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La mia generazione

di Christian Raimo

C’è una scena madre che accomuna i riti di passaggio della maggior parte delle persone mie coetanee, quei thirty-forty-something che sono cresciuti come me passando l’infanzia tra gli esordi della televisione commerciale e hanno compiuto i diciott’anni mentre Berlusconi scendeva in campo. È una specie di aneddoto-tipo che mi hanno raccontato tutti coloro che, dopo essersi laureati, hanno pensato di continuare a studiare, a fare ricerca, di lavorare all’università. Hanno fatto un dottorato e a un certo punto si trovano di fronte la possibilità di fare un post-doc, immaginano di fare i cultori della materia, di tentare il concorso da ricercatore ecc.

La scena si svolge nella stanza del loro professore di riferimento, quello con cui stanno studiando da dieci anni (che sia fisica dei materiali, glottologia semitica o merceologia applicata), il docente con cui, giocoforza, sono diventati familiari. C’è una scrivania che li separa, e il professore assume un tono più condiscendente del solito: parla dell’Italia che è in crisi, dell’università che è in crisi, del loro particolare settore di studio che è in crisi nera.

Poi viene al dunque. E può pronunciare due tipi di discorso. Il primo è: Parti! Ragazzo mio, vattene da qui! Emigra! Sei ancora giovane! Io non ti posso aiutare! Il secondo è: Mi servi! Ma mi servi non per perdere tempo con la tua ricerca! Mi servi per la mia ricerca! Mi servi per mettere a posto le mie carte! Per scrivere gli articoli che non ho il tempo di consegnare! Per tradurli nell’inglese che io non conosco! Per rispondere alle mail, per fare le fotocopie!

È una scena che capita sempre, e a tutti, una sorta di imprinting e di sintesi di qualunque disillusione dalle ambizioni che si sono coltivate in Italia negli ultimi trent’anni. Il professore può essere una persona generosa o gretta, intelligente o limitata, non fa molta differenza. Può invitare a partire per uno slancio di altruismo, o a restare per un gesto di magnanimità ancora maggiore; o può darsi il contrario: si vuole liberare del suo allievo perché ne teme la concorrenza, o vuole tenerlo sotto la sua ala per avidità. Le motivazioni personali non c’entrano.

Più interessanti sono le reazioni che lo studente, il ricercatore, il trentenne o giù di lì, può mostrare a quel punto, la sua parte nella scena madre. Qui il suo bivio è reale. E non si tratta della falsa alternativa partire/restare, ricominciare da capo in una città fredda dove non conosco nessuno/invecchiare facendo il portaborse di un professore che considero meno preparato di me. Si tratta di un’opzione emotiva. Tra l’accettare con fatalismo una certa immagine di futuro e quella di rigettare il quadro.

Molti miei amici, coetanei ecc. mi hanno raccontato che in circostanze simili si sono giocati la loro carriera universitaria: hanno sbattuto i pugni sul tavolo, hanno mandato a fanculo il professore, o anche, meno teatralmente, hanno deciso in un lampo che per loro il tempo delle biblioteche e delle au- le era finito. Altri, la maggior parte, hanno – come si dice a Roma – abbozzato, fatto pippa.

Se dobbiamo ripensare a cosa è stata la politica italiana dagli anni Novanta in poi, non si può prescindere per me da queste scene clou.

Proprio qualche anno fa, una statistica della Flc Cgil indicava come nel decennio precedente oltre il 90% dei ricercatori avesse abbandonato l’università italiana. L’allora ministra Gelmini di lì a qualche giorno replicò piccata, difendendo la sua riforma come lo strumento grazie al quale si era fatta una cernita tra ricercatori bravi e ricercatori parassiti.

Ovviamente ero e sono di parere del tutto opposto: sono convinto che ci siano state ormai, tra il 1990 e oggi, non una ma due generazioni di persone completamente tagliate fuori dalla possibilità di migliorare se stesse e trasformare il proprio paese.

Questo per me è il contesto, un contesto non solo depressivo, ma pensato per essere depressivo. E dunque, la reazione a questo contesto è stata la forma della politica per come l’ho conosciuta e praticata io. Rabbia, resistenza, supplenza. Poter dire no anche da soli, mi sono spesso autoconvinto, è la precondizione per dire sì insieme – questo è quanto mi sembra di aver imparato dall’Albert Camus dell’Uomo in rivolta.

Sono cresciuto, come chiunque abbia la mia età, con i miti politici del ’68 e del ’77: qualunque gesto somigliasse anche vagamente a una rivolta, mi è stato detto di misurarlo con quel metro simbolico. E lo stesso è stato per le sconfitte e i reflussi. Del ’68 e del ’77 ho anche imparato la tinta della sconfitta. Il terrorismo da una parte e l’eroina di massa dall’altra. In una generazione come la mia, che non ha mai avuto simili esplosioni se non in forme minori e spesso emulative, il confronto tra i momenti di sconfitta è più interessante.

La maggior parte dei miei coetanei sono sconfitti, penso, sebbene non abbiano ingaggiato nessuna battaglia. È gente implosa. Quarantenni, sono tornati a vivere a casa dei genitori, si imbottiscono di psicofarmaci. Non credo di essere il solo a conoscere persone che se la passano così. Gli anni fuori corso: da uno, due, diventano dieci o venti. Quel periodo brutto alla fine di una storia con una: si trasforma in una patologia irreversibile. Non sono servite leggi speciali, è bastata la fragilità della tenuta psichica.

C’è un episodio che spesso mi viene in mente. Risale a sette, otto anni fa. Stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che appunto conosciamo bene. Mi capitò una ragazza, con un dottorato in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva sei-centocinquanta euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto era iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia ecc. Viveva insieme ad altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, un posto letto per cui pa- gava duecento euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questa cifra spendeva circa trecento al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, desiderava avere un figlio ma le sembrava pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione per cui lavorava aveva sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista, che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni Zero italiani, me ne andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente dalla sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di ri- specchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si sarebbe potuto dire.

Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto dell’analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi; voleva riuscire a considerare legittimo il desiderio di potersi innamorare di un uomo, di mettere su famiglia, il suo essere capace di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro.

Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era pre- so in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà di quanto guadagnava. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente.

Perché, mi sono chiesto più volte negli anni successivi, non è scattato un senso di identificazione più forte, nonostante le condizioni materiali, sociali, simboliche si presentassero così simili? Non ho una risposta, ma ho una sensazione. La sensazione è che nel Novecento ci siano state importanti agenzie di educazione informale all’uguaglianza, che oggi sono molto più deboli. Dov’è, mi posso domandare, che io ho imparato il valore dell’uguaglianza? Quand’è che l’ho vissuto, questo valore? Ecco: penso prima di tutto in famiglia, nell’esperienza della fratellanza. Io ho una sorella, e credo che sia stato fondamentale sapere tutti i giorni della mia infanzia che c’era qualcuno accanto a me che aveva i miei stessi bisogni, qualcuno con cui rispecchiarmi.

Mi ricordo un episodio della mia infanzia non poco significativo. Eravamo in vacanza, io e mia sorella, a casa dei miei nonni. Avrò avuto nove o dieci anni, ma sono sicuro che fos- se un venerdì, e me lo ricordo bene perché il giorno prima avevamo guardato alla televisione un programma condotto da Emilio Fede, Test, che andava in onda di giovedì.

Il format della trasmissione era basato su un test psicologico. Gli spettatori a casa rispondevano alle stesse domande dei concorrenti e attraverso le risposte si arrivavano a delineare dei profili psicologici – nella prima puntata, per dire, il quesito era: sei pessimista o ottimista?

Nel giovedì che mi ricordo il test psicologico poneva una questione tipo: sei generoso o avaro? Avevo imparato nel tempo a riconoscere quali fossero le risposte giuste per ottenere punteggi alti, e quindi avevo realizzato, alla fine della puntata, un totale che poteva essere ottantasette se il massimo era cento: ero risultato quindi moltissimo generoso.

La mattina dopo, mi svegliai come al solito prima di mia sorella, una leggendaria dormigliona. Mia nonna mi aveva già preparato la colazione: latte e orzo e una mezza torta ri- masta dal giorno prima. Io mi ero scrofanato quasi tutto l’avanzo di torta. Mio nonno, con cui avevo guardato Test la sera prima, mi fece notare la cosa: io che avevo totalizzato un punteggio così alto come generoso, non ero capace di lasciare che le briciole a mia sorella.

Nel tempo siamo diventati solidalissimi, io e mia sorella. Questa solidarietà fraterna è stata, esageriamo, in nuce un piccolo esempio di coscienza di classe: una contrapposizione, una specie di alleanza buona contro i nostri genitori.

