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La natura delle cose

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Pubblichiamo un racconto del poeta e scrittore Barry Targan, inserito nell’antologia nell’antologia Harry Belten and the Mendelssohn Violin Concerto (1975), premiata con l’University of Iowa Fiction Award. Alcune storie di Targan sono sono state selezionate per l’antologia Best American Short Stories. Questo racconto è un’anteprima da If magazine, la rivista online di Ideafelix, che ringraziamo.

di Barry Targan

«Che cosa ha detto?» chiese di nuovo Caleb sbalordito.
«Proprio così» rispose Barbara continuando a sbucciare le patate. «È andata proprio così» aggiunse poi, ridacchiando. «Non è assurdo?».
«Cristo santo!» esclamò Caleb. Sentì una fitta dolorosa all’addome. «Prima o poi, in ogni misero paradiso sbuca fuori un fottuto serpente, non è così?». Caleb Goddard era poeta per natura e insegnante di letteratura per professione; le metafore, quindi, belle o brutte, vecchie o nuove che fossero, erano per lui una presenza naturale e quasi costante. Non che ci facesse affidamento, c’erano e basta.

Caleb insegnava in un insulso college, nascosto tra le colline a nord dello Stato di New York e lontano dal resto del mondo. Gli studenti erano abbastanza scarsi dal punto di vista del rendimento ma, come tutti i giovani, erano generosi nello spirito e consapevoli dei loro istinti e dei loro interessi. Per quanto lo riguardava, Caleb pensava che fossero a posto. La facoltà del Loughton College, tuttavia, era ottusa e noiosa come sanno essere solo le facoltà popolate da accademici falliti. Caleb non aveva niente a che fare con loro.

Restava a Loughton soltanto perché voleva vivere dove viveva: ovvero quaranta chilometri a nord di Loughton, a Broomsville, oltre Broomsville, per la verità, là dove una strada sterrata conduceva a un piccolo lago formatosi in una valle glaciale tra