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Come la musica resistente brasiliana ingannò il potere

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di Francesco Bove

Quando l’Ato Institucional n°5 fu emanato le cose cominciarono a prendere una brutta piega in Brasile. Era il 1968 ed erano passati già quattro anni da quando le forze armate brasiliane destituirono forzatamente João Goulart, accusato di mettere in pratica politiche di sinistra, per prendere il potere. Furono aiutati dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America che, mentre nel resto del mondo diffondeva una Bossa Nova americanizzata, decise di porre fine, in Brasile, alle politiche più aperte e modernizzatrici inaugurate dal presidente Kubitschek.

Cultura e potere sono sempre andati di pari passo e l’America ha sempre saputo sfruttare le ricchezze altrui per trarne grossi vantaggi. Lo fece nel 1936 quando il dipartimento di stato americano inviò truppe di filmakers e artisti creativi in America Latina per prendere, a mo’ di souvenir, frammenti di vita e di cultura brasiliana. Getúlio Vargas aveva mostrato vicinanza alla Germania di Hitler e gli americani volevano, per contro, portarlo dalla loro parte. Ma come convincerlo? Con la musica, la stessa che il dittatore utilizzava per diffondere i propri messaggi politici. Unendo, quindi, le due culture si poteva creare un ponte immaginario tra il Brasile e gli USA.

Roosevelt la chiamava “politica del buon vicinato” ma, in realtà, fu una vera e propria invasione di jazzisti che cominciarono a monopolizzare le radio e a divorare tutto quello che potevano trovare. Samba e choro entrarono a far parte del patrimonio genetico del jazz e le élite del paese cominciarono ad apprezzare questa commistione di generi, anche perché escludeva completamente la musica dei poveri, quel samba delle favelas che raccontava passione, sangue e morte.

C’era, infatti, in Brasile una magia che gli americani non riuscivano a cogliere, soprattutto nella musica, ed era l’elemento che mancava al jazz: la sezione ritmica. Nel 1961 il Dipartimento di Stato americano organizzò a Charlie Byrd un tour in Brasile, che aveva l’unico intento di innovare il repertorio degli standard jazz americani. Byrd tornò con tante idee (e tanti dischi), provò a mettere insieme una sezione ritmica, tutta a stelle e strisce, per replicare quei suoni ma non ci riuscì del tutto, c’era sempre qualcosa che gli sfuggiva. Alla fine convinse il sassofonista Stan Getz e il produttore Creed Taylor della Verve Records a creare il primo disco di jazz-samba americano che aprì le porte a João Gilberto e alla musica di Tom Jobim in America.

Torniamo un’altra volta all’Ato Institucional n°5 (AI-5), che diede il via al carattere repressivo del regime militare brasiliano cessando, di fatto, ogni sorta di garanzia costituzionale e dando ogni potere al Presidente della Repubblica. La censura cominciò ad intervenire pesantemente nella produzione e nella fruizione delle canzoni popolari poiché avevano un pubblico vastissimo e fedele. E come João Gilberto riuscì, grazie alla sua batida e alla riscoperta di canzoni popolari dimenticate degli anni ’20 e ’30, ad unire l’aristocrazia e il popolo delle favelas, così i tropicalisti utilizzarono Oswald de Andrade (e il suo manifesto antropofago del 1924) per divorare gli elementi estetici della cultura europea e americana e creare così una musica nuova, popolare, resistente e riconoscibile.

Più che un genere musicale, la MPB (Música Popular Brasileira) faceva parte di un movimento che combatteva l’omologazione culturale ma che sfruttava la nuova cultura di consumo cosmopolita per far passare argomenti seri come l’habeas corpus, la modernizzazione del paese e la giustizia sociale, soprattutto nel periodo tra il 1969 e il 1975.

