Milizia della cultura

La Milizia della Cultura: intervista a Kadhem Khanjar

Kadhem Khanjar è un poeta iracheno fondatore con altri giovani poeti del gruppo Milizia della cultura che organizza letture poetiche in luoghi colpiti dalla guerra o da attentati terroristici.

È ospite di Internazionale a Ferrara (dal 4 al 6 ottobre), il festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale e dal Comune di Ferrara, giunto alla XIII edizione; qui presenterà la sua raccolta di poesie In guerra non mi cercate. Poesia araba delle evoluzioni e oltre (Le Monier). Per questi giorni a Ferrara ci saranno più di 250 ospiti provenienti da 38 paesi e da 5 continenti per 250 ore di programmazione e 122 incontri. Protagonisti l’attualità internazionale e i grandi temi di fondo: l’emergenza climatica, le questioni di genere, il lavoro e le disuguaglianze.

Abbiamo intervistato Kadhem Khanjar per saperne di più sulla Milizia della cultura.

Hai deciso di rimanere in Iraq, qui hai fondato con altri giovani poeti iracheni il gruppo Milizia della cultura. Ci racconti chi siete?

Innanzitutto ci tengo a dire che il mio non è un “esercito”. Ho voluto creare una milizia culturale, perché una milizia è fatta dalle persone. Il mio è un vero e proprio movimento, fatto dal popolo, nato nel 2013, quando ho deciso che era giunto il momento di portare i ragazzi in strada, di coinvolgere dunque i giovani del paese per cambiarlo attraverso la poesia, che è quello che io faccio. Per un poeta è molto difficile descrivere che cosa accade nel suo paese vivendo altrove. Il poeta ha bisogno di sentire sulla sua pelle quello che succede per poterne scrivere. L’unico modo per essere in pace con me stesso è rimanere nel mio paese, dal quale avevo cercato di allontanarmi iniziando le pratiche di asilo in occasione di un festival a Tolosa, in Francia, al quale ero stato invitato, ma decidendo poi di ritornare in Iraq per continuare la mia opera dall’interno.

Come nasce la vostra attività? Cosa rappresentano i vostri reading e cosa succede durante le performance?

La prima cosa che ho fatto è cercare di spiegare a tutti cos’è la poesia, come si fa, e una volta chiarito questo abbiamo organizzato vere e proprie performance, interventi artistici che abbiamo svolto in luoghi particolari, per esempio tra i resti di autobombe esplose, in campi minati da bombe inesplose, in tantissimi luoghi dove erano attive le forze americane, come ai piedi di alcuni aeroplani, in zone circondate da muri e fili spinati dietro i quali gli americani si barricavano.
Cosa facciamo in questi posti? Leggiamo poesie, mostriamo cartelli con i versi dei componimenti, anche prendendo di mira l’autoproclamatosi stato islamico. Abbiamo ricreato degli scenari a esso familiari, per esempio il video mandato in onda dallo Stato Islamico nel momento in cui aveva deciso di giustiziare un giornalista giordano dentro una gabbia di filo spinato.
Indossiamo le divise dello Stato Islamico per ribaltare la situazione e cercare di distruggere il loro messaggio attraverso la poesia. Noi vogliamo parlare di essere umani; vogliamo che in tutti i luoghi toccati dalla guerra, distrutti, rovinati probabilmente in modo definitivo, si parli di esseri umani e pensiamo che la poesia sia la cosa più universale con cui coinvolgere il maggior numero possibile di persone, perché ricordiamoci che in Iraq ci sono grandi differenze tra di noi, ma tutti paghiamo per la guerra.

Ci parli della tradizione della poesia irachena e che importanza ha quest’arte in relazione alle rivolte?

La tradizione poetica irachena è lunga e articolata, si inserisce in una tradizione artistica regionale. Ci sono stati molti cambiamenti, siamo partiti da una poesia libera a una in prosa, questo cambiamento è stato accompagnato da un mutamento della lingua utilizzata: inizialmente c’era solo l’arabo classico, oggi si trova anche il dialetto. Questo ha mutato la struttura dei versi. Negli ultimo 10 anni è stato importantissimo il cambiamento dell’oggetto/soggetto della poesia: inizialmente si esaltava la bellezza, l’amore e la natura, oggi invece la poesia è sociale e politica, si introduce nella vita di tutti i giorni, racconta la vita delle persone e documenta la vita quotidiana. Uno strumento per tracciare le dinamiche sociali dell’Iraq.

Non possiamo non chiederti cosa sta scucendo in questi giorni a Bagdad.

La forte differenza di classe ha amplificato le proteste e questa volta sono molto diffuse. Dal 2011 noi iracheni occupiamo le piazze, soprattutto d’estate quando le nostre enormi risorse energetiche sembrano non bastare e la corrente elettrica salta in continuazione. Tutto ciò rende impossibile la vita quotidiana mettendo a rischio anche il lavoro degli ospedali, tenete presente che nel mio paese la temperatura arriva fino a 50 gradi. Il popolo è disilluso e convinto che la protesta a oltranza sia l’unica via. La gente scende in piazza in modo pacifico per chiedere la garanzia delle infrastrutture di base e reclama parità tra tutti i componenti della popolazione. Si chiede un taglio degli stipendi del potere e e un aumento dei salari per la popolazione.

(Intervista a cura dell’ufficio stampa del festival. Traduzione dall’Arabo di Azzurra Meringolo)

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