E a pensarci, molto banalmente, oltre alla famiglia, anche la società in un modo o nell’altro era un’agenzia di educazione informale all’uguaglianza. Se penso ai racconti di mio nonno, oltre a quelli familiari, appunto, in cui parlava delle decine di fratelli e cugini con cui si doveva dividere lo spazio e il cibo, mi ricordo anche i suoi racconti di guerra e quelli di fabbrica. L’esperienza terribile della solidarietà nella guerra e anche e soprattutto la vita di fabbrica mostravano senz’appello una condizione di uguaglianza, nella fragilità certo, nello sfruttamento anche.

Oggi questa educazione informale è molto meno rilevante nella formazione personale. Metà dei miei studenti sono figli unici, un buon quarto ha fratelli o sorelle ma di un solo geni- tore: quello che apprendono in modo inconscio questi ragazzi è di essere speciali, unici in qualche modo; è molto più difficile che sperimentino l’uguaglianza. La stessa cosa è evidente sul lavoro. Le decine di tipi di contratto oggi disponibili sono l’indice di una frammentazione della condizione lavorativa. L’utilizzo indiscriminato delle partite iva addirittura sottintende una condizione di solitudine simile a quella della monade: non esiste un ambiente di lavoro, l’ambiente di lavoro sei tu.

E allora la domanda che mi faccio: cosa vuol dire condivisione o partecipazione oggi se non ho imparato che cos’è l’uguaglianza, se per me l’uguaglianza non è un valore? Come faccio a rispecchiarmi? Come penso di poter combattere una battaglia insieme a qualcun altro?

Forse l’unica agenzia forte che ancora riesce in questa pedagogia dell’uguaglianza è la scuola pubblica. Per questo penso che sia il baluardo su cui una politica di sinistra deve concentrare in modo prioritario tutte le sue energie. Come posso utilizzare nuovi strumenti di partecipazione dal basso, se non ho mai imparato a confrontarmi nemmeno coi miei compagni di classe?

Circa quattro o cinque anni fa, mi sono reso conto che da più parti si stava muovendo qualcosa che assomigliava a una presa di coscienza di questo disastro della formazione politica.

C’è un episodio spesso ricordato da uno scrittore, Giorgio Vasta. Era la primavera del 2011 e la casa editrice Laterza ospitò un incontro che coinvolgeva quelli che in una lettera aperta sul Sole 24 Ore erano stati chiamati tq, intellettuali vari trenta-quarantenni. A un certo punto qualcuno, forse Vanni Santoni, forse Nicola Lagioia, per dare forza retorica al suo intervento, tirò fuori, quasi come sberleffo, un dispenser con del- le pilloline, dicendo una cosa del tipo: «Io sto così, mi capite!» Fu un attimo, che una alla volta, dieci, venti persone presero dalle loro borse, dalle loro tasche, i loro dispenser, le scatoline, le confezioni, le bottigliette di sonniferi, Xanax, melatonina, Tranquirit, Rescue e fiori di Bach vari. Si trattò di un momento di grande riconoscimento, a conti fatti l’atto fondativo di quel movimento di lavoratori della conoscenza che si sarebbe chiamato tq appunto.
C’era dell’ironia in quel gesto? Era il senso di una resa? La cultura del lavoro oggi è un processo complicato, perché il capitalismo avanzato è veramente molto avanzato, e mette a lavoro tutto, comprese non solo le nostra facoltà cognitive, ma anche – se ci pensiamo – le nostre psicosi. Per fare un esempio, io non sono soltanto un consumatore migliore se sono portato a fare shopping compulsivo, ma sono in un certo senso un lavoratore migliore se per esempio sono ansioso. Sono un lavoratore più produttivo se, mettiamo: sono 1) un manager che sviluppa una control-freakness, se sono 2) un ufficio stampa con manie narcisistiche, se sono 3) uno che fa più lavori e ha un bipolarismo accentuato. Già riconoscere questa condizione come patologica e determinata anche dal- le forme del lavoro contemporaneo non è facile. Il rischio successivo è di fare di questa condizione patologica la condi- zione di rispecchiamento. Un orgoglio patologico, se ci si pensa. Una coscienza di far parte di una comunità di traumatizzati vissuta come coscienza di classe. Be’, ma in fondo quello eravamo: una comunità di traumatizzati.

Qualche mese prima della riunione alla casa editrice Laterza c’era stata una manifestazione di studenti. Il 14 dicembre era il giorno in cui Berlusconi riusciva ad avere la fiducia dopo lo strappo di Fini raccattandosi gli scherani di Scilipoti. Per strada a Roma c’era una manifestazione degli studenti dell’Onda che veniva attaccata dalla polizia in piazza del Popolo. Un paio di cassonetti rovesciati erano la scusa per circondare la piazza, in un modo che per qualche lunghissimo minuto sembrò la replica di quello che era accaduto nel 2001 in piazza Plebiscito a Napoli e per le strade di Genova. Ma quello che mi fu chiaro lì, in quel momento di pre-panico, era che la rabbia che la generazione post-2001 aveva maturato era una rabbia non ingenua, ma una specie di rabbia disincantata.

Se noi quarantenni è come se non ci fossimo ancora ripre- si dalla ferita di Bolzaneto, Diaz e Carlo Giuliani, per quelli che hanno dieci o vent’anni meno di noi non c’è stato, pare, nemmeno un processo di disillusione. È come se il disincanto fosse già la condizione originaria. Quel giorno di dicembre, dopo molto tempo, per la prima volta mi ritrovavo in una piazza con cui condividevo il senso di ingiustizia, ma nella forma pura dello spossessamento. Mi sembrava di non avere nulla da perdere.

Ciò che è venuto dopo, i referendum sull’acqua e il nucleare, le occupazioni (a Roma il teatro Valle e il Nuovo Cinema Palazzo per esempio), le manifestazioni No tav o quelle per Stefano Cucchi, hanno mostrato una nuova forma di politicizzazione, che aveva bisogno di tempi lunghi, di percorsi personali, di fiducie, incontri, e – forse più di tutto – di formazione, di autoeducazione alla politica.

Nel 2011 ho cominciato a riascoltare in loop un pezzo di Franco Battiato del 1980, «Up patriots to arms», di cui i Subsonica avevano appena fatto una cover. C’erano due versi che mi sembravano sintetizzare perfettamente quello che sentivo. Il primo era quando a un certo punto dice: «Se le panchine sono piene di gente che sta male», l’altro è quando canta: «Mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura».

Continuavo a incontrare, a vedere persone che mi manifestavano il loro disagio psichico, e dall’altra parte sentivo che c’era un chiaro problema di rappresentanza: mentre c’eravamo formati e iperformati, mentre il nostro immaginario continuava ogni giorno a essere plasmato con una profondità che forse nessuna generazione precedente aveva sperimentato, era come se ci dovessimo arrendere al fatto che i desideri e la loro stessa forma non avrebbero mai avuto una propria legittimità. Quello che tutti cercavamo, mi sembrava, era una comunità in cui riconoscerci. E questo era sei anni fa.

Quando sono comparsi sulla scena politica Beppe Grillo e Matteo Renzi, io mi ritrovavo a occupare il teatro Valle. E ho capito che se per certi versi la frustrazione era simile, c’era qualcuno che aveva provato a rispondere nell’immediato, in modo quasi compulsivo, a questo bisogno con un palliativo, con un succedaneo. Il grillismo e il renzismo sono stati e so- no questo: dei feticci. Grillo è il feticcio della partecipazione, Renzi il feticcio dell’efficacia. Stavano cominciando a capita- lizzare la frustrazione e il risentimento come emozioni politi- che: due anni prima al No B Day (con quasi mezzo milione di persone in piazza è stata l’ultima grande manifestazione) si erano visti insieme Beppe Grillo e Nichi Vendola, i partigiani e il popolo viola, Antonio Di Pietro e Andrea Camilleri.

Sempre nel 2011 usciva per il Mulino un libro di Donatella Della Porta, Democrazie, che faceva una lunga disamina del crollo delle ideologie novecentesche e della fiducia nella forma-partito, e poi raccontava come dai movimenti degli anni Sessanta fino al Forum di Porto Alegre e ai bilanci partecipativi si potesse oggi imparare molto. Cos’era questo molto?

Il discorso sulle nuove forme di democrazia è tutto da costruire, oggi come sei anni fa. I social network o la rete in generale danno da sé la possibilità di rendere più democrati- co il discorso pubblico? Non sembra, anzi. Il potere di Google, Facebook, Apple o Amazon, se non assomiglia a quello di Grandi Fratelli, sembra piuttosto quello di grandi agenzie pubblicitarie.

Quando negli ultimi anni ho ricominciato a partecipare ad assemblee politiche, ho visto che molte persone non avevano neanche la capacità di stare a sentire senza parlare addosso, ho visto conflitti personali che non riuscivano a trasformarsi in contrasti di idee… A fare politica si impara col tempo.