I prodromi di questo movimento si poterono scorgere già nel 1964 quando Augusto Boal, fondatore del Teatro dell’Oppresso, creò lo show militante Opinião come risposta all’aumento della repressione della dittatura militare. Nel ristorante O Zicartola, aperto a Rio de Janeiro dal sambista Cartola e da sua moglie, Dona Zica, cominciarono ad incontrarsi, in quel periodo, sambisti e bossanovisti, come Nara Leão e Zé Ketti, contrari al regime.

Tre anni dopo, al III Festival de Música Popular organizzata da TV Record, Caetano Veloso e Gilberto Gil, due artisti che il grande pubblico già conosceva, gettarono le basi del movimento tropicalista. Caetano propose Alegria, Alegria e Gil suonò e cantò, con gli Os Mutantes, Domingo no Parque in una versione elettrica che scandalizzò i brasiliani.

Il tropicalismo (da Tropicàlia, espressione artistica di Hélio Oiticica) riunì le esperienze seminali teatrali di Grupo Oficina, le tesi del Cinema Novo, che vide come esponente Glauber Rocha, e le arti plastiche di Oiticica.

Con l’entrata in vigore dell’AI-5 del 13 dicembre del 1968, Caetano Veloso e Gilberto Gil furono arrestati e, dopo due mesi di carcere, costretti a lasciare il paese.

Se da un lato, però, l’arresto e il conseguente esilio a Londra di questi due grandi artisti siglò la fine del movimento tropicalista, d’altro canto sotto l’acronimo MPB cominciarono ad uscire una serie di opere originali e cruciali che si imposero sul mercato discografico. Milton Nascimento recuperò, nel disco Milton, la parola futebol, lo sport popolare che, per novanta minuti, fa dimenticare tutto, anche la fame, il cibo e la vita, ponendo, così, una prima pietra per un abecedario tutto brasiliano. Ecco, quindi, Zumbi di Jorge Ben, il malandro di Chico Buarque, il caboclo di Arthur Verocai, l’alucinaçao di Belchior, gli estudando di Tom Zé fino ad arrivare agli Orixás dei Metá Metá, parole-anticorpi della musica resistente brasiliana.

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Francesco Bove ha pubblicato nel 2019, per Arcana, “Joao Gilberto – Un impossibile ritratto d’artista”, il primo libro italiano sul padre della Bossa Nova. Ha scritto, inoltre, per webzine musicali come “Mescalina” e “Indieforbunnies”, per testate come “Flanerì” e “KLP Teatro” e ha creato nel 2017 “L’Armadillo Furioso”, un blog culturale che si occupa principalmente di teatro, cinema, libri e fumetti.
Commenti
6 Commenti a “Come la musica resistente brasiliana ingannò il potere”
  1. sergio brasil scrive:

    Bellissimo articolo Francesco Querido, che approfondisce e fa conoscere quanto accadde nel Paese negli anni della odiosa dittatura militare. Mi permetto solo di aggiungere un dettaglio ( molto importante a mio parere….) che riguarda quanto accadde in occasione del Festival organizzato dalla TV RECORD e segnatamente mi riferisco al fatto che “squadracce” inviate dal regime irruppero per fermare lo spettacolo e per raggiungere il loro scopo, arrivarono a sabotare l’impianto di amplificazione , interrompendo le linee elettriche. Abraçoes

  2. Federico Gnech scrive:

    “C’era, infatti, in Brasile una magia che gli americani non riuscivano a cogliere, soprattutto nella musica, ed era l’elemento che mancava al jazz: la sezione ritmica”.

    Di fronte a un’affermazione simile, si potrebbe anche interrompere la lettura. Sulle influenze: il jazz nasce come musica meticcia e già Jelly Roll Morton parlava di “Spanish Tinge”. La samba non entra subito nel suo lessico, prima ci saranno le influenze di Messico e Caribe, ma non occorre arrivare a Stan Getz (grandissimo), 7-8 anni prima c’erano già Bud Shank e Laurindo Almeida, anche senza i soldi del Dipartimento di Stato. Forse Bove considera la musica afroamericana o magari gli scambi culturali in genere come bieche operazioni neocoloniali?

