La narrativa dell’umiliazione

In questo articolo, pubblicato sul «Sole 24 Ore», Giorgio Vasta si interroga sul sentimento dell’umiliazione come possibile impulso di alcune narrazioni italiane più recenti.

di Giorgio Vasta

Il clipper scorre sul ventre, sui fianchi e sul dorso, sul collo e sul trapezio della testa, e a ogni movimento segue lo scollarsi leggero di un nastro di vello che cade mescolandosi al piccolo caos lanoso in cui sono immersi i piedi del pastore. Le zampe della pecora non sono legate e dunque la remissività dell’animale – o una specie di sua fiducia inerte – colpisce ancora di più: nessuno scalciare, nessun divincolarsi, semmai un’accettazione sommessa.
Quella che precede è la descrizione di un brano (visibile su YouTube) di Phantom Limb di Jay Rosenblatt. Nel suo cortometraggio il cineasta americano racconta il lutto; per rendere il disagio che si prova davanti alle domande degli estranei monta le immagini rallentate della tosatura su Silentium di Arvo Pärt.
In Isaia 53,7 si legge: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.”
L’umiliazione è un denudamento, un sentimento di sottrazione, qualcosa che ha a che fare con il ridurre e con il disperdere. Come gli Adamo ed Eva in fuga di Masaccio – Eva che copre seno e pube, Adamo che nasconde il volto tra le mani (forse celando dietro la coltre delle dita un’insopprimibile risata) – nell’umiliazione sentiamo di colpo la nostra strutturale vulnerabilità.

A questo punto proviamo a collaudare un’ipotesi: è possibile che alcune tra le narrazioni letterarie italiane più recenti traggano movente e combustibile dal sentimento dell’umiliazione?
Se per umiliazione intendiamo la percezione drastica e irreversibile (nuda, appunto, da naked lunch) dello stato in cui almeno due generazioni vivono da tempo, la risposta sembrerebbe positiva. Un’umiliazione che si sostanzia non solo nell’attuale assetto socioeconomico e nel relativo telaio infantilizzante che ne deriva, ma soprattutto in quella paradossale complicità che queste generazioni hanno mostrato nei confronti del telaio medesimo.
Si tratta di uno stato d’animo che sembra governare il pensiero e la sensibilità degli ultimi vent’anni, un tempo sufficiente ad averne determinato la normalizzazione e quindi, almeno all’apparenza, la neutralizzazione. L’umiliazione oggi innerva di sé pratiche e immaginario e viene travestita con gli abiti del vittimismo o dell’autoironia: in entrambi i casi l’esperienza del dolore più incandescente viene in qualche modo addomesticata.

Conficcati in questo scenario, cosa accade ai narratori?
A rileggere Isaia ci si rende conto che il denudamento non è privo di conseguenze: “Si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca”. Il denudamento genera ammutolimento. La bocca non si apre, la voce non compare. L’umiliazione determina un’interdizione del racconto. Voler comunque raccontare non può non tenere conto di questo vincolo riconoscendo di trovarsi dentro una contraddizione in termini.
Perché se l’umiliazione è un sentimento che nasce da un contesto preciso (da una ragione sociale, per esempio), nell’esprimersi riduce però questo contesto al minimo o lo espelle tout court: le cause che hanno determinato l’umiliazione si dissolvono, resta soltanto il senso di un dolore originario.
Laddove l’umiliazione disgrega il mondo, le narrazioni che vogliono raccontarla si incaricano di ricostruirlo, di ricontestualizzare, di ripristinare l’esistenza di una storia. Dovendo inventare una forma hanno bisogno di restituire pelle allo scheletro (lana alla cute), struttura al nucleo, ogni narrazione in un modo diverso, proteggendo questo nucleo con un differente spessore epidermico. Provando a dire l’indicibile, cercando di dare parole a ciò che rende muti.