Che cosa si impara?

Sempre nel 2011 mi capitò di accompagnare la mia classe a quella che doveva essere una conferenza informativa della Fondazione Veronesi: «Energia del futuro: proposte energetiche per un futuro sostenibile». Insieme a me, al teatro Quirino a Roma, alle nove e mezza di mattina, c’erano un’altra trentina di insegnanti, soprattutto di scienze o di fisica, e con loro un trecento-quattrocento ragazzi del triennio di vari licei della provincia di Roma. A conferire – dopo il saluto benedicente in un video registrato del presidente della fondazione, Umberto Veronesi, e addirittura un breve audio di Giorgio Napolitano – c’erano tre professori: Luigi De Paoli (Economia dell’energia alla Bocconi), Giuseppe Zollino (Ingegneria nucleare a Padova) e Giampaolo Manzolini (ricercatore in Energia e Ambiente al Politecnico di Milano).

A moderare, Alessandro Cecchi Paone – quello della Macchina del tempo. Che iniziò l’incontro proprio mostrando un filmato introduttivo «con lo stile Macchina del tempo», dis- se, sulla storia del nucleare in Italia. Dal pioniere Enrico Fermi in poi, ci fu presentato un videoclip nostalgico sui bei tem- pi dell’Italia ricca e spensierata e all’avanguardia: immagini di gente che balla il twist, gira in Lambretta e progetta le prime centrali nucleari italiane. Caorso, Montalto di Castro.

Poi parlò De Paoli, che ribadì il concetto della non sostenibilità dell’approvvigionamento energetico com’è ora in Italia, ed esplicitò che senza nucleare è difficile capire come si potrà fare in futuro.

Seguì Zollino – che fece un peana esplicito («non sono innamorato», si schermì, «sono appassionato») all’energia nucleare: meno rischiosa di tante altre («provate a chiedere a un superstite del Vajont se non avrebbe preferito una centrale nucleare vicino casa», era uno dei suoi ragionamenti stringenti) e di sicuro la più conveniente sul mercato energetico.

Da ultimo Manzolini, «giovane e bello» (come ce lo presentò Cecchi Paone), che – meno didattico degli altri – si prodigò in un excursus sulle energie rinnovabili, sempre attento però a sottolineare che queste da sole non bastano e non basteranno mai al fabbisogno energetico e che i combustibili fossili si stanno esaurendo (per cui?).

Il ruolo di moderatore Cecchi Paone lo svolse accordando- si alla sintonia di fondo e tenendoci anche a fare outing: «Io trent’anni fa al referendum votai a favore del nucleare. E già prevedevo che quella sconfitta avrebbe fatto precipitare l’Italia tra le cenerentole dell’economia mondiale».

Gli studenti, gli insegnanti e anche le famiglie si sarebbero potuti ritenere soddisfatti della bella giornata di approfondimento, no? Cecchi Paone lo chiese direttamente ai ragazzi:

«Avete domande, curiosità, questioni?» E capitò la cosa strana che questi diciassette-diciottenni non riuscirono proprio a evitare quel tono polemico tipico della loro età. Gli interro- gativi fioccarono.

E il problema delle scorie?, puntualizzarono (in uno dei video a un certo punto si glissava affermando come nelle nuove centrali si sarebbe ricavata energia anche da queste). E il problema della sicurezza? (Ci fidiamo degli standard adottati dalle aziende costruttrici delle altre nazioni?) E il problema dell’impatto ambientale? E la salute: perché fino adesso si è parlato solo di costi e non di salute? E Fukushima? È proprio vero – come aveva affermato il professor Zollino – che la fase acuta sia terminata, nonostante i rapporti dell’aiea dicano il contrario? E che logica è quella per cui se la Francia si dota di centrali nucleari lo dobbiamo fa- re anche noi («a me mia madre ha insegnato che non è che sia giusto per forza se la maggior parte lo fa»)? E perché nessuno di voi ha messo l’accento sul risparmio energetico, dando per scontato che i consumi devono essere sempre questi? E se capita un terremoto come in Giappone? Le centrali nucleari, si diceva nel video, sono state costruite per re- sistere all’impatto di un aereo di linea, è vero: e se non ci fosse nessuno schianto, ma un terremoto del nono grado sì? E la ricerca su un nucleare più pulito, tipo quella che è stata fatta da Carlo Rubbia? E le infiltrazioni criminali nella politica italiana, che garanzia danno per la gestione di un pro- getto così complesso come quello del nucleare? E, professor Zollino, lei dice che ci sono catastrofi terribili in termini di costi umani (il terremoto giapponese ha ammazzato trenta- mila persone, dice, e noi stiamo a focalizzarci su Fukushima…), ma non ci pensa che dopo un’alluvione o un terremoto si ricostruisce, mentre dopo un evento come Chernobyl e forse Fukushima lì rimarrà tutto inabitabile per an- ni? E l’euristica della paura, come la chiama il filosofo Hans Jonas: senza paralizzarci in un terrore antiscientifico, non dovremmo dare la giusta legittimazione a un sentimento di paura rispetto alle possibilità della tecnica? E che rapporto hanno le scienze umane con questi discorsi sui costi e lo svi- luppo economico italiano? Eccetera eccetera eccetera.

Alla fine dell’incontro potevi considerare (ritirando l’attestato di partecipazione con grafica à la Giovani marmotte) come fosse quasi irritante riconoscere che – nonostante tutti gli sforzi di eliminare il pensiero critico dall’educazione scolastica, improvvisando lezioni speciali sul modello marketing della Avon – questi docenti e soprattutto questi ragazzi di oggi abbiano la presunzione di non prendere per oro colato le parole che gli vengono propinate, e le confrontino invece con il loro bagaglio neanche ingenuo di conoscenze: e citi- no giornali stranieri, inchieste scientifiche, articoli su riviste specializzate, libri sull’argomento, o addirittura «quello che si è discusso in classe». Come dire, se il progetto di riforma della scuola è ogni giorno più evidente, sarà comunque diffi- cile «disinculcare» questa tarma dell’autonomia intellettuale da dei ragazzi così ostinati.

Ogni volta che ho fatto politica negli ultimi anni, mi sono ricordato questa mattinata qui, forse la migliore vittoria che ho visto. Ho capito che il deficit di rappresentanza (e dunque di potere), che mi sembrava essere il punto critico degli anni Zero, in realtà indicava solo l’involucro di una sostanza molto più grande e importante. Questa sostanza è l’accesso alla conoscenza.

Il classismo più feroce, la sperequazione più dura nei prossimi anni certo sarà quella per l’accesso alle risorse, sarà la discriminazione per le condizioni lavorative ecc. Ma tutto questo avrà come presupposto un’ideologia di fondo. Dal dopoguerra in poi, dagli anni Cinquanta, in Occidente si è compiuto forse il più grande esperimento sociale di tutti i tempi: quello dell’istruzione di massa. È stata, per me, la cosa più bella che potesse capitare al pianeta Terra. Oggi questo esperimento è messo in discussione: a che servono tutte queste persone istruite? Chi farà i lavori più umili se tutti sono laureati? Chi sarà disposto a farsi sfruttare dopo essersi formato come lavoratore altamente qualificato?

In un libro recente uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di trecentomila ragazzi di età inferiore ai diciotto anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

Ogni volta che penso a cosa si può fare per il paese in cui viviamo (e votiamo), mi ritornano in mente questi numeri. Perché i governi nascono e muoiono, i leader fanno infiammare e raggelare nel giro di pochi giorni, i teatri vengono occupati e poi sgomberati, progetti molto belli nascono, crescono e poi magari dopo qualche anno muoiono o si trasformano in altro.

Ma c’è qualcosa che invece rimane immutato: i ragazzi si disaffezionano alla politica, e un sentimento ostile – contro coloro che occupano una posizione di potere senza avere una visione – accomuna non solo chi fa il contestatore di mestiere: nel cuore di chi ha sedici, venti, venticinque anni spesso dimora un’insofferenza quasi feroce per chi campa di rendite di posizione, nel partito, nel lavoro, nelle proprietà. E dunque la politica in questi ultimi anni è stata essenzialmente questo: indignazione – spesso del tutto legittima – contro i privilegiati, siano vecchi tartufi da rottamare o casta da mandare in galera.

Per questo mi piacerebbe che – indipendentemente da come andranno le cose sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni parlamentari o magari alle prossime elezioni – facessimo un piccolo esercizio di consapevolezza, riconoscendo che c’è un’emergenza molto grave qui in Italia, e che se si vuole fare politica bisognerebbe dedicarsi anima e corpo a una sorta di New Deal culturale: un progetto di alfabetizzazione culturale su larga scala.

