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Su “La morte di Danton” di Mario Martone

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Al culmine del breve, incandescente discorso in cui cerca di ribattere alle accuse che gli vengono mosse dal Tribunale della Rivoluzione, Georges Danton sfiora il nocciolo delle cose. Siamo a Parigi, nell’aprile del 1794. Dopo aver liquidato l’ala sinistra degli hebertisti, Robespierre intende puntellare il proprio potere eliminando proprio Danton, colui che incarna l’altra faccia della Rivoluzione, l’anima più libertaria e pragmatica, tanto da apparigli come il più pericoloso degli avversari.

Nell’aula di tribunale, dopo aver indirizzato contro Robespierre, Saint-Just e «i loro boia» la medesima accusa che loro stessi gli hanno lanciato (tradire, cioè, il processo rivoluzionario), Danton si rivolge a quel pubblico che a lungo lo ha amato come il leader più umano, e passionale, dei moti parigini. Si rivolge alla porzione di popolo assiepata ad assistere a una gogna politica dall’esito già segnato, e conclude il suo discorso con parole che non potevano essere più lucide, più crude, e allo stesso tempo distanti dalla morale dei due «santi» della Rivoluzione che vogliono farlo condannare a morte in quanto «controrivoluzionario»: «Fino a quando le orme delle libertà saranno le tombe? Voi volete pane, e loro vi lanciano teste! Voi avete sete, e loro vi fanno leccare il sangue dai gradini della ghigliottina!»

Danton non è un santo. E non è neanche un moderato. Ha condiviso con i giacobini e i cordiglieri tutti gli eccessi rivoluzionari dalla fine del 1792 in avanti, li ha sollecitati in prima persona. Ma quando il Terrore inizia ad avvitarsi su se stesso, è uno dei primi a cogliere (dall’interno dello stesso movimento rivoluzionario) la sua involuzione. C’è un momento in cui la Rivoluzione, che sembra agire e disporre dei singoli individui, persino dei suoi leader, piuttosto che esserne governata, inizia a divorare se stessa. Irreggimentandosi, il fiume in piena assume le stesse forme e gli stessi metodi polizieschi dell’Antico regime che ha voluto abbattere. Nella speranza di raddrizzare a tappe forzate il legno storto dell’umanità, crea una nuova dittatura

L’enorme tema del fallimento della Rivoluzione francese (e, con essa, di tante altre rivoluzioni) è al centro del dramma Morte di Danton, scritto nel 1835 a circa quarant’anni da quegli eventi dal ventunenne Georg Büchner,  in fuga dalla polizia dell’Assia per la sua militanza politica, e ora portato in scena, grazie alla regia di Mario Martone, al Teatro Carignano di Torino e al Piccolo Teatro Strehler di Milano. In occasione dello spettacolo, il testo di  Büchner è stato nuovamente tradotto da Anita Raja per Einaudi.

Morte di Danton non è solo un dramma che scandaglia la fase più cruenta del Terrore. È la pietra di paragone della dissipazione di tante altre rivoluzioni, specie novecentesche, a cominciare dall’altra grande Rivoluzione, quella russa. Quel tribunale del popolo che non prevede alcuna reale possibilità di difesa, quella purga orchestrata all’interno di un gruppo dirigente composito e plurale contro un proprio compagno, quel dissidio insanabile tra il virtuoso Robespierre e il libertario Danton sono alla base della somma frattura che si crea ogni volta – anche in altre epoche e in altri paesi – tra spirito rivoluzionario e ordine rivoluzionario. Detto con altre parole: tra la rivolta e la sua successiva istituzionalizzazione.

Che la fine di Danton parli di quella di tanti altri, mandati al gulag o davanti a un plotone di esecuzione, lo aveva capito anche Andrej Wajda in un suo bellissimo film del 1983, Danton. Lo stesso Martone, in fondo, parte dal medesimo assunto.

Leggendo il testo di Büchner è impossibile non pensare ad altri libri novecenteschi che hanno raccontato il «dio che è fallito», e i paradossi di ogni dittatura rivoluzionaria. Si legge Morte di Danton e si pensa subito a La fattoria degli animali di George Orwell, a Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, a Uscita di sicurezza di Ignazio Silone, a L’uomo in rivolta di Albert Camus.

Soprattutto, a me viene da pensare a Memorie di un rivoluzionario di Victor Serge, anarchico vicino ai bolscevichi, poi fatto deportare da Stalin, tra i primi a rendersi conto dell’involuzione del leninismo già dopo la sanguinosa repressione della rivolta dei marinai di Kronštadt. Scrive amaramente Serge nelle sue Memorie pubblicate in Italia dalle edizioni e/o, a proposito dell’Unione sovietica degli anni Venti: «Eravamo, in verità, già quasi schiacciati dal nascente totalitarismo. La parola “totalitarismo” non esisteva ancora. La cosa ci si imponeva duramente senza che ne avessimo coscienza. (…) Le grandi idee del 1917 che avevano permesso al partito bolscevico di trascinare le masse contadine, l’esercito, la classe operaia e l’intelligencija marxista, erano evidentemente morte.»

Non c’è niente di più bruciante che assistere al fallimento di una rivoluzione, alla spirale cupa della violenza del nuovo ordine, specie se in quella rivoluzione vi si sono riversate tutte le proprie forze, e soprattutto se la si rifarebbe daccapo, senza pensarci su due volte, perché nell’Antico regime non c’è nulla, ma proprio nulla, di buono da preservare. Il dramma politico di Danton è tutto in questo scacco.

