evitare accuratamente.

  2. Normanna scrive:

    Non tutto il cinema italiano è da evitare, e Ricordi? ne è la testimonianza. Se si evitasse tout court non si scoprirebbe ( con piacere) che in un panorama non certo eccellente esistono eccezioni, come testimonia questo film di Valerio Mieli. Un capolavoro, da vedere per ricredersi!

  3. Andrea scrive:

    Sono decisamente d’accordo con Normanna

  4. Vittorio scrive:

    Un film italiano di finzione che vale davvero la pena di vedere e promuovere, finalmente una sceneggiatura originale, che si permette di giocare con la normalità della storia che racconta.

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