Tra i romanzi pubblicati nell’ultimo anno e mezzo ce ne sono quattro tramite cui è possibile esplorare i diversi modi in cui umiliazione e narrazione stabiliscono un legame.
In Dove eravate tutti (Feltrinelli) Paolo Di Paolo dà forma a un testo che sembra funzionare come la ghiera della messa a fuoco di una macchina fotografica manuale. Ogni pagina, ogni episodio, è parte del tentativo di muovere da una visione opaca a una più chiara costringendo il tempo a un nitore insostenibile, tanto che la consapevolezza che la propria origine coincida con la mortificazione italiana risulta scardinante. Di Paolo sceglie di affrontare l’umiliazione sociale del suo Italo Tramontana con uno stupore calmo, con una lingua mite e assorta che fa di questa attitudine sguardo e strategia, persino epistemologia.

Proseguendo a ritroso, Lettera di dimissioni (Einaudi) di Valeria Parrella ha la capacità di risvegliare un tempo, gli anni Novanta, e di coglierne il sedimento più sconvolgente. Il tutto senza autoironia e senza vittimismo: anzi Clelia, la protagonista, è inequivocabilmente responsabile delle sue scelte e della sua specifica pratica di potere. Accetta, e per certi versi gode, la soddisfazione che discende non dalla capacità artistica ma da quella amministrativa (ed è probabile che essere diventati buoni amministratori di carriere abbia nuovamente a che fare con l’addomesticamento dell’umiliazione, con la sua derealizzazione: “Qui non era reale, il dolore: era etereo, per questo pareva un racconto di fantascienza piuttosto che una pagina di storia”).

In Gli intervistatori (Ponte alle Grazie) di Fabio Viola l’umiliazione è invece elevata a strumento pedagogico. Una domanda dopo l’altra gli italiani vengono scoperchiati e abrasi, costretti a rivelarsi in una miseria che appare normale, costitutiva, l’endoscheletro sul quale si reggono le loro biografie (come il Dürrenmatt di La panne aveva già spietatamente chiarito, nell’umano vive una miseria naturale). L’accanimento degli intervistatori fa dell’umiliazione programma, colpa e rimedio, l’unica sostanza davvero reale e condivisa. Leggendo si oscilla tra un senso di disagio antropologico e il desiderio che arrivi una domanda che non prevedendo risposta serva da colpo di grazia.

Infine in La battuta perfetta (minimum fax) Carlo D’Amicis reinventa il Gwynplaine di Hugo. Come il personaggio di L’uomo che ride anche Canio Spinato, protagonista e voce narrante del romanzo, è condannato a un ghigno strutturale, una specie di rictus obbligato che nel deformargli le labbra in un sorriso eterno (un altro Adamo a cui scappa da ridere) rende ambigua la sostanza tragica del suo discorso, il racconto di quanto è stato semplice attraversare nell’umiliazione alcuni decenni di vita italiana fino a ritrovarsi di fronte a una nudità inaspettata eppure del tutto logica (e attuale): “Nudo come solo un re nudo può essere, si avvicina alla finestra e allarga le braccia per comprendere in un’unica richiesta di perdono la camera di Nora, il quartiere Fleming, la città di Roma, e poi ancora, a macchia d’olio, l’Italia intera.”

Dire l’umiliazione è un’azione che si consegna a un destino asintotico. A valere è il tentativo, la sua tensione, perché nel provare a nominare il dolore più insopportabile, a percepire il tempo nella sua nudità, generiamo una materia – la scrittura, il linguaggio – che ricopre. Si deve procedere nell’antinomia: raccogliere la lana e ritessere un contesto, vestire la nudità non per mascherarla ma cercando le parole esatte che della vulnerabilità restituiscano la lesione.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
33 Commenti a “La narrativa dell’umiliazione”
  1. marco mantello scrive:

    Il denudarsi non è un elemento idoneo a distinguere l’umiliazione dalla spontaneità, o dalla sincerità, o dal dono.

    Il ridurre e il disperdere: che cosa significa? Parole vuote.

    Non è chiaro perché nel citare il solito romanzo della Parrella si contrappongano l’autoironia e il vittimismo, come se il primo approccio narrativo fosse un male evitato…

    Ma vi rtendete conto di quanto siete autoreferenziali?

