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“La mia classe” e il racconto dell’immigrazione

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Questo pezzo è uscito su Napoli Monitor.

di Michele Colucci

Il film “La mia classe” di Daniele Gaglianone rappresenta una boccata d’ossigeno, destinata però a un certo punto a interrompersi. Fin dalle prime battute si capisce che quella del regista è una scelta nuova, capace di restituire parole, sguardi, immagini di persone che nella realtà e nella finzione scivolano via senza lasciare traccia, riempiendo solo le statistiche e la cronaca, o nella migliore delle ipotesi i pensieri e le preoccupazioni di qualche anima più gentile delle altre.

Negli anni della crisi la realtà dell’immigrazione straniera in Italia è lentamente slittata nel dibattito pubblico in uno spazio di indifferenza, senza neanche più quello scontro ideologico, insopportabile certo, esploso con forza prima e ancora di più dopo l’11 settembre del 2001. Anche tragedie immani quali i naufragi di Lampedusa e le stragi sul lavoro come quella di Prato restano a galla per pochissimo tempo, soppiantate da altri pensieri, altre priorità.

“La mia classe” ci permette di tornare alla radice della vita, dei desideri e delle speranze delle persone, in una specie di “grado zero” in cui ognuno è quello che è, senza incrostazioni ideologiche e senza paternalismi. Entrare in modo così penetrante all’interno di una lezione di italiano con immigrati stranieri è un esperimento importante, realizzabile grazie all’eccezionale prestazione dell’insegnante, Valerio Mastrandrea, e del bel gruppo di studenti e studentesse, uomini e donne provenienti dagli angoli più diversi del pianeta ma con la stessa, fondamentale, esigenza: imparare la lingua. Per vivere meglio, per non farsi sfruttare sul lavoro, per sentirsi parte della nuova realtà dove si trovano ad abitare.

Bisognerebbe conoscerle meglio e farle conoscere meglio le scuole di italiano per stranieri, che da ormai un ventennio e più rappresentano un luogo straordinario di incontri, relazioni, scambi. Le prime e ancora oggi le più attive sul territorio sono scuole diverse da quella dove insegna Mastrandrea, che lavora presumibilmente in un Ctp, Centro territoriale permanente, dove hanno sede le scuole di italiano istituzionali. Sono invece nate nei centri sociali, nelle associazioni di quartiere, nelle parrocchie, nei magazzini delle case popolari e hanno indicato una strada, autogestita, che è stata poi ripresa in modalità e forme organizzative anche dalle istituzioni. Con la differenza (una tra le tante) che negli ambiti istituzionali chi è senza documenti non può seguire le lezioni, mentre altrove lo può fare, anche se non mancano eccezioni, come quella del film, dove l’insegnante permette di partecipare a un ragazzo che non è più in regola.

La prima parte del film ruota interamente attorno alla lezione di italiano, alle idee didattiche dell’insegnante e alle sperimentazioni fatte con gli studenti: si costruiscono frasi e racconti, si provano telefonate, si leggono gli annunci di lavoro, si ascoltano canzoni, si descrivono le proprie esperienze di vita, ci si racconta, si impara a organizzare in modo preciso una comunicazione. Un lavoro di continua messa alla prova dei protagonisti, in cui l’insegnante pur lasciando spazio agli studenti è inappuntabile nel sottolineare i loro errori e nel proporre le giuste soluzioni, che a volte arrivano da lui ma molto più spesso arrivano direttamente dalla classe. Una classe che non è un cosiddetto primo livello, ma un livello avanzato, in cui gli studenti hanno già dimestichezza con i rudimenti di base della lingua italiana. Questa prima parte del film è davvero preziosa, anche perché è rarissimo nel cinema italiano vedere la narrazione di una scuola (non per stranieri, della scuola in generale) in cui non ci sono canovacci di maniera e in cui si racconta lo spazio della classe come luogo di apprendimento proprio nel suo “farsi”, senza macchiette e senza altri fini se non quello di aprire la porta su un’aula e la sua vita.

A un certo punto però qualcosa cambia. La realtà irrompe nella finzione e il film cambia prospettiva. La forza, la grazia e la delicatezza della prima parte si perdono per lasciare spazio a un continuo rimbalzo tra il racconto del film e la vita reale degli attori, rimbalzo che però è restituito in modo confuso. Tutto nasce dal fatto che a uno di loro scade il permesso di soggiorno e quindi non può più partecipare alle riprese. La produzione fa il possibile per risolvere la questione, entra in campo e viene ripreso spesso anche il regista, si diffonde naturalmente un clima diverso nella classe. Però il caso non viene risolto. Nel film il ragazzo è prima congedato con una pacca sulla spalla e qualche soldo e infine catturato dalle forze dell’ordine, mentre nella realtà non sappiamo come va a finire.