Scuole di strada, recupero dell’abbandono scolastico, volontariato, banche del tempo, militanza intellettuale… Invece di fuggire – a Berlino!, a Londra!, a Toronto! – invece di la- sciare questo paese infame in cui scuola e università sono state disintegrate, in cui la cultura del lavoro è vaporizzata, in cui c’è il più alto tasso di dipendenza dalla televisione d’Europa (89%, dati Censis), assumiamoci un compito.

Non abbiamo un dovere per il fatto di essere, in fondo, dei privilegiati? Siamo persone che – nonostante la crisi – possono comprare libri, fumetti, dischi, discutere se ci piace più l’ultimo album dei National o quello dei Wild Beasts (a me il secondo), viaggiare ogni tanto e guardare in streaming l’ultima serie tv appena sottotitolata: non sembra un granché, il nostro ruolo è forse ridotto a quello di consumatori culturali di basso livello; ma, anche se non ci credete, è tantissimo per la maggior parte dei ragazzi nati in Italia.

Non facciamo battaglie soltanto per i nostri diritti (per giusti compensi sul lavoro, per poter accendere un mutuo senza dover avere la malleva della pensione dei genitori…), ma combattiamo anche – non è scontato, certo – per i nostri doveri. Siamo l’ultima generazione che potrà permetterselo.

[Questo scritto è uscito su La cultura in trasformazione, edito da minimum fax con il titolo “Diritti e desideri”]

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
24 Commenti a “La mia generazione”
  1. Marco Montanaro scrive:

    “Quando negli ultimi anni ho ricominciato a partecipare ad assemblee politiche, ho visto che molte persone non avevano neanche la capacità di stare a sentire senza parlare addosso, ho visto conflitti personali che non riuscivano a trasformarsi in contrasti di idee… A fare politica si impara col tempo.”

    Verissimo.

    Sul fatto che il consumo culturale è un privilegio… credo sia ormai solo una trappola (è vero ciò che dici a proposito delle grandi corp come Google). Abbiamo diritti solo come consumatori (e non riusciamo a far rispettare neppure quelli, penso al consumo culturale dei grandi concerti/ questione costo dei biglietti e condizioni d’uso generali). Abbiamo una soglia di reddito che ci permette solo di consumare e tenere in vita/arricchire chi produce le cose che amiamo, una contraddizione che alla lunga – DFW diceva qualcosa di simile – ci rende più soli. Guardate a cosa succede in questi giorni con il nuovo disco degli (amati, per me) Arcade Fire: la critica di un sistema di marketing che si fa completamente fagocitare da quel sistema.

  2. Fabrizio scrive:

    Ciao Christian,

    Innanzitutto grazie per l’articolo che, pur nella sua densità multidimensionale di riflessioni, è riuscito a farmi sentire partecipe, in alcuni passi più che in altri, della comunanza di classe di cui parli.
    Tra i tanti pensieri, ce ne sono un paio su cui mi piacerebbe ragionare.
    Il primo riguarda la manifestazione a Roma del 14 dicembre 2010. Anche io, come te, ho partecipato al corteo. Avevo 17 anni e frequentavo un il primo anno di liceo classico in una scuola nella periferia di Roma. In quel periodo, nell’alveo del movimento più grande degli universitari, noi studenti delle superiori avevamo creato un coordinamento tra scuole di periferia per portare avanti le nostre rivendicazioni in modi più o meno conflittuali. Ho un ricordo particolarmente vivido di quella manifestazione, che vedevamo come il punto di arrivo di una serie di rivendicazioni che portavamo avanti a livello di quartiere e di singoli istituti ormai da mesi. Ed effettivamente ricordo impressa sui volti dei miei compagni, da quelli più consapevoli a quelli che non avevano mai fatto un giorno di politica nella loro vita, la cocente delusione dell’approvazione della fiducia al governo. C’è tuttavia una riflessione che mi sento di aggiungere alle tue parole: non credo che la rabbia della generazione post-2001 sia una rabbia già nata disincantata. Nei mesi precedenti, ma anche in quelli successivi, alla manifestazione, nelle nostre scuole di parlava dei movimenti del ’68 e del ’77 con toni quasi epici. Ci leggevamo La Zanzara in ristampe di pessima qualità grafica, litigavamo sulla pedagogia di Don Milani e, i più internazionali di noi, stilavano dettagliate relazioni su cosa facessero gli studenti della Sorbona in quegli anni o raccontavano delle proteste contro la guerra in Vietnam. Poi c’era anche chi partecipava alle occupazioni e alle assemblee con scopi meno nobili, ma immagino faccia parte del gioco. Questo per dire che non credo esista alcuna cesura generazionale tra noi e voi: come voi non vi siete ripresi da Genova 2001, molti di noi, dall’altro dei 25 anni di oggi, continuano a parlare di quelle manifestazioni come si trattasse di un’età rivoluzionaria e mitologica. L’esame di maturità, e la conseguente uscita più o meno gloriosa dalla scuola, ha spazzato via, o almeno spezzato, molta di quella verve. L’illusione esisteva, la sentivamo forte, e il successivo disincanto, per quello che mi capita di commentare con gli amici superstiti di quelle manifestazioni, non si è trasformato in una rabbia costruttiva e organizzata per nessuno di noi. La mia generazione sta perdendo esattamente come la tua. A volte magari sembra che stiamo ancora pareggiando 1 a 1, ma in realtà vi abbiamo già seguito da tempo.

    Altro passaggio interessante, e a mio parere estremamente collegato a quello che ho appena detto, riguarda la proposta di non partire per l’estero e di assumerci la responsabilità dei nostri privilegi, seppur da consumatori di basso livello. Riconosco che molti dei miei coetanei non possono permettersi (o magari non vogliono?) spendere una mezz’ora per scrivere un commento ad un articolo. E riconosco che molti di loro, per ragioni diverse, non colgono nessuna delle tue citazioni su Leibnitz, su Camus e sul New Deal. Questo fa di me, te e degli altri che le comprendono un’elite culturale che dovrebbe salvarli? Questo significa che noi sappiamo anche cosa sia il bene anche per loro? È chiaro che una rivoluzione ha bisogno di un’egemonia culturale, più o meno illuminata che sia. Ma siamo sicuri che i frustrati dal produci-consuma-crepa abbiano bisogno del nostro modo di fare politica? Le mie non sono domande retoriche. A volte mi piace pensare che sì, esista il bisogno che le persone che si riconoscono di sinistra combattano anche per chi non crede di aver bisogno della sinistra – anche quando in realtà ce ne avrebbe un bisogno disperato. D’altro canto però, come non hai mancato di sottolineare, il capitalismo avanzato ha tritato, annichilito e inglobato anche i suoi avversari, facendoli diventare nella stragrande maggioranza dei casi dei tipi caratteriali fissi o caricature carnevalesche. In piena onestà, io non sono così sicuro di essere dalla parte della ragione e di poter avanzare ragioni anche su chi, pur dovendo stare dalla mia parte, sta dalla parte opposta.

    Un’ultima considerazione. Anche io mi sono trovato pochi anni fa davanti al professore universitario che, sapendo della mia volontà di voler provare la strada della ricerca, mi ha implorato di andare via e stare lontano dall’Italia il più possibile. Ammetto di aver seguito il consiglio e, pur non sentendomi né esule né un eroe, nemmeno mi considero un codardo per aver abbandonato – perché di questo si tratta, se vogliamo vederla in modo distaccato – quei pochi compagni che già non avevano abbandonato me. Tantomeno credo di star lavorando ad un mondo migliore, perché come sai l’accademia ha perso di vista questo obiettivo da almeno 2000 anni. Dovrei tornare in Italia per combattere una battaglia che il socialismo ha già perso a livello globale da 30 anni? Mi sembra quasi più efficace sedermi sulla sponda del fiume e aspettare che le pressioni demografiche e climatiche facciano quello che il ’68, il ’77, il ’90 e il ’10 non sono riuscite a fare.

    Un caro saluto e mi scuso aver sempre preso voti bassi quando il professore doveva valutare la mia capacità di sintesi.

  3. Elisa Caldarola scrive:

    Grazie per questo articolo, di cui condivido ogni affermazione.

    “Scuole di strada, recupero dell’abbandono scolastico, volontariato, banche del tempo, militanza intellettuale… Invece di fuggire – a Berlino!, a Londra!, a Toronto! – invece di lasciare questo paese infame in cui scuola e università sono state disintegrate, in cui la cultura del lavoro è vaporizzata, in cui c’è il più alto tasso di dipendenza dalla televisione d’Europa (89%, dati Censis), assumiamoci un compito.”

    Mi chiedo spesso se fare questo passo. E poi torno, con più senso di colpa, a scrivere i miei progetti di ricerca e i miei articoli, perché è difficile rinunciare a quello per cui ho lavorato tanto e anche perché non so se ho la forza di restare in questo paese asfissiante, di resistere perché qualcosa possa cambiare.

