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La morte seconda

Potete trovare questa poesia sullo Straniero di questo mese. Potete trovare il libro di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, edito da Isbn, ovunque.

Quelle sere che le macchine arrivano
a sciami, in file di parcheggi lungo
vie di paese, e non c’è luna che illumini
le bifamiliari ma lampioni in giardino
che scolpiscono l’aria, spegnendo
in silenzio l’estate, in lieve dissolvenza
dietro i teli sui barbecue e fra i camper
negli spiazzi deserti: è quando
si indicono le prime riunioni,
in cui cerchi di trovare, per l’autunno
alle porte, un senso nuovo, altre ragioni
con cui trascinare il mantello dei giorni.
Le maestre dell’asilo ti accolgono
estatiche già mentre appoggi i maniglioni
antipanico, un bidello con le braccia
conserte sullo sfondo di disegni
sui muri (le stagioni, gli animali,
i fiori), tutte cose
che accusano i padri, i nostri lavori
con auto aziendali, come leggi
nelle forme e nelle tinte pallide
con cui i visi languono sulle ghirlande
per le feste natalizie in famiglia.
«Il programma
è importante che sia condiviso»,
dicono nell’afa dell’aula magna
al sapore di pongo e verdure lesse
le maestre eccitate negli occhi, e tu
che niente credi di condividere
col padre assessore che ti siede
davanti, i capelli tinti, niente neppure
col suo unico figlio e niente coi nipoti
che avrà costui, ma annuisci lo stesso,
sedato, mentre entrano genitori in ritardo
a causa di sessioni in palestra,
annuisci già con un cerchio alla testa
sulle luci al neon e gli effluvi sporchi
del linoleum nei corridoi: i programmi
(è ovvio) riguardano,
sentenzia la maestra più giovane,
«riguardano direttamente anche voi».
Quest’anno l’intenzione è di seguire
da vicino, come traccia per lezioni
che si annunciano magnifiche, il Cantico
delle Creature, Francesco d’Assisi,
ogni elemento incontrato nelle strofe
soggetto di schizzi e riflessioni
guidate: le stelle, il vento, il sole,
l’acqua, la luna, la terra, finché «ora,
vi prego, dividetevi in gruppi», e disegnare
bisogna, noi, che ci guardiamo
solo in parte sconvolti,
«i grandi macrotemi
su cui lavoreranno
su cui lavoreranno i vostri bimbi»,
invita in ridondanza la menade maestra.
Ecco allora spuntare spettrali
quegli immensi fogli bianchi delle infanzie
imbrattate, perché tutto, purtroppo,
riguarda anche noi, specialmente
l’ansia e lo sconforto a riflussi,
tanto più se estrae la maestra baccante
per il gruppo in cui capiti tuo malgrado
il biglietto con la scritta (una riga,
due lapis, pennarelli consunti)
sora nostra
                       la morte corporale.
E noi dunque
la dovremmo disegnare?
E perché proprio noi, finito l’asilo
negli anni di piombo e tutto scordato
del mondo, perché stasera che gli occhi
sono gonfi e mimano le nuvole che fuori
si ingrossano, perché qua dentro
tra gli spigoli di gomma
e nell’assedio di foto scattate
alle recite, perché assieme
al padre assessore che già consiglia
un’allegoria di candidi angeli
in raccoglimento?
E tu che pensi al divorzio, al cemento,
al 740, la morte incastrata tra una cena
di wurstel e uno squillo al cliente
di Zero Branco, dove è molto più alto
il ripetitore della torre civica
secolare, «e due mani,
potremmo disegnare,
che escono dai cirri sparsi nel cielo
per prendere con sé i cari defunti»,
anche se l’idea degli angeli
ha il vantaggio, per l’assessore,
di essere più rassicurante, nessun braccio
monco pendulo tra nubi, né tanto meno
croci e cimiteri come propone una madre
ansimante, il 2 novembre (o è il primo?),
i fiori sopra i monumenti funebri,
l’accensione del lumino, magari
ripreso da un sole su nell’angolo,
carino, ma diavolo,
la terra è bruna e violenta,
si dicono tutti –
mentre il gruppo sui fiori
ha già finito il disegno in un trionfo
di rose, margherite e asfodeli:
meglio il cielo della terra,
ci diciamo,
che anche a dipingerlo
dà meno problemi.