Tuttavia nel Danton di Büchner c’è qualcosa di ancora più apocalittico. Alle spalle del rivoluzionario che vorrebbe mantenere, o ricondurre, lo spirito della rivoluzione su binari non autoritari, alle spalle dell’uomo indulgente nei confronti delle debolezze umane (innanzitutto le proprie), traspare lo sguardo del pessimista radicale. Quello di chi confida a Camille Desmoulins nel buio della galera, ormai consapevole dell’epilogo del processo: «Non c’è speranza nella morte; essa è soltanto una putrefazione più semplice, mentre la vita è una putrefazione più complessa, più organizzata, è tutta qui la differenza!» Quello di chi, già all’inizio del dramma, non ha più la forza di ascoltare i propri compagni che cianciano di nemici, alleanze e assetti da dare al nuovo stato, tanto da confidare mestamente alla moglie: «Con la loro politica mi hanno sfinito».

Büchner non descrive solo il vicolo cieco della politica del terrore, nata dalla necessità di difendersi dagli assalti della reazione, e poi degenerata per l’assenza di qualsiasi contrappeso o autocritica interni. Descrive qualcosa di più complesso: il paradosso che nasce, in alcuni frangenti storici, dall’eccesso di politica, quell’eccesso che finisce per sottomettere ogni angolo della sfera privata, anche il più intimo, al sogno di modellare un mondo e un uomo nuovi. Se in ogni tentativo di arrestare o sanare l’ingiustizia del mondo, la leva della politica diviene inevitabilmente eccesso, se ogni azione sfocia nella forza, allora la Storia non può che essere un cumulo di fallimenti e nuovi regimi che nascono da quei fallimenti? Che a interrogarsi su tale dilemma sia l’uomo dalle molte facce Danton, colui il quale aveva creduto che la rivoluzione potesse avere un esito diverso, rende il testo teatrale di Büchner un cantiere aperto a infinite riletture.

Non è un caso che a portare in scena Morte di Danton sia proprio il Martone che nel film Noi credevamo di qualche anno fa ha raccontato il fallimento del Risorgimento italiano come rivoluzione nazionale e la sconfitta di quei repubblicani mazziniani, che avrebbero non solo voluto unificare l’Italia, ma trasformare profondamente le sue strutture. Tuttavia le «riletture» potrebbero proseguire anche per il Novecento, e anche al di fuori dei confini europei. In Fantasmi, ad esempio, il libro di Tiziano Terzani edito da Tea che raccoglie le corrispondenze e gli scritti sulla Cambogia della metà degli anni settanta, è possibile recuperare una delle autopsie più lucide della «visione radical-giacobina di un gruppo di dirigenti guerriglieri», che per edificare un mondo nuovo non esitò a provocare uno dei più atroci genocidi della seconda metà del secolo scorso. Venendo al XXI secolo, non è difficile intravedere la stessa dinamica rivoluzione-terrore-controrivoluzione nel fallimento delle primavere arabe che si sono susseguite dal Maghreb al Medio Oriente. Lo spiega, e potrebbero citarsi anche altri libri, Giuseppe Acconcia nel suo Egitto democrazia militare (Exorma, 2013), laddove scrive che Piazza Tahrir da laboratorio di politica di strada è poi diventata il centro della repressione. Lo sostiene chiaramente lo scrittore egiziano Sonallah Ibrahim nella prefazione al volume: «Piccole organizzazioni di sinistra hanno giocato un ruolo centrale nella preparazione delle rivolte del 25 gennaio 2011. Sebbene sotto slogan di sinistra, le rivolte sono state spontanee, senza una leadership organizzata. Questo ha permesso ai Fratelli musulmani, un vecchio partito conosciuto per le sue posizioni reazionarie, la violenza e l’opportunismo, di conquistare il potere. Una volta ancora, le masse non organizzate si sono rivoltate, sotto gli stessi slogan nel giugno 2013. Questa volta i militari hanno conquistato il potere.» E sono iniziate le sparizioni di centinaia di attivisti antiautoritari…

Ma, allora, ci sono state rivoluzioni capaci di non ricorrere alla morte-di-Danton? Se lo chiede Hannah Arendt in uno dei suoi libri più belli, Sulla rivoluzione (Einaudi), un’analisi filosofica serrata tesa a individuare quelle istituzioni e quei corpi politici che – anche in seguito a una rottura rivoluzionaria – riescono a garantire «lo spazio entro cui la libertà può manifestarsi». Come preservare il «tesoro» di ogni rivoluzione, senza darla vinta a tutti coloro i quali sostengono – da sempre – che bisognerebbe lasciare il mondo e le sue divisioni così come le si trova, per evitare gli sconquassi e gli eccessi successivi? Più che nelle rivoluzioni europee, Hannah Arendt individuò nella rivoluzione americana l’unico esperimento capace di non sfociare nel disastro e nel terrore. Intravede uno spiraglio nel repubblicanesimo di Thomas Jefferson: solo tramite un sistema di garanzie costituzionali che non faccia scempio delle pluralità degli esseri umani è possibile evitare che i «governi d’emergenza» si trasformino in regimi stabili.

Curiosamente, il modello americano si affaccia anche nel dramma di Büchner attraverso le parole di Thomas Paine, il rivoluzionario americano autore dei Diritti dell’uomo, che visse a Parigi in quegli anni e fu mandato in carcere dal Comitato di salute pubblica per essersi opposto all’esecuzione del re. In uno dialogo del dramma è proprio Paine a parlare dell’imperfezione del mondo e del fallimento di ogni morale politica che, anziché trovare i modi di convivere con questo dato ineliminabile delle cose umane, e da qui provare a costruire un ordine politico diverso, prova invece a rimodellarlo gettando l’intera società in una fornace.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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