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La migrazione di un nome: Maylis de Kerangal e Lampedusa

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. La traduzione dal francese è di Andrea Melis (fonte immagine).

Le parole sono un fenomeno complesso. Circolano nello spazio sociale, generando tanto comprensione quanto equivoci; capita a volte che, inutilizzate, spariscano, così come può anche accadere che un uso eccessivo sottragga loro significato riducendole a vaghi significanti.

È spesso la sorte delle parole veicolate dalla cronaca giornalistica, ed è quello che rischia di accadere – o che forse è già accaduto – alla parola Lampedusa. «Il mio obiettivo», dice Maylis de Kerangal, «è stato estrarre questa parola dallo storytelling mediatico per rimetterla in circolo in una materia più linguistica e culturale: la materia della letteratura».

In Lampedusa (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi con Daniela De Lorenzo), all’inflazione che svuota di senso un termine de Kerangal oppone il bisogno di distinguere e identificare, una risignificazione tramite cui riappropriarsi di un nome. «Volevo che gli strati che ricoprono quel toponimo fino a renderlo opaco, dunque tutte quelle incrostazioni di senso che ci impediscono di percepire Lampedusa nella sua traumaticità, si sbriciolassero».

Per riconsegnare Lampedusa a un ascolto autentico, la scrittrice francese – che con Nascita di un ponte ha vinto, tra gli altri, il Prix Médicis e con Riparare i viventi il Grand prix RTL-Lire – da un lato procede in modo cauto e meticoloso, usando la lingua come il martelletto dell’archeologo che sonda, misura, esplora, e dall’altro sceglie di non compiere un percorso lineare ma di muoversi a zigzag, girovagando intorno alla parola, allontanandosene, riaccostandola, così facendo di Lampedusa l’oggetto di una rêverie.

Se il punto di partenza è la notte del 3 ottobre 2013, quando una donna, nella cucina della sua casa a Parigi, ascolta alla radio la notizia dell’affondamento nel Mediterraneo di un barcone proveniente dalla Libia e della morte di oltre trecento persone, lo sviluppo è appunto digressivo e analogico: raccontando di Burt Lancaster interprete del Gattopardo e di The Swimmer, di Bruce Chatwin e delle songlines, di Stromboli e della Siberia, de Kerangal ha chiarissimo un punto che, se in questo suo libro è fondativo, descrive al contempo una più generale idea di scrittura: «Pensare è pensare ad altro, e questo per me è il senso e il lavoro della letteratura».

E ugualmente, vagabondando attraverso una notte in cui ricordi e immaginazioni si fanno indistinguibili, questa personalissima archeologia di un nome arriva a un vero e proprio approdo, vale a dire al momento in cui la cosa Lampedusa si rivela nitidissima come «uno stato del mondo», tanto spazio fisico quanto condizione, un modo specifico dell’esistenza: «Lampedusa è una sineddoche, una parte che sintetizza il tutto, tragedia politica così come un insieme di prassi di accoglienza – quelle messe in atto dagli abitanti dell’isola – profondamente umane. Per queste ragioni ho voluto raccontare la migrazione di un nome; perché Lampedusa è la metafora del mondo contemporaneo, una parola che è necessario restituire a se stessi».

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
5 Commenti a “La migrazione di un nome: Maylis de Kerangal e Lampedusa”
  1. Angelo scrive:

    Che bravi. Ovviamente sia Vasta che la scrittrice, di cui ricordo di aver lettò riparare i vivienti

  2. Questo breve testo si intitola I piaceri della porta ed è un buon esempio della poesia di Francis Ponge: prendere un oggetto il più umile , un gesto il più quotidiano, e cercare di considerarlo fuori d’ogni abitudine percettiva. Siamo tutt’ a un tratto felici di trovarci in un mondo pieno di porte da aprire e da chiudere.

  3. La responsabilità connessa all’uso del linguaggio. Colmare lo spazio pubblico di enunciati programmaticamente irrilevanti delegittima il discorso sociale. Le parole sono caos e ornamento, polvere e passatempo.

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