Per guadagnare tempo, così, intanto,
spazziamo di azzurro l’area del foglio,
le madri che provano a conferire
un accento prettamente surreale,
il simbolismo di Previati, dice una,
sorridendo, con sfoggio di cultura senz’altro
inappropriato, anche perché tu
vorresti abbozzare un’autostrada,
un cavalcavia, una tangenziale,
l’interno dell’ufficio postale di Quinto,
la serie di euroquattro stipata tra i gelsi
e le nostre domeniche al Le Roy Merlin,
ma taci, capito l’andazzo, ti tieni nella mente
il tuo lugubre quadro, per dopo,
al rientro a casa, chiuso il cancelletto,
durante il lancio delle chiavi sopra
il mobile in ingresso, anche se incalzano
gli altri genitori: «le mani?
gli angeli? dei putti? le epigrafi?
la falce? san Pietro? se non Dio,
il padreterno, la lunga tastiera
di un piano che conduce a una luna
splendente?»,
mentre tu, di proposte, nessuna,
finché l’assessore se ne rende conto,
si volta di colpo in un rinculo di rughe
e ti fulmina: «e lei?»,
ed ecco, sorpreso: «Io?
non lo so…», balbetti,
«non sono pronto».
Alla consegna del nostro cartellone
l’aula è sgombra, ormai, i motori attutiti
delle auto in partenza e residui di madri
a raccogliere notizie su quali saranno
le altre attività legate al tema della morte
corporale, perché i bimbi vanno tutelati,
protetti difesi riparati dal male,
e qua siamo tutti d’accordo,
gli occhi arrossati, le strette di mano,
l’aria che fuori attraversa gli incroci.
Al rientro ti impalli fermo ai semafori
sulla faglia di chiaro rintanata in fondo,
dietro i tralicci, mentre trascina il profilo
dei palazzi lontano dal blu che ha riempito
le strade, la solitudine dei bar aperti
e gli scheletri di luce nei pianerottoli
che alzano stanchi i condomini dell’hinterland:
tutto il cielo che hai aiutato a disegnare
dov’è? dove si spande?, lo cerchi mentre svolti
tra gli autolavaggi,
e mica lo vedi rovesciato nei pozzi
o riflesso negli smerigli delle fermate
del bus, mica lo senti dietro i rami dei roveri
o nelle aziende dove abbaiano i cani,
e nemmeno ne mimano i solchi
le sbrecciature che tramano
terrazze e balconi,
lo spatolato sotto a cui l’aspidistra
alza in salotto il suo finto
tropico. Se sono già tutti a letto
è un bene, però, ti trovi a pensare,
sfondato sul divano in penombra
nel vuoto che pulsa tra i plaid,
perché ancora ti vedrebbero addosso
come un’oscena decalcomania
tutto ciò che non sei riuscito,
in asilo, sul foglio, a segnare,
tutto ciò che daremo in pegno.
Ed è poi con un viso di pietra
che vai a sbattere sul cuscino,
il sonno pesante sul petto,
il mattino già bianco
pronto a salire dai fossi.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980) insegna come supplente materie letterarie, dopo aver concluso all’università di Padova un dottorato in Italianistica (durante il quale ha lavorato alla riedizione de Gli Aborti di Corrado Govoni) e dopo un assegno di ricerca incentrato sulla poesia simbolista di fine ‘800. Ha pubblicato un libro di poesie (Fiaschi, ExCogita, 2009) e un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn, 2012).
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