  3. Francesco Bove scrive:

    Caro Federico, so che è la frase più controversa ed è giusto il suo commento. Provo a precisare quel che ho scritto. Non parlo di sezione ritmica in generale (non sono così pazzo!) ma del pattern ritmico del samba-cançao (pausa di crome più tre crome), molto amato e invidiato dagli americani. Quindi ben prima dei grandissimi Shank e Almeida, che diffusero la Bossa Nova negli USA a partire dagli anni ’60. Sì, è vero che il samba non entra subito nel lessico della musica americana ma non era uno scambio culturale.
    E voglio, inoltre, citare il contributo di Laurindo Almeida che disse, più o meno, così: “Da Pixinguinha a Tom Jobim, la musica brasiliana era oggetto di critiche perché si riteneva fosse influenzata dal jazz. Ma questa critica è frutto dell’imperialismo americano e non riflette le importanti innovazioni introdotte dalla musica brasiliana, specialmente dalla Bossa Nova”.

    Le suggerisco, infine, la lettura di quest’articolo per la parte sulla sezione ritmica: http://jesperhedegaard.dk/br/wp-content/uploads/porque_musica_brasileira_nao_e_jazz.pdf

    Grazie del commento.

  4. Federico Gnech scrive:

    Caro Francesco,

    la ringrazio della risposta, così è tutto più condivisibile. Grazie anche del link, molto interessante, non solo per la parte sul ritmo. Hedegaard dice quello che hanno sempre detto un po’ tutti i protagonisti della Bossa, e cioè che certe armonie venivano dall’impressionismo francese, più che dal Jazz. Premesso che sono solo un appassionato e non uno studioso, a mio avviso si tratta di sviluppi paralleli di cui è difficile – ammesso che sia necessario – trovare l’origine. Quando Shank e Almeida registravano i loro primi dischi la Bossa Nova – molto legata alla poesia e alla forma canzone – ancora non esisteva, esisteva però una borghesia carioca naturalmente cosmopolita, che conosceva Debussy e anche il Jazz (e il blues: http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S1413-77042010000100005). Senza contare che Almeida era stato chitarrista nella big band di Stan Kenton già negli anni ’40…Io onestamente lascerei perdere le letture politiche o le denunce di “tentativi di appropriazione”, qui si parla di tradizioni naturalmente multiculturali, con radici africane, europee, amerindie…evviva gli scambi, spontanei o meno, evviva il meticciato, evviva la musica.

  5. Francesco Bove scrive:

    Federico,
    ringrazio lei per il bel commento, che ha fatto nascere un piccolo dibattito, e, soprattutto, la ringrazio per il link che ha summenzionato. Comunque sì, in un modo o in un altro, bisogna essere sempre a favore delle contaminazioni. La abbraccio.

  6. Giovanni Puddu scrive:

    Gentile Dottor Bove,
    no,I am sorry.
    Non “bisogna essere sempre a favore delle contaminazioni”.
    Gentile Dottor Gnech,
    no,sono newly spiacente.
    “Evviva gli scambi,spontanei o meno,evviva il meticciato,evviva la musica”?Nemmeno per idea!
    Evviva la Musica,lotta dura al politically correct!
    A vostro giudizio,quando tale Allevi tuonò,cachetticamente:”Non vi è ritmo nella Musica di Beethoven.Il ritmo è nella musica di Jovanotti”,disse qualcosa di plausibile?
    Italo Calvino ha seguitato a spiegarci(e,con lui,Franco Donatoni e Luciano Berio),che “distinguere significa capire”.
    Lo ha fatto per l’intera sua esistenza.
    Se ha desiderio di pensarci,Dottor Bove,avvii un vasto “dibattito”.
    Lo faccia, ancorché L’Italia di oggi possa,giustificatamente,essere guardata attraverso gli occhi,oramai cinquantenni,dello Zavalita di “Conversazione nella Catedràl”.
    E non trattasi de “La Catedràl” di Agustìn Pio Barrios.

    Buen trabajo,si puedes

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