  2. giorgio vasta scrive:

    Marco,

    il vantaggio strutturale di questo spazio e di altri analoghi è quello di poter contribuire a modificarne la percezione attraverso il proprio lavoro, vale a dire attraverso la propria scrittura. Se ritieni che ci sia dell’autoreferenzialità – considerazione legittima ma che non condivido perché mi sembra che in minimaetmoralia prevalga un’eterogeneità di sguardi e di stili e che a valere da tessuto connettivo sia semmai la fiducia condivisa in un metodo argomentativo – puoi intervenire con i tuoi post e con commenti funzionali allo smantellamento o almeno all’indebolimento dell’autoreferenzialità che ritieni presente. Procedere come hai fatto, limitandoti a stigmatizzare genericamente, mi sembra, in termini di confronto, un piccolo sperpero, qualcosa che rischia di risolversi in quell’esecrazione di massima e in quell’antagonismo di maniera che sono spesso la cifra del confronto in rete.

  3. marco mantello scrive:

    Certamente si, intervenire con i propri post e i propri commenti, auspicando che tutti lo facciano, in prima persona, per esempio quando si discute di un pezzo come quello di tq sul self publishing e ci sono rilievi da parte di diverse persone, del tutto ignorati dagli autori del pezzo, o ai quali si risponde in forma anonima. A volte anche il silenzio può essere un piccolo sperpero, e assumere i contorni di un silenzio di maniera, non credi? Personalmente trovo una pratica poco condivisibile il self publishing, ma ci sono cose nell’editoria italiana che parimenti mi piacciono molto poco, e fra queste annovero l’autoreferenzialità, senza dubbio. Mi auguro che in futuro potremo parlarne in modo specifico, sotto un tuo post, o sotto un mio post, o sotto un post di qualcun altro, dedicati al tema. Non voglio distogliere uilteriormente l’attenzione dal tema del tuo pezzo, quindi la chiudo qui, auspicando maggiori possibiltà di confronto, e perché no di scontro sui contenuti, con te con altri membri di tq.

  4. Nadia Russo scrive:

    Più autoreferenziale di postare autopromozionalmente il proprio stesso romanzo su questo sito mi sembra un atto inarrivabile.

    Giù la maschera! Ooops, il mantello…

    No, davvero, sarebbe sempre meglio (evangelicamente) interrogare le proprie travi.

  5. marco mantello scrive:

    Il post del mio romanzo era funzionale a un dibattito e a ciò limitato, vedi i suoi contenuti. Mi rendo conto che può dare fastidio esprimere punti di vista esterni a un gruppo ma tant’è, il mondo è bello perché è vario.

  6. Nadia Russo scrive:

    Seee, vabbe’. Del gruppo fai parte tu, non certo io, visto che tu hai amici grazie ai quali puoi postare qui il tuo stesso romanzo attaccandoti a delle “funzionalità” tirate per i capelli. Il mondo è brutto perché è sempre un po’ colluso.

    La cosa tristissima in Italia è che tutti quelli che fanno la morale, contestano nel contesto, e invocano i conflitti di interessi, quando poi si tratta dei “loro” conflitti di interessi, trovano sempre una scusa, sempre un’eccezione che giustifica loro e non gli altri.

    Allora, o si parte dalle proprie umanissime debolezze, oppure anziché vestirsi coi panni di Savonarola, si prova a costruire finalmente qualcosa. Guarda che se provi a farlo, e ti riesce, poi tutti te ne saranno grati e tu per primo avrai magari un po’ più stima di te stesso. Smettiamola con tutti questi infantilismi a buon mercato…

  7. marco mantello scrive:

    Nadia non voglio invadere ulteriormente lo spazio di Giorgio Vasta, magari potresti proseguire nell’altro post, commentando il pezzo, se ti interessa così tanto il lato psicologico della faccenda resto a tua disposizione, però da qui non ti risponderò ancora a parte quest’ultimo appunto: non vedo dove sia la collusione nel partecipare a un dibattito chiedendo di postare un pezzo che mi pareva attinente e appunto funzionale a un dibattito in corso, lo ripeto certo che si.
    Prima di parlare di infantilismi, visto che non mi conosci e non conosci la mia storia personale, come io d’altronde non conosco te e mi astengo dalla psicologia spicciola, chiedi a qualcuno degli ‘amici’ , e vedrai che a fare il Savonarola come dici tu spregiativamente, non ci si guadagna molto. Credo che si debba partire dalle proprie umanissime debolezze quando si scrive, certo che si, senza immolarsi a vittime, e credo proprio di averlo fatto con il mio libro, mi sono esposto, certo che si, partendo dalle mie personali posizioni di privilegio sociale e questa cosa mi ha portato a fare delle scelte , nella mia vita, ad esempio rinunciando a concorsi universitari, per un problema di savonarolismo, diresti tu, per me per un problema di coerenza minima e si, amore proprio e non per questo mi sento un supereroe, credo che basterebbe poco per cambaire un minimo la realtà in cui viviamo, cominciando da se stessi, sai?. Adesso non dirmi che anche questa è autopromozione, ti sto rispondendo e per quel mi riguarda avevo già chiuso il sipario ‘polemico’ con Giorgio Vasta, che non ha bisogno credo di difensori d’ufficio, se vuoi parlare con me fallo sull’altro post

  8. Nadia Russo scrive:

    No, grazie, per ora mi basta quanto ho letto.

    Ciò che difendo non è Vasta, dei cui uffici mi importa pochissimo, ma un diritto/dovere tutto mio (per quanto arbitrario, me lo sono imposto) a impiegare il tempo leggendo cose se non profonde, almeno abbastanza intelligenti. Non mi dovevo avventurare tra questi commenti, tutto qua.

  9. marco mantello scrive:

    Ok in bocca al lupo a te e alla tua intelligenza, allora

  10. carlo scrive:

    e meno male che non volevi invadere, mantello

  11. marco mantello scrive:

    vabbè non se ne esce, mi spiace di avere invaso, un saluto

  12. Davide scrive:

    ne sei uscito, marco mantello, maluccio ma ne sei uscito…

  13. marco mantello scrive:

    Accidenti non ci dormirò la notte, dopo queste righette di accerchiamento. In ogni caso potreste metterci sopra se non le vostre facce almeno i vostri cognomi, è bene sapere con chi si parla, sempre, sopratutto quando una serie di nomi ti chiamano per cognome e ti accusano non di sa bene di che…Divertitevi che vi devo dire…

  14. marco mantello scrive:

    Nella sostanza, e siccome alla trasparenza ci tengo anche se non bene con chi stia parlando a parte la prima persona che mi ha dato addosso alla cieca senza nulla sapere di me, della mia storia personale e sopratutto di che cosa diavolo parla il romanzo di cui faccio promozione su questo sito: io sarei colluso non si sa bene con cosa, perché sollecitato a partecipare a un dibattito di tq sul self publishing, poi estesosi nei commenti all’editoria e al ruolo degli editors, ho chiesto a Christian Raimo, cioè a un mio amico, di postare una parte del mio romanzo, che mi pareva e mi pare attinente. Ecco collusione, in senso eminententemente generazionale, per me significa ad esempio: scambio di favori, collusione significa essere figlio o amico di qualcuno e beneficiarne, in ambito accademico, lavorativo, editoriale. Quale può essere il beneficio che io trarrei dal chiedere, o meglio propoprre di pubblicare un pezzo come quello postato da Christian per sua libera scelta? Pubblicità? Ci faccio i soldi secondo voi? Ne trarrò il vantaggio di una recensione in più? Il nome del libro gira fra gli addetti ai lavori che frequentano questo sito?
    E voi Carlo e Davide (se non siete la stessa persona, ovviamente e se avete effettivamente questi nomi), che cosa è per voi allora la collusione? Spiegatemi sono tutto orecchie soporattutto parlatemi un po’ di voi, delle vostre vite, che cosa fate per campare? Mobbing da ufficio? Un bel nome e cognome sotto i prossimi commenti, per favore, tanto ormai non ne esco, quindi aspetto con ansia di essere illuminato

  15. Davide scrive:

    La mia vita? Non sono così autoreferenziale.
    Tu piuttosto, hai ragione: non ne esci…

  16. marco mantello scrive:

    adesso siamo passati alle due righe di accerchiamento anonimo, si migliora, credo che tu (non ti chiamo per nome perché il tuo nome è un bluff) sia un vigliacco che si diverte, tutto qui, però ho tempo, continua, resto in ascolto, mi interessano le figure retoriche e le non argomentazioni, dai, puoi fare di meglio, dinne un’altra meno ripetititva però,il ‘nonne esci’ l’hai già usato….Se poi qualcuno vuole discutere più seriamente e non limitarsi a fare lo specchio riflesso come alle elementari, resto a disposizione sull’altro post, stare qui non dipende purtroppo da me, ma ci sono ben due anonimi che fanno promozione al mio romanzo, come faccio a sottrarmi da simili occasioni pubblicitarie?

  17. Davide scrive:

    Vedi promozioni ovunque, e non è un bel sintomo. Neanche l’ansia da accerchiamento lo è. Patetico.

  18. marco mantello scrive:

    ah ecco, adesso siamo passati dalla psicologia spicciola alla psicologia del profondo, interessante. Posso chiamarti ‘la cosa’ invece che Davide? Certo che la mala fede non ha limiti, specie quando è programmatica

  19. marco mantello scrive:

    Poichè a discutere nel merito dei problemi dell’editoria italiana e sui limiti della mia generazione ci tengo molto, evidentemente, provo a fare una sintesi di quanto accaduto:

    1. Tq pubblica un pezzo sulla pseudoeditoria/ilmiolibro.it etc. su questo sito, a mezzo di alcuni suoi membri. Il pezzo riceve una serie di osservazioni critiche nei commenti, e il dibattito si estende anche a una frase di Nicola Lagioia relativa alla prassi di non leggere più manoscritti, o di tendere quantomeno a evitarlo con gli sconosciuti, prassi che oggi pare in diffusione e a cui si lega a mio modo di vedere il pericolo serio, reale, di un lobbismo degli editors c.d. di qualità e di un appiattimento del gusto letterario, se vogliamo chiamarlo così. Come cercavo rimarcare con la nota polemica sul pezzo qui ‘invaso’, a una serie di critiche intelligenti e costruttive come quelle di Cristiano De Majo, di Stefano Petrocchi, di Francesco Longo e di un quarto commentatore di cui adesso non ricordo purtroppo il nome, relative per l’appunto al pezzo sul self publishing di qualche settimana fa, non si è data risposta alcuna da parte degli interessati. Il silenzio di maniera non è affatto caritatevole, Giorgio te lo ripeto e mi spiace avere avuto la sensazione che per discutere con voi si debba dare addosso a un tuo pezzo, ma il precedente sul self publishing mi ha francamente irritato, quindi se vuoi/volete fare una discussione seria e a trecentosessanta gradi ed estesa anche all’autoreferenzialità vostra, resto a disposizione, se questa cosa per voi è inutile pace, mi rimane la sensazione, condivisa con altre persone che non aderiscono a tq, che alla base di iniziative anche condivisibili nel merito di taluni problemi, ci sia la solita tendenza del gruppo a occupare posizioni, a livello mediatico, ridotta a tre-sei persone, compresi alcuni figli di papà che di tq fanno parte.

    2.Sono stato più volte invitato da Christian Raimo a prendere una posizione su questi temi e mi si è detto che la mia non adesione a tq (di cui non credo freghi nulla a nessuno ma tant’è) era un atto di indifferenza politica, e mi si è citato più volte in privato il c.d. principio di carità, tanto in voga presso i tq. Questo per dire che le mie posizione e quelle di Christian sono molto distanti e questa cosa fa male a entramhbi a livello personale, ma nulla ha a che vedere con la non trasparenza o con forme di collusione, credo. Ecco al di là delle mie rigidità caratteriali e dei miei toni sicuramente accesi, che spesso mi vengono rimproverati dagli amici, ho l’impressione e spero che in futuro questa impressione sia smentita, che alcuni membri di tq attivi su questo sito tendano a farsi la carità a vicenda, e fra pari, nel senso che si ascoltano e si conforntano fra di loro, sparando sovente sulla croce rossa (vedi self publishing e ilmiolibro.it, da cui peraltro è uscito un autore molto bravo, a mio avviso, che si chiama Francesco Formaggi).

    3. Spero che in futuro il gruppo tq, quando espone pubblicamente visioni del mondo su blog letterari aperti a tutti, sia disposto poi a confrontarsi in rete con persone esterne al gruppo che ci mettono la faccia e l’identità, e non solo con catene di mail collettive fra adepti, o delegando di fatto a editors che restano anonimi e te lo dicono pure, le risposte più o meno di rito.

    4. Un ultimo appunto, infine, sui tre cugini di secondo grado di giuliano ferrara che mi hanno dato addosso negli ultimi due giorni su questo post, esercitando la nobile arte della precomprensione, fusa al pregiudizio e dunque all’ignoranza. Se mi si chiede di partecipare a un dibattito sull’editoria o pseudo-tale, e le mie forme di partecipazione sono poi o ignorate dagli interessati, o bollate da commentatori che non rivelano nemmeno l’identità come collusive, secondo parametri del tipo: ‘non ci tirare la morale, tu che chiedi a un amico di postarti un pezzo del tuo romanzo a chiari fini promozionali’, beh allora mi premurerò di chiedere che sia postato un pezzo inedito su questi temi, ne ho molti, e alcuni sono anche più espliciti di quello tratto dal mio romanzo, e non credo che per i loro contenuti mi procureranno vantaggi di sorta, ma tant’è, non si sa mai dove si para con il marketing…

    Un saluto. Marco Mantello

  20. Davide scrive:

    Fai un sacco di chiasso. Credo che gli zero commenti zero al post sul tuo “romanzo” siano anche troppi. Una cosa è vera: TQ ha bisogno di talenti come il tuo, di gente in grado di scrivere roba tipo “una fastidiosa sensazione di deja vu”. TQ intesa come Tredici-Quattordici. Torna alle poesiole, dai.

  21. marco mantello scrive:

    Con te non parlo perchè sei una cosa, fino a che non ti identifichi per me non esisti.

  22. marco mantello scrive:

    Il problema del silenzio è questo: che i vigliacchi ci sguazzano, e rimangono rintanati nella loro fogna di programmatica distruzione: è possibile che i curatori di questo sito non si pongano il problema dell’anonimato, quando si parla di temi come questo? Perché devo avere a che fare con un tizio che si firma Davide e si diverte a sparare sentenze dal fognaio dei senza nome?

  23. Davide scrive:

    La finisco qui. Mi colpisce il tempo che hai dedicato a rispondere a un bluff. Tutti i nomi, e soprattutto i cognomi, lo sono. Torno nel fognaio.

  24. marco mantello scrive:

    No caro mio, ti sbagli di grosso e stat continuando a fare il cugino di terzo grado di GiulianoFerrara col suo ‘tanto è tutto uguale’. Invece firmarsi con nome e cognome è cosa molto diversa da qello ch e hai fatto tu in questi due giorni, firmarsi con nme e cognome significa assumersi una responsabilità davanti agli altri per le cose che si dicono e sopratutto significa dover argomentare, è facile sparare a zero dalle fogne, neanche quando uno avesse tredici o quattordici anni lo accetterei, meno che meno dunque da un un adulto ( o da un’adulta), quale presumo che tu sia. Stammi bene

  25. Cecilia Testa scrive:

    ‘L’homme qui rit’: – E’ quasi impossibile esprimere esattamente le evoluzioni astruse che avvengono nel cervello. Le parole hanno l’inconveniente di un contorno più preciso delle idee. Tutte le idee si confondono ai loro bordi; non così le parole. A loro sfugge sempre una certa complessità dell’anima. L’espressione ha delle frontiere, il pensiero non ne ha.

  26. alice miller scrive:

    “Ogni religione ha i suoi tabu’, che i membri devono accettare, se non vogliono essere espulsi dalla comunita’ dei credenti. Questo esclude certo una evoluzione immanente, ma non puo’ evitare che ci siano persone che attaccano i singoli tabu’ e con cio’ abbandonano il terreno conosciuto e diventano fondatori di nuove confessioni. Ma essi non possono cambiare o arricchire la vecchia fede”.

  27. marisa salabelle scrive:

    Sul tema dell’autoreferenzialità delle case editrici ero intervenuta, da illustre sconosciuta, anch’io. E voglio aggiungere un paio di cose: chi manda i suoi manoscritti alle case editrici nella speranza di vederli apprezzati e magari pubblicati non sempre è un narcisista, e del resto una certa dose di narcisismo è presente in chiunque desideri far sentire la propria voce, illudendosi di aver qualcosa da dire. Inutile dunque il sarcasmo di chi dice “non è colpa nostra se ci siamo lasciati sfuggire il nuovo Proust o un nuovo Morselli ancora non suicida”: non è detto che, se Tizio scrive e vuol pubblicare, simile in questo ai tanti editor e lettori che a loro volta hanno scritto e volevano pubblicare, sia sic et simpliciter l’ennesima nullità che crede di essere Proust. Potrebbe essere un buon artigiano della parola, un buon narratore… perché no? Poi: frequentando le riviste on line e i vari siti e blog letterari, è facile rendersi conto che si pubblicano più o meno sempre testi di amici e di gente che comunque è già del mestiere, editor che pubblicano i romanzi di altri editor, esordienti che non sono altro che amici di scrittori più o meno noti, recensori che ammettono candidamente di leggere solo libri scritti da loro amici, e comunque, se tra questi trovano delle belle cose, va benissimo, no? Che bisogno c’è di cercare al di fuori, se tra i miei amici posso trovare tutti i nuovi Proust che non si troveranno tra quei presuntuosi che, non essendo nostri amici, sono di sicuro solo dei gran rompiscatole? Infine: ho notato che ultimamente molti editori hanno la loro brava scuola di scrittura. Ora, senza entrare nell’annosa discussione, se sia preferibile avere frequentato una scuola di scrittura per diventare un bravo scrittore o se, non sia mai, qualcuno possa esserlo anche se non ha fatto gli esercizi di scrittura creativa, queste scuole, o botteghe, o laboratori sono ovviamente a pagamento e si tengono ovviamente a Milano o in altre grandi città. Chi frequenta tali scuole (bisogna che tu abiti in zona, o che tu sia disposto a raggiungere la sede delle lezioni per svariati week end consecutivi; bisogna che tu abbia soldi da spendere, non solo per l’iscrizione alla scuola, ma anche per le trasferte, bisogna che tu abbia del tempo…) ha qualche speranza di veder pubblicato il frutto delle sue fatiche sul blog dell’editore o del letterato titolare della scuola di scrittura. E qualche volta, devo dire, non si tratta di capolavori…

  28. Cecilia Testa scrive:

    Dylan Thomas: – ‘Ora, esibito e nudo io vorrei coricarmi, coricarmi, coricarmi, e vivere in silenzio come un osso’.

  29. Come muto, ma di qualcosa. Si può essere muti di qualcosa, come si è pieni e parlanti di qualcosa?

  30. Francis Ponge scrive:

    Par rompre a notre habitude quelque chose de plus que le silence.

  31. Crossroad Blues scrive:

    Avanti, facci ridere, di più, ancora di più.

  32. Crossroad Blues scrive:

    Règgiti, povero cristo, règgiti…

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