Il regista evidentemente ha voluto esplicitare la condizione durissima che vivono i cittadini stranieri a causa delle leggi in vigore. Quando la questione si è posta sul set ha deciso di non lasciarla andare ma di farla entrare in tutta la sua drammaticità nel film. Si tratta di una scorrettezza. Se il caso di Issa era – secondo il regista e i produttori – davvero così grave, allora avrebbero dovuto bloccare il film, assumendosi fino in fondo la responsabilità di ciò che stava accadendo. Dalle immagini, sembra che Issa – amareggiato e imbufalito – riceva un po’ di rassicurazioni, ma alla fine viene di fatto allontanato dal set e smette di lavorare, mentre il film pur nella sua nuova veste va avanti. Era questa l’unica soluzione possibile? Forse no. Il regista e la produzione avrebbero potuto denunciare pubblicamente il caso, aprendo un dibattito e invitando alla mobilitazione per far riavere a Issa il permesso di soggiorno. Fantascienza? Niente affatto.

Quando nelle scuole italiane è capitato che venissero esclusi e discriminati alunni stranieri gli insegnanti, le famiglie, i loro amici si sono mobilitati in mille occasioni e hanno vinto: hanno ottenuto che i maggiorenni potessero fare gli esami di maturità anche senza essere in possesso dei documenti regolari, hanno ottenuto che genitori irregolari non ricevessero il decreto di espulsione e molte battaglie del genere. Lo stesso è accaduto nella sanità, negli ospedali, in molti luoghi di lavoro.

La storia degli ultimi vent’anni di leggi liberticide sull’immigrazione è stata per fortuna anche una storia di battaglie, che sono state in grado in molti casi di forzare tali leggi, di estendere i diritti, di dare dignità a persone che altrimenti avrebbero perso tutto. Se il film avesse deciso di proseguire ugualmente senza curarsi del permesso di soggiorno di Issa non staremmo qui a parlarne. Ma in questi casi le mezze misure sono le più dannose e ipocrite. E la scelta reca un danno notevole al film. La narrazione inizia a indugiare in atteggiamenti un po’ pietisti e vittimisti che nella prima parte erano assenti, in un corto circuito tra realtà e finzione in cui non sai più bene ciò che stai guardando e in cui non c’è la giusta delicatezza verso i protagonisti, schiacciati da tale corto circuito.

Alla fine resta una sensazione amara. Ci sono gli immigrati, costretti a vivere in una continua precarietà ed esposti alle oscillazioni di un destino fatto di leggi ingiuste, sfruttamento e soprusi. E ci sono tutti gli altri, che nella migliore delle ipotesi possono solo raccontare tutto ciò, senza andare fino in fondo nel tentativo di contestare tali meccanismi e provare a rovesciarli. C’è per fortuna un’altra strada, che tante scuole di italiano hanno provato a costruire, la strada della solidarietà e della lotta, che nel film purtroppo non compare, né come realtà e né come finzione. Ma che è la più preziosa da seguire, e non riguarda solo gli stranieri, ma come è evidente riguarda tutti. È necessario agire in prima persona e rischiare.

Proprio come fa il protagonista di un altro splendido film, La promesse, girato nel 1996 in Belgio dai fratelli Dardenne. Un film nel quale la rivolta non parte da un nero o da un immigrato ma dal biondissimo Igor, meccanico quindicenne che decide di ribellarsi ai traffici del padre, reclutatore di manodopera clandestina a basso costo nella periferia di Liegi. È un personaggio di finzione, ma ci auguriamo che nella realtà di Igor ce ne siano stati e ce ne siano ancora, non solo in Belgio. Il film di Gaglianone è una bella boccata d’ossigeno, ma non può bastare per poter davvero respirare tutti insieme.

Commenti
3 Commenti a ““La mia classe” e il racconto dell’immigrazione”
  1. Luigi Bracciale scrive:

    Soltanto gli occhi di Shieida, la ragazza iraniana che porta con sè la foto della sua famiglia, sono impossibili da spiegare.

  2. spikez scrive:

    Una bella boccata di ossigeno sarebbe parlare di ciò che è stato fatto in concreto con più precisione ed informazione e non stare a “fare la punta al cazzo altrui”… se mi si permette il francesismo… cosa di cui, questa recensione è del tutto priva… vabbè…

  3. flapane scrive:

    Sbaglio, o la ragazza iraniana è l’unica a non esser accreditata nel cast?

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