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La Sardegna di Alessandro De Roma

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(Fonte immagine)

di Cristò 

Diffido sempre dei romanzi ambientati in alcune regioni italiane; questo è uno dei miei tanti pregiudizi da lettore. Non si tratta di pregiudizi sulle regioni, ma sulla possibilità di utilizzarle come sfondo di una storia senza che le regioni stesse prendano il sopravvento. Una di queste regioni è la Puglia in cui vivo da sempre e che non sono mai riuscito a utilizzare come scenografia di un racconto o di una novella. O meglio, probabilmente tutto quello che scrivo è segretamente ambientato in Puglia e spesso inconsciamente nascondo indizi, particolari, che possano in qualche modo mettere l’indice del lettore sul giusto punto della cartina geografica, ma ho sempre il timore che rendere esplicito questo sfondo possa spostare l’attenzione dalla vicenda al luogo; trasformare la storia di un personaggio che immagino mosso da sentimenti universali, archetipici, nella storia di un luogo che genera sentimenti locali, tipici. Del resto se persino la narrativa di genere (penso al giallo o al noir) ambientata in regioni come la Puglia, la Sicilia o la Calabria non riesce a fare a meno di massicce dosi di folklore, non vedo come la narrativa letteraria (uso l’aggettivo per contrapposizione e non con un’accezione qualitativa) possa sfuggire a questa trappola.

Eppure, se è vero che è sempre “meglio scrivere di ciò che si conosce”, ci deve essere un modo di descrivere questi luoghi evocandone il carattere universale e non locale. Come si fa, in parole povere, a scrivere un romanzo ambientato in Puglia, Sicilia, Calabria, Sardegna che non sia troppo pugliese, siciliano, calabro, sardo? Come si fa a scrivere un romanzo ambientato in Colombia, Messico, Brasile che non sia troppo sudamericano?

Ci riesce, per esempio, Efraim Medina Reyes semplicemente trasformando il nome della sua cittadina natale Cartagena de Indias (ambientazione naturale dei suoi romanzi) in Città immobile. Questo gli consente di concentrare l’attenzione del lettore su una sola caratteristica, di guidarne il pregiudizio e di scongiurare qualsiasi tentazione di sovrapposizione della sua ambientazione colombiana a quella di, per esempio, Gabriel Garcìa Marquez.

Ci riesce anche molto bene Yuri Herrera nel suo primo romanzo “La ballata del re di denari” (la Nuova frontiera, 2011) raccontando con la lingua della fiaba il mondo dei narcos messicani e privando i luoghi e i personaggi di nomi realistici (il Castello, la Corte, il Regno, il Re, l’Artista, la Bimba, la Strega).

Ma in entrambi i casi lo stratagemma, per quanto efficace, risulta più che esplicito o quantomeno troppo letterario (questa volta nel senso di artificioso, artefatto). Non è più l’ambientazione che prende il sopravvento sui personaggi, ma la presenza dello scrittore.

Ci riesce meglio Alessandro De Roma nel suo romanzo “La mia maledizione” (Einaudi 2014): mentre in libreria leggevo le alette del libro, ero sicuro di avere tra le mani uno di quei romanzi in cui l’ambientazione – sarda, in questo caso – prende inevitabilmente il sopravvento.

Sfogliandolo incontravo luoghi (Nuoro, Oristano, Cagliari, Cala Ginepro) e cognomi (Mulas, Corrias, Murgia) che non potevano non confermare il mio pregiudizio da lettore. Però l’incipit, per quanto apparentemente semplice e lineare, mi aveva colpito: «Nella primavera del ’91 l’ingegner Corona, mio padre, annunciò che tutta la famiglia doveva seguirlo a Nuoro.», e poi mi era stato consigliato, volevo leggerlo. Insomma, probabilmente avrei letto un bel libro troppo sardo.

L’ho comprato e l’ho letto. Come dicevo, ho fatto bene.

Alessandro De Roma riesce a raccontare una storia e a raccontarla in Sardegna senza che il folklore prenda il sopravvento. E lo fa senza penalizzare la natura intima della regione, anzi descrivendone i luoghi nei particolari, usando tutta la scenografia a disposizione.

La storia è quella di un adolescente che da Oristano si trasferisce a Nuoro dove decide di isolarsi stringendo amicizia con il reietto della classe, Cosseddu, soprannominato dai coetanei La Fogna; è quella delle loro fughe nella natura incontaminata alla ricerca di luoghi misteriosi e panorami aperti; è quella di un’amicizia malata tra due ragazzi appartenenti a classi sociali troppo diverse che diventeranno uomini agli antipodi della scala sociale. Ma è anche la storia di un’ossessione, quella del protagonista e voce narrante Emilio Corona, per un’amicizia che sente sbagliata sin da subito e di cui sopporta le stranezze e le puzze (le scarpe da ginnastica di Cosseddu); un’ossessione che ha che fare con la propria idea di sé, con l’autostima di un adolescente che conosce già il suo futuro, che non può sfuggire al destino che lo vuole costruttore di villette a schiera nell’azienda edile del padre e che cerca in Cosseddu un alter-ego, la propria parte sgraziata, povera, puzzolente, affamata eppure così aggraziata, veloce, esperta nelle arrampicate lungo i tratturi delle boscaglie.

Un’ossessione che mi ha ricordato quella di Antonio Dorigo (architetto milanese) per Laide (prostituta minorenne) nel romanzo “Un amore” di Dino Buzzati e che, come in Buzzati, trova compimento in una scrittura misurata e regolare nella descrizione dei moti interiori e, invece, estremamente libera nel racconto dei luoghi. Una scrittura che sembra voler contenere l’ossessione, arginarla, giustificarla e che si scontra inevitabilmente con le contraddizioni del tempo e del luogo che prendono il sopravvento solo per mettere l’io narrante di fronte alla realtà dei fatti.

È proprio la scrittura, la lingua di sapore novecentesco, che fa del romanzo di Alessandro De Roma un’opera letteraria (questa volta nel senso più nobile del termine) in cui la Sardegna degli anni ’90 è contemporaneamente quel luogo in quel tempo, ma anche un luogo in un tempo qualsiasi.

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