  4. kappazeta scrive:

    Grazie per aver condiviso questa riflessione, sembra unire parecchi punti di un presente e di un recente passato che sono sfilacciati. Ho la sensazione che le domande che continuo a pormi da anni sugli argomenti che Christian tratta continuino a girare in tondo nella mia testa, senza che io riesca mai a mettere a fuoco un percorso, una linea di comprensione.

    Tra l’altro faccio parte di quelli che se ne sono andati (quasi per caso), anche se non lavoro nell’università né nella ricerca. Andandomene ho abbandonato anni di precarietà (quasi tutti da partita iva) tra giornalismo, editoria e comunicazione varia e devo essere sincero: se non me ne fossi andato forse non sarei riuscito a uscire da quella che per me era diventata una gabbia. Lo spaesamento dato dal ritrovarmi all’estero, in un paese di cui non parlavo ancora la lingua e in cui non avevo idea di cosa avrei fatto è stato duro, all’inizio, mi è come se mi avesse preso per le spalle e scosso a lungo. Se fossi ancora in Italia condividerei quegli stati d’animo che intrecciano sofferenza psichica, quella forma di privilegio di cui si parla nell’articolo e un’infinita precarietà. Invece me ne sento più o meno fuori. Di più: sono cose che qua in Francia (ma anche tra gli altri amici sparsi all’estero) non trovo, nemmeno tra chi fa professioni intellettuali (questo certo non per dire che all’estero tutto vada bene, anzi, poi in Francia da qualche anno la situazione precipita senza sosta).

    Mi ritrovo però ad aver quasi ridotto a zero l’impegno politico (che è sempre stato soprattutto nel giornalismo militante, a partire da Genova) e a cercare nuovi percorsi per ritrovarlo. Non solo: per quanto si lavori quotidianamente per tenere in vita comunità dal basso che abbiamo costruito negli ultimi anni – tra amicizia e aiuto reciproco collettivo e allargato – sono convinto che il percorso che mi ha tirato fuori dal disagio del vivere e lavorare in Italia sia solo una soluzione individuale. Me ne rendo conto e mi chiedo come fare a condividere un po’ del mio vissuto e di quello che ho imparato, mi chiedo se e come sia possibile “collettivizzarlo”. La proposta di un percorso di alfabetizzazione culturale su larga scala è molto interessante e di sicuro è un’urgenza critica. Ma da che parte si comincia?

  5. pessima scrive:

    Chapeau, all’articolo e all’intervento di Fabrizio. Soprattutto mi interessa al tema della legittimazione dell’élite culturale, perché mi pare che sia un pumto nodale, da entrambi i lati, vale a dire anche auto-legittimazione. Forse dovremmo (dovreste) prenderlo solo come dovere, in nome di quello che a ragione e con forza dovremmo considerare un diritto.

  6. claudio scrive:

    Per ora non entro nel merito, o meglio, ci entro commentando la scena madre iniziale. Quante persone si saranno trovate nella condizione che descrivi (laureato che tenta in qualche modo la carriera universitaria o similia)? 1000? Facciamo 3000? Il numero ti sembra sufficiente per individuare un paradigma generazionale? Per ogni glottologo deluso ci sono 20000 operai, 20000 impiegati….
    So e comprendo che sono le proprie ferite a dolere tanto, ma se si vuole scrivere un articolo con un simile titolo (ahi, quanto impegnativo)bisogna aprirsi alla pioggia e al sole.

  7. andrea scrive:

    io partirei raccontando che la mia generazione, sono nato nel ’79, anzi la mia classe delle medie (una scuola media che salvo, una professoressa di matematica, era veramente indecente, con cambi di professore ogni due secondi…per dire la mia professoressa di educazione tecnica era in malattia ma la vedevo tutti i giorni davanti a casa mia), da provinciale brianzolo, la laurea l’ha vista in percentuale, col cannocchiale, credo una persona sola si sia laureata dei mie compagni…e anche una maturità liceale…o un diploma….insomma….boh…e adesso il resto sono operai, disoccupati, si sono reinventati in vario modo, in tutto quel resto che la vita di provincia offre e permette… io l’università l’ho mollata dopo un anno, la Statale di Milano. E sono uno di quelli legati a Genova per motivi diversi. Io sono anni e anni che mi sveglio alle 4 e 30 per andare a lavorare.

  8. Sergio scrive:

    Caro Christian,
    Condivido molto della tua analisi, ma non mi trovo molto d’accordo sulle conclusioni.
    Per quale ragione sarebbe un nostro dovere cercare di mettere una pezza ai danni fatti dalla generazione dei nostri genitori? Perché dovremmo rimanere in Italia, a lottare contro i mulini a vento, invece di abbandonare questa nazione a se stessa e costruirci una vita altrove, in comunità che condividono maggiormente i nostri valori e in cui la nostra formazione e competenza sono apprezzati?
    La vita è una sola, non c’è motivo per dedicarla a una lotta persa in partenza.

  9. Francesco scrive:

    La generazione dei ventenni di oggi è solo una generazione come quella descritta, solo in costruzione. Il passaggio chiave è quello al mondo del lavoro – o al mondo “dopo la scuola” – dove si delinea una frattura traumatica tra l’etica insegnata da famiglia, scuola, amici e quella poi imposta come parametro di successo sia da amici che consigliano di aprire gli occhi che tanto sono tutti squali e nemici che invece provano questa seconda affermazione. Noi ventenni siamo carne da macello perché c’è una pesante frattura tra l’etica della speranza con la quale è stata nutrita la nostra socializzazione e quella dell’homo homini lupus con la quale si misura se siamo partner, amici e colleghi degni di fiducia e maturi (il resto, quello dell’essere adulti come responsabilizzazione, stabilità emotiva e empatia sono balle, risultato di una marketizzazione dell’interazione dove bisogna dimostrare di essere, che si sia o meno). Di fatto siamo nel gap tra la felicità della limpidezza e della provocazione a quella dello Xanax. Qualcuno finge meglio e va avanti, altri aspettano silenziosamente che arrivi il benedetto momento ch e questa sconfitta venga anestetizzata e inghiottita da antiansiolitici e sonniferi e cominci a farti star bene anche parlare solo di soldi e fica, chiudendo il cerchio e tornando agli anni in cui alle medie i “ragazzi fichi” erano adulti perché facevano le cose fiche. Non è solo una sconfitta di massa, è una vera e propria involuzione. Non mi stupirebbe se arrivati agli anni della cocaina (alte prestazioni) da quella dell’eroina (fuga dal dolore della realtà e dalle imposizioni sociali) si tornasse indietro. La domanda che aleggia in tutto l’articolo ma non viene mai focalizzata è la stessa per la mancanza di manifestazioni e per il passo indietro verso gli oppiacei: tanto che importanza ha?

  10. La conclusione contraddice le premesse. Se la nostra generazione è troppo scolarizzata, “overskilled”, ed è stretta tra la disoccupazione intellettuale (piuomeno volontaria) ed il declassamento, la soluzione sarebbe scolarizzarla ancora di più?
    Nell’articolo c’è un riferimento interessantissimo (“era post-comunitaria”) che sfiori soltanto senza svilupparlo. Prova a sostituire “uguaglianza” con “fratellanza” (con il sostituisci tutto di Word), ed a rileggere tutto il tuo articolo in chiave comunitaria.

  11. Vittorio scrive:

    Grazie per queste riflessioni.
    Posso solo accoglierle da vecchietto del movimento che fu e darti un triste benvenuto nel dopomuro, nel dopotwintowers, nella schock economy. Mi rincuora andare avanti con belle teste come la tua nella post-verità.
    Abbraccio.

  12. Marco scrive:

    Io sono più vecchio di tutti voi, sono del ’66 e il “mitico” Sessantotto l’ho vissuto seppure in braccio ai miei genitori… Mi rincuora l’articolo e il dibattito, se ricominciamo a pensare saremo anche in grado di ripartire, prima o poi.
    Rispetto all’oggi, qualcuno ricorda cosa cantava Bertoli nel lontano (e già distopico) 1984, riguardo a un 2000 ancora futuri e oggi, per chi è giovane, già remoto?

    Pierangelo Bertoli “Nel 2000” [1984]

    Nel 2000 tante idee saranno diventate una parentesi
    Superate dal progresso, annullate dal processo della sintesi
    Nel 2000 cambieremo le cambiali che saranno spiritose e digitali
    Il 2000 è il risultato di un innesto combinato già da adesso
    è un curioso esperimento coronato da immancabile successo
    è l’insieme di una scelta post-moderna
    è un filosofo privato dalla lanterna
    Nel 2000 l’osservanza sarà il metro per vedere tutti uguali
    Sia davanti alla famiglia che nel cuore delle leggi universali
    Nel 2000 sarai stata inseminata da una roba radio-telecomandata
    Sei miliardi di persone come tante mignottone
    Saran pronte ad accettare ogni ordine speciale
    E saremo più leggeri, liberati dai pensieri
    Incapaci di protesta, senza grilli per la testa
    Non più magri, non più grassi, niente alti, niente bassi
    Tutti seri ed impettiti, sei miliardi di partiti
    Luccicanti canne vuote di strumenti senza note
    Sempre intenti a funzionare se uno schema razionale
    Nel 2000 non si troverà opposizione
    Nel 2000 avremo una unica opinione
    Nel 2000 le risate saran solo programmate e generali
    Con il giusto sovrapprezzo passeranno perversioni personali
    Nel 2000 avremo un cambio di cultura e una genesi contraria alla natura
    Un computer di quartiere porterà direttamente dentro casa, sia la spesa giornaliera
    Che i concetti elaborati dalla NASA
    Nel 2000 sarà tutto uniformato, pertinente, freddo, asettico, mondato
    Scaricate le tensioni, abbattute le emozioni, imbottiti di calmanti
    Psicofarmaci ambulanti
    Voleremo senza pesi verso esotici paesi
    In un Eden straperfetto finchè durerà l’affetto
    Scivolando sul pianeta in un’estasi completa
    Chi lontano, chi vicino
    A seconda del quattrino
    Nuova stirpe di guaudenti
    Psico-pillol-dipendenti
    Si godranno lo splendore di una stirpe superiore
    Nel 2000 tu mi parlerai in giapponese
    Nel 2000 non avremo più pretese

  13. Emiliano scrive:

    Caro Christian,
    al solito cogli nel segno. La scena-madre del confronto docente-discente (per chiamarlo così) fotografa l’ennesimo ventennio italiano. E il G8 di Genova è stato di certo un evento (tragico) spartiacque per una generazione, convinta con la forza, la violenza e la morte a rientrare nel proprio guscio. Chi insegna, come noi, ha il compito di ricostruire un tessuto sociale ormai perduto per troppi motivi.

  14. harold scrive:

    mamma mia quanto sentimentalismo noioso, brrrr..ancora del G8 di genova qualcuno sta a parlare?ma va la suvvia è roba vecchissima, a momenti (arrivò poco dopo) manco c’era la Legge Biagi all epoca,ma per favore

    Davvero si parli di cose piu attuali e meno sentimentaloidi, se possibile

  15. Jacopo scrive:

    Molto interessante e discutibile. Una sola osservazione:

    L’uguaglianza imparata in famiglia non c’entra assolutamente nulla con l’uguaglianza legata alla coscienza di classe; questa si impara sul lavoro, e non nasce dal buon cuore fraterno ma dalla necessità perché solo lì si capisce che o se ne esce tutti insieme o non ne esce nessuno. Il ’68 è stato reso possibile perché oltre alle scuole e alle università erano in rivolta anche le fabbriche. Poiché quel tipo di ambiente di lavoro qua da noi è sparito (e qui hai ragione tu) ovviamente anche questo legame di classe si è dileguato, così come è divenuto molto più difficile definire il concetto di classe sociale; il che ovviamente non significa che non ci si debba provare

  16. Daniel Di Schuler scrive:

    Caro Christian,
    quello che tu scrivi della tua, vale per quasi interamente per qualunque altra generazione, nel nostro paese feudale. Solo durante la ricostruzione e il successivo boom si sono aperti più spazi di quelli che potevano essere riempiti dai soliti noti, dai figli di qualcuno e dagli amici di qualcun altro. In qualunque altro periodo, gli altri, quelli senza santi in paradiso, salvo qualche rara eccezione, si sono sempre dovuti accontentare. Anzi, rassegnare.
    Cogli nel segno, peraltro, quando individui nel deficit culturale una delle cause della crisi (non solo italiana) d’inizio millennio. Immagino tu abbia letto “Fondata sulla cultura”, di Gustavo Zagrebelsky. Difficile immaginare un collante diverso dalla cultura, oggi, per tenere unite società complesse. Difficile, però, anche definire questa cultura-legante di cui sentiamo la mancanza. Che sia la dottrina degli specialisti? Non lo credo, come non lo crede Zagrebelsky. Una cultura-bussola, piuttosto, fatta di adesione a certi principi, di abitudine al ragionamento e di curiosità.
    Una voglia di capire e di interpretare il mondo che non so bene come stimolare. Sospetto, però, che aprire un bar o una bocciofila sarebbe più utile di tante altre iniziative. Non scherzo. Tutto parte dall’agorà. Da un luogo in cui la gente si possa ritrovare per tornare, finalmente guardandosi in faccia, riconoscendo l’umanità dell’altro, a discutere.

  17. aibbur olrac scrive:

    Nonostante rispetti l’impegno – rispetto sempre chi si impegna – questo articolo di Raimo è un altro di quelli che non modificano di una virgola la situazione e tentano di spiegarla universalmente partendo da premesse molto parziali, nonché traballanti.

    Iniziamo dal principio: titolo “La mia generazione”, conclusione “Sono un privilegiato”.
    È chiaro che Raimo non parli e non possa parlare a nome di una intera generazione, ma solo di una sua minima parte, la parte che io, essendo nato l’anno prima di Raimo, conosco bene e chiamo gli sfortunati seriali.
    Sono quelli che la vita li ha privati del ’68, del ’77, li ha traumatizzati con il 2001 di Genova, li ha travolti col capitalismo e alla fine loro, incapaci di reagire, si sono trovati a soccombere perché non c’era altro da fare.
    Tutto gli remava contro.
    Cosa mai avrebbero potuto fare davanti a tutti quegli insormontabili problemi?

    Io invece non sono un privilegiato.
    Sono cresciuto nell’asilo per i dipendenti di un ospedale pubblico, dove la gente moriva tutti i giorni, dove mia mamma si ammalò di tubercolosi curando i pazienti e rimase ricoverata 9 mesi, mentre io e mia sorella eravamo piccoli.
    Mio padre lavora in oncologia polmonare, dove il primario era Ciccio Ingrao, il fratello di Pietro, più noto dirigente del PCI, che la mia famiglia ha sempre devotamente votato, ed è l’unica cosa positiva che si poteva dire di quel posto.
    A parte le polpette al sugo che una collega di mio padre cucinò nella cucina del reparto durante la pasqua del 1982, non potendo portarci in vacanza, ci portavano al lavoro con loro.
    Le cucine verranno poi chiuse perché troppa gente rubava il cibo che doveva andare ai malati e ai dipendenti dell’ospedale.
    Nel silenzio di tutti, perché tutti prendevano qualcosa.
    E poi quei tutti hanno partorito i figli privilegiati che vanno dallo psicologo perché lo xanax non basta.

    Mio padre leggeva Paese Sera, faceva turni di notte di 12 ore in cui dava la morfina ai morti viventi che negli anni ’80 ammalavano di tumore ai polmoni, li guardava morire senza poter fare niente.
    Gli dava anche la cura Di Bella, che all’epoca non si chiamava così, che non serviva già a niente, e che anni dopo è ancora in auge presso gli imbecilli che votano quel partito lì che gli dice continuamente che gli hanno rubato il futuro, ma nessuno gli dice “tuo padre rubava nelle mense degli ospedali, pagate da tutti”.

    Per resistere alle notti interminabili in reparto mio padre fumava 3 pacchetti di sigarette e beveva 10 caffé.
    Una volta ricovereranno un suo amico, faceva il pugile, aveva 28 anni, non fumava e conduceva una vita da atleta.
    Il cancro non gli darà scampo e gli concederà solo pochi mesi di vita; lasciò una moglie giovanissima e innamorata.
    Mio padre smise di fumare, da 60 sigarette al giorno a zero.
    In una sera.
    Non portò mai l’orrore del lavoro a casa, ma sicuramente lo segnò più di qualche occupazione andata buca.

    Finito il turno tornava a casa da noi, due bambini molto “vivaci”, che per molto tempo abbiamo vissuto tra casa nostra e quella degli zii, mentre la mamma era ricoverata, gli unici che erano a Roma, il resto della famiglia era al paese a 100 km dal nostro mini appartamento di 33 mq dove vivevamo in quattro.
    A proposito di uguaglianza…

    Dopo il dovere per mio padre però c’era anche il piacere: studiare!
    Per prendere il diploma e poter quindi diventare infermiere professionale, col titolo, dopo tutti gli impegni c’era l’andare a scuola, a 40 anni già belli che suonati.

    Avrà poi un infarto mio padre, dal quale per fortuna si è ripreso completamente e senza conseguenze.
    Avanti di una quindicina di anni e mia madre rischia di morire – di nuovo – per un’infezione ad una delle membrane che ricoprono il cuore.
    ̀È sempre la tubercolosi, tornata in forma diversa, sempre da un paziente.
    Di quelli con cui i benestanti privilegiati quando vengono ricoverati per le stesse patologie non vogliono neanche dividerci la stanza.
    E cercano di corrompere i medici per farsi dare stanze migliori (come se ne esistessero).
    A proposito di “classismo più feroce”…

    Per queste sventure i miei genitori hanno avuta riconosciuta la causa di servizio, due la mamma, una il papà.
    Anni dopo averne sofferto e rintuzzato le conseguenze e dopo anni di battaglie legali.

    Mio padre e mia madre, nella loro vita fatta di traumi veri, di nazisti in casa, di padri conosciuti a 4 anni perché mandati al fronte e poi morti per una appendicite, di di fratelli e sorelle e amichetti portati via dalle malattie più banali piccolissimi, di andare a 5 anni a pascolare le mucche di qualcun altro, per aiutare la famiglia, hanno fatto laureare due figli, che oggi leggono Raimo e si chiedono – almeno uno dei due se lo chiede – cosa ci sia da riprendersi a 40 anni da “Bolzaneto, Diaz e Carlo Giuliani”.

    Carlo Giuliani è solo uno che purtroppo è morto, ma è un morto il cui pensiero da vivo è non pervenuto.
    La Diaz ti ha lasciato un segno solo se ci sei finito in mezzo, altrimenti è solo un episodio fra i tanti di quanto siano lontani
    pensiero e azione: se vuoi cambiare il mondo, qualcuno si farà male.
    Non ci vuole alcuna intelligenza superiore per saperlo.
    Se le generazioni prima della nostra si fossero spaventate davanti ai morti o alle difficoltà, non avremmo mai avuto una vita “da traumatizzati” di cui scrivere e cercare di crearci intorno un’epica che non esiste, per non morire orfani di un nostro ’68 generazionale, che, francamente, disprezzo già solo come idea.

    No Raimo, io ho 40 anni, non mi sento né sconfitto, né fallito, anche se ho spesso vissuto con gente più giovane di me, fino a poco fa, ho condiviso stanze, ho campato mangiando “cose che farebbero vomitare una capra”, non ho figli e andrò a convivere ora, per la prima volta nella mia vita.

    No Raimo, io non sono traumatizzato, io la morte l’ho sempre vista, nella disperazione dell’impotenza ci sono cresciuto, non mi fa paura che tutto possa finire all’improvviso, mi fa paura che dovrò vivere altri 60 anni – almeno – circondato da persone della mia età che già a 40 anni ragionano come mia nonna che ne ha 94, aspettando che arrivi la fine, o dicendomi che il mio compito è quello di fare, DI NUOVO, un sacrificio nei confronti di chi non si è impegnato, non si è rifiutato di trovare una scusa nella propria famiglia, nei traumi giovanili, nel professore stronzo, nella carriera accademica che – strano!? – è elitaria e pochi ne traggono una fonte di reddito e/o di soddisfazione, esattamente come i piloti in formula 1 sono solo 16 in tutto il mondo e i piloti di tutto il motor sport professionale sono meno, come già è stato fatto notare, degli operai di una qualsiasi fabbrica di stampo novecentesco.
    Ma che alla fine il problema vero è che non ha studiato, ha imparato una cosa, magari benissimo, ma non ha studiato ed è arrivata impreparata all’appuntamento con le cose della vita, di cui fanno parte anche i fallimenti.
    Qualcuno pensa davvero che non sia una colpa arrivare impreparati?
    È come conoscere migliaia di ricette buonissime, ma non sapere – per disinteresse – che il fuoco brucia e finire ustionati.

    E anche se grazie all’impegno sono arrivato a guadagnare, in Italia, in una settimana, a volte in un giorno, lo stipendio che un insegnante prende in un mese, non penso di essere arrivato o che tutto questo duerrà per sempre e che non debba costantemente aggiornarmi e prepararmi, anche e soprattutto al peggio.

    Davvero crede Raimo che chiedere “cosa ne facciamo delle scorie?” quando si parla di nucleare sia la prova che “i ragazzi di oggi abbiano la presunzione di non prendere per oro colato le parole che gli vengono propinate” o è piuttosto la prova che abbiano preso per oro colato qualche anti-tesi e che non abbiano neanche aperto un manuale
    che nella biblioteca delle università sicuramente avrebbero trovato, anche in epoca pre internet, in cui veniva spiegato che è vero che le scorie
    nucleari sono in qualche modo riciclabili?
    Che le centrali al Torio di Rubbia non si possono enanche studiare in Italia per effetto del referendum e che comunque non saranno disponibili
    per la sperimentazione prima di qualche decennio?
    Non vogliamo mia accendere un reattore nucleare basandoci solo su modelli matematici e simulazioni al computer, vero?
    Che lo stesso Rubbia dice che solo il nucleare può portarci su Marte.
    Che senza energie più efficienti (le rinnovabili sono lontanissime dall’esserlo) dovremo continuare a bruciare petrolio e carbone,
    con tutte le conseguenze del caso, altro che Fukushima…
    mi fermo qui!

    Questo paese ha biosgno di pensare a se stesso come un paese post industrializzato, moderno, che fa parte di quel miliardo di persone che ha accesso a tutto, magari non sa che farsene, ma ce l’ha.
    E deve smettere di continuare a vedersi come il paese del terzo mondo che ha bisogno di new deals o piani masrshall, di inseganre nelle strade come si accende un computer o a leggere un libro o a occupare un teatro e magari invece insegnare come funziona una centrale atomica prima di portare gli studenti a un incontro a tema.
    Così invece che i pregiudizi dei loro genitori quarantenni spaventati, potranno portare i giudizi che si sono formati autonomamente.

    Insomma è vero che la nostra generazione, mia e sua, è divisa in due: da una parte chi vuole essere trattato da adulto e per ottenerlo deve andare in un altro paese o spendere molto del proprio tempo libero a dire agli altri quarantenni “smettetela di piangervi addosso”; dall’altra gli eterni bambini che trovano imbarazzzante tornare a vivere con mamma e papà, ma credono non ci sia niente di male nel non essersi costruiti un sistema di strumenti per affrontare la vita che in molti altri paesi acquisiscono in adolescenza.

  18. Johnny Paura scrive:

    Stava andando tutto molto bene, poi è arrivata la scena di Vanni Santoni con lo xanax nel borsello ed è crollato tutto.
    Blague à part, c’è un vizio originario che secondo me manda fuori bersaglio l’intervento di Raimo.
    La generazione dei trenta-quarantenni in Italia non condivide affatto il rito di passaggio col quale si apre l’articolo: lo condividono solo i laureati, anzi solo i dottori di ricerca, e in ogni caso nemmeno tutti. Un rito di passaggio molto più comune, è la disoccupazione pura e semplice, per dire. Quella che inizia dopo l’abbandono della scuola e qualche mese o anno di lavori o lavoretti al nero. Oppure l’occupazione selvaggia, che lascia a malapena il tempo per la tv (a proposito: un vago sospetto che il problema non sia in sé l’89% di dipendenza televisiva quanto i fattori materiali che contribuiscono a indurla? comunque, andiamo avanti).
    Dice bene l’intervenuto qui sopra: a meno di non aver frequentato un liceo d’élite in una grande città (e ancora ancora, ché a differenza della Gran Bretagna non abbiamo – grazie a dio – nessuna Eton), il 99% della propria classe non ha mai avuto le esperienze delle quali parla Raimo. Ne ha avute di peggiori, con ogni probabilità, ma se vogliamo essere gentili con i personaggi à la Muccino che emergono qui e là nella narrazione possiamo limitarci a dire che ne ha avute di diverse. Di radicalmente diverse.
    Raimo infatti non parla di una generazione, parla di una élite culturale. Una élite culturale che vorrebbe mettersi alla testa della propria generazione, allora. E’ parecchio diverso. Di che élite culturale staremmo parlando, pero’? Una élite alla quale mancano diversi tratti distintivi delle élites: coesione interna, coscienza di sé (in senso sociale, non psicanalitico), legittimazione del proprio ruolo da parte delle altre élites o da parte di una base sociale di riferimento. Non è nemmeno una élite allora: è una wannabe-élite.
    Che le altre élites del paese non abbiano alcuna intenzione di riconoscere una qualche legittimità o ruolo ad una wannabe-élite culturale ci puo’ stare: è sempre andata cosi’ nella storia, non è una novità del post-turbo-capitalismo. Quest’ultimo ha radicalizzato la questione perché ritiene di non aver proprio più bisogno di intellettuali, mentre gli altri sistemi socio-politici almeno ne valutavano l’utilità o la pericolosità, ma tant’è. Il problema sono le altre tre questioni.
    Della coscienza di sé ha detto bene Raimo, più o meno, e la coesione interna va in parallelo – nel senso, è capendo di contare qualcosa (o di voler contare qualcosa) insieme, come gruppo, non come persone speciali uniche e via edonisticamente sbrodolando, che entrambe si sviluppano. (E qui bisognerebbe aprire tutto un discorso sul fatto che sarebbe ora di dire a tutti i consumatori di xanax dello Stivale che il problema non è che la società impedisce loro di soddisfare i propri desideri e di realizzarsi come persone; ma i desideri non sono tutti da soddisfare, specie quelli orrendi e sbagliati e in buona parte pure fascisti, checché ne dicano i compagni psicologi; e che “realizzarsi come persona” non significa assolutamente una ceppa di niente; ma soprassediamo che mi sale il gulag)
    Ma poi c’è la base sociale di riferimento. Nella più ampia élite dirigente di un paese ci si entra in due modi: se ti ci fanno entrare per cooptazione in una élite già esistente, o in blocco perché ritenuti funzionali come gruppo al sistema vigente (e abbiamo detto che non accade e non accadrà), oppure se ci entri con la forza (che puo’ avere tanti modi, non deve essere per forza sparare per le strade o assaltare il palazzo d’inverno di turno). Per compiere un atto di forza servono, come dicevano Beppe Stalin e prima di lui Napoleone e qualche altra decina di personaggi notevoli senza xanax nel borsello, le divisioni, gli eserciti – in altre parole, qualcuno che credendo in te ti segue e combatte con te, o cinicamente, se vogliamo, per te. Ora, che forza puo’ mai pensare di avere una wannabe-élite che usa per definire sé stessa parole come “generazione” senza rendersi conto di essere, in realtà, nient’altro che una sparuta minoranza all’interno di una generazione, e che anche per questa mostruosa mancanza di realismo e prospettiva non riesce – allo stato delle cose – a farsi né capire né tanto meno seguire da nemmeno un decimo, di quella generazione? Renzi e Grillo sono certamente dei feticci, ma sono dei feticci molto più consapevoli del contesto reale nel quale si muovono rispetto a qualunque appartenente alla wannabe-élite culturale tratteggiata da Raimo – e infatti la generazione dei quarantenni – e non solo quella: la stragrande maggioranza di coloro che, appartenendo a qualunque generazione, ancora votano – segue loro, combatte per loro. Fa di loro, e dei loro, l’élite dirigente del paese. Purtroppo, tragicamente purtroppo.
    Invece di credersi esercito, bisogna essere consapevoli di essere nessuno, letteralmente. Di essere nessuno ma di volerlo creare, un esercito, per diventare qualcuno – un qualcuno collettivo, possibilmente. Continuando invece a piangere sulle proprie sfighe di individui speciali, a spendere 300 euro su 500 in psicanalisi (mio, dio), non si va da nessuna parte – e mi viene quasi da dire: per fortuna, ché se c’è una cosa che mi invoglia di meno che essere governato da Renzi o da Grillo, è essere governato dai Vanni Santoni strafatti di psicofarmaci e con le manie di onnipotenza.

    (scusa Vanni Santoni, non ce l’ho con te in particolare, è colpa di Raimo che t’ha tirato in mezzo e adesso sei fuso in un tutt’uno con lo Stefano Accorsi che urla e iperventila in uno qualsiasi dei film dove fa il quarantenne; mi dispiace)

  19. laura scrive:

    In una notte insonne di mezza estate dal caldo tenace, ho letto il tuo articolo. Mi è piaciuto molto ma non ha contribuito a prender sonno. Anzi ha risvegliato in me quel senso di angoscia che accompagna il tuo articolo.
    Trovo che chiuda con una nota di coraggio e di speranza soprattutto nell’educazione come campo elettivo per rifondare una società progressista e consapevole.
    ho letto questa chiusura come un’esortazione, specie nel passaggio in cui dici non andate a Berlino Londra o Toronto. Sembra una chiamata alle armi: la battaglia per l’uguaglianza si fa in Italia e la si fa con la scuola.
    Se da un lato sono daccordo, e tutto il tuo articolo mi tocca personalmente come credo tocchi molti della nostra generazione, devo dire che non mi soddisfa fino in fondo.

    Personalmente sono stanca di chi richiama alle armi dall’Italia, magari insegnando nella scuola, magari avendo comunque una posizione più o meno privilegiata. Non voglio attaccare i tuoi meriti, lungi da me, ma chi spesso scrive con i toni simili ai tuoi si trova già al di là della linea del privilegio e fa spesso dell’uguaglianza una battaglia intellettuale che poco ricorda le ristrettezze o lo smarrimento di chi non sa dove più sbattere la testa.

    L’insegnamento non basta come militanza sociale. Pensa solo ai meccanismi perversi per accedere all’insegnamento delle scuole. Se non hai inanellato un percorso decodificato dalle burocrazie nazionali sei fuori dai giochi, non importa essere ricco intellettualmente e appassionato dell’insegnamento. Dopo aver letto il tuo articolo mi sono informata sull’accesso all’insegnamento in Italia ( si perché io sono tra quelli che ha un dottorato e un’abilitazione a professore di seconda fascia in Italia e vive all’estero). Dopo aver tentato di capire i vari decreti, il concetto di abilitazioni a cascata, SSIS, TFA, e altri acronimi criptici per chi non si è mai addentrato in questo sistema, ho letto i dati per le iscrizioni alle TFA 2016/2017, percorso che abilita all’insegnamento almeno fin’ora. Sono di circa una quarantina la media di “abilitanti” per corso nelle università che offrono i TFA, con prezzi che vanno dai circa 2800 a 3000 euro per le tasse. Non tutti possono permetterselo, come non possono permettersi il tempo di fare di nuovo un altro corso, un altro percorso formativo spesso insegnato da docenti ignoranti che insegnano alle TFA perché anche loro non sono riusciti ad assicurarsi altro, o a sognare altro.

    Uso il verbo “sognare” perché per me è chiave per descrivere il concetto di ugualianza, o di diritto . Per me l’uguaglianza non sta solo nella ridistribuzione materiale, se mi permetti riprendo il tuo esempio della torta da dividere con la tua sorella, ma sta nel poter immaginare di inventarsi un mestiere, un contributo personale alla società senza cadere nei meccanismi dell’iperindividualismo competitivo. Insomma nel potersi perfino reinventare la torta…

    Purtroppo, il sistema scolastico che tu vedi come terreno di battaglia, non lo è più. E’ già passato. Le scuole sono stantie e non parliamo delle università: sono mausolei della corruzione e del nepotismo istituzionalizzato. Quindi per me la battaglia per riappropriarsi della capacità di sognare, la capacità di rivendicare diritti di uguaglianza, non ha confine nel territorio italiano, e non serve per forza confrontarsi con le scuole (se non nel caso in cui ci siano eccezioni, ma come tali rimangono).
    Credo che forse la nostra generazione, che ha ancora il privilegio di arrancarsi tra vari lavori e mestieri e che ha conosciuto la generazione dei primi del novecento, ha il “dovere” di impegnarsi nell’educazione del savoir-faire informale, nella costruzione di reti di solidarietà che non abbandonano chi soffre la solitudine di dover sopravvivere ad un affitto o bollette che non si sa come pagare o ancora peggio che non sa dove abitare. Bisogna ripensare come e in quale modo si possa essere più efficaci politicamente e socialmente nel mettere a nudo tutti quei meccanismi perversi che ci isolano, che fanno sembrare la propria perdita di senso sociale e lavorativo come un male individuale da medicalizzare.

    Il tuo articolo ha aperto una voragine di pensieri che necessiterebbero ulteriore cura e attenzione per essere dipanati. Ti ringrazio per averlo pubblicato. Il mio messaggio finale è che per me non è sufficiente battersi per la scuola, perché questa non è che un tassello seppur importante per reinventare una società più giusta che non produca una generazione di disillusi. Per come incoraggiarci, strutturarci e non isolarci ci vorrebbe un nuovo articolo.

  20. Ernesto Rossi scrive:

    Se serve la cultura, allora come fecero gli operai ed i braccianti? Certo può servire ma in ultimo ti accorgi che è sempre e solo questione di violenza. Ci vorrebbe un porto d’armi libero per tutti…

  21. Antonio Papagni scrive:

    Ho scritto un libro pubblicato da un mese da CARTACANTA Editore in cui cerco di raccontare il cruciale passaggio antropologico tra gli anni 70 e i 90. Si intitola DAI LED ZEPPELIN ALLO ZEN ed è un libro politico. (perdonate la pubblicità ma questo articolo l’ho vissuto come una ideale continuazione del mio lavoro)

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  1. […] Rilancio un articolo di Christian Raimo da Minima&Moralia che riesce, in un testo non troppo lu… […]

  2. […] #battaglie soltanto per i nostri #diritti ma anche per i nostri #doveri – Christian Raimo http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-mia-generazione/ […]



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