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La narrazione poderosa e lieve di Hanya Yanagihara

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Ero al Salone del libro di Torino quest’anno, e un’amica di cui mi fido mi aveva parlato bene di un romanzo, Una vita come tante di Hanya Yanagihara (pubblicato da Sellerio con la traduzione italiana di Luca Briasco). Mi aveva detto di quanto fosse avvincente, di come fosse difficile allontanarsene durante la lettura, e di come fosse – in un certo senso – un libro classico e insieme contemporaneo. Allora mi sono avvicinato allo stand dell’editore e ho cominciato a sfogliarlo. Mentre lo tenevo tra le mani, tentando di non lasciarmi impressionare dalla mole imponente (è lungo circa 1100 pagine), una ragazza sconosciuta mi chiese se fossi interessato al romanzo. Io la guardai con un misto di curiosità e diffidenza, tentando di capire se fosse una commessa dello stand (non lo era), e le risposi di sì. «No, perché è bellissimo», mi disse lei.

Ho sempre pensato che i consigli degli sconosciuti siano i migliori, perché sono i più disinteressati, e dunque decisi di lasciarmi influenzare (anche se non acquistai il libro lì al Salone, ma qualche mese dopo, sul Kobo).

Il romanzo racconta la storia di quattro amici che, provenendo da varie parti dell’America, si ritrovano a New York, dove a poco a poco iniziano a vivere la loro vita adulta e scoprono la propria strada nel mondo. Nel libro si sente molto la presenza della città, con lo spirito che la sostiene, con la sensazione che ti dona di potercela fare, con le sue strade ariose, i suoi quartieri multietnici, i suoi abitanti; e poi ci sono i ragazzi, tutti diversi uno dall’altro, con Jude, il più fragile, che molto presto diviene il centro e il cuore pulsante della storia.

La prima impressione che si ha leggendo il romanzo è quella di un’opera fluviale. La narrazione scorre con una forza che non si interrompe mai, che abbonda nelle descrizioni, non ha ritegno di indagare anche i minimi dettagli. È una prosa esuberante, flaubertiana, che ricorda – per rimanere in epoca recente – l’energia narrativa di Jonathan Franzen, quella di Purity, soprattutto, con dei flashback spericolati, delle digressioni sterminate e coraggiose. La storia è materiale rigoglioso dal quale è possibile attingere ogni cosa. Yanagihara procede nella narrazione senza paura di rivelare i dettagli più minuziosi della realtà, indagando stati d’animo, rapporti umani, sentimenti d’amore o d’amicizia, impulsi masochistici; ma anche progetti, desideri impossibili, pensieri inconfessabili.

Racconta il dolore nelle sue circostanze più abominevoli, ne esplora i sentieri impervi, ne indaga le radici ingiuste e ingombranti. Ogni cosa per l’autrice può essere oggetto di narrazione, i pensieri più fugaci, le ipotesi meno pertinenti, i retroscena più insensati.

Nulla è irrilevante, o, perlomeno, anche le cose marginali, raccontate insieme agli aspetti più sostanziali, costituiscono uno spessore. I pensieri, le intuizioni, le sensazioni, si strutturano in immagini al tempo stesso trascurabili e durature, che sembrano meritevoli di essere dimenticate immediatamente, ma che alla fine risultano essenziali per la trama. Ogni evento si scompone in una serie di microeventi, i quali– anche quando non sono oggettivamente significativi – contribuiscono nel loro insieme a conferire robustezza al racconto.

Spesso la storia segue il pensiero dei protagonisti addentrandosi in ipotesi e supposizioni. I fatti vengono svelati tramite una narrazione a spirale, che intreccia le cause e gli effetti secondo un ritmo centripeto, che procede dall’esterno verso l’interno, dagli aspetti più periferici verso il cuore della narrazione. Veniamo a conoscenza di eventi passati con dei flashback improvvisi, che riavvolgono vorticosamente il nastro della trama per gettare luce sugli antefatti degli episodi di cui si parla. I confini temporali sono estremamente labili: si passa dal presente al passato e viceversa senza fornire spiegazioni al lettore, e alcuni avvenimenti possono essere compresi solo dopo averne letto i retroscena spiegati qualche centinaio di pagine dopo.

Certo, se l’editor di Hanya Yanagihara fosse stato Gordon Lish, probabilmente il romanzo sarebbe stato lungo un terzo di quello che è. La narrazione è spesso inessenziale, superflua, sovrabbondante. L’autrice si dilunga su alcuni concetti procedendo per accumulo. Le motivazioni che spingono Jude – il personaggio principale – a diventare la persona che è, vengono sviscerate fino all’eccesso, a costo di risultare certe volte fastidiose e imbarazzanti. Ma poi è proprio quell’eccesso a rendere possibile il mutamento, a innescare i meccanismi segreti del romanzo. È come se le strutture narrative, la caratterizzazione dei personaggi, le dinamiche della storia fossero delle forme cave che avessero la necessità di essere riempite da una colata generosa di bronzo fuso, e che solo al termine di questo procedimento, colmate da tale sovrabbondanza, potessero rivelare fino in fondo la propria solidità e la propria pienezza.

Yanagihara usa un linguaggio medio, che non è né un linguaggio comune né un linguaggio letterario (e bisogna dirlo, soprattutto in un romanzo così ambizioso, di un linguaggio letterario un po’ si sente la mancanza). La sua narrazione non punta su uno stile accattivante, sulla frase memorabile, quanto sulla costruzione dell’intreccio e sulla definizione dei personaggi, sempre ritratti con una gran quantità di dettagli sulla loro storia, sul loro carattere, sulle vicende che li hanno portati a divenire quello che sono. L’autrice descrive tutto con abbondanza di particolari, anche se l’eccesso di dettaglio rischia forse di rendere i personaggi un po’ stereotipati, perché lascia al lettore poco margine per crearsi una propria immagine di ciascuno di essi, e lo costringe – proprio a causa di quell’abbondanza – ad identificare i protagonisti con un tipo umano troppo rigido, troppo definito.

I personaggi sono quelli che ci si aspetta di trovare in un romanzo contemporaneo ambientato a New York, città fremente di stimoli intellettuali e professionali, nella quale a ognuno è consentito di dimostrare quello che vale: artisti, professionisti, docenti universitari:un universo popolato di individui brillanti e indipendenti, che si impongono nella vita grazie al proprio impegno e alle proprie capacità. Ma sono anche personaggi segnati irrimediabilmente dalla storia, che ha lasciato su di loro dei segni indelebili che li rendono fragili e insicuri, esposti all’esistenza con una commovente levità: una levità che si impone anche sulla mole poderosa di questo romanzo e ce lo rende così caro e così avvincente.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “La narrazione poderosa e lieve di Hanya Yanagihara”
  1. Luigi Gaggiollo scrive:

    Ma è la stessa Hanya Yanagihara di Verde rivista?

  2. Luca Alvino scrive:

    Non saprei, mi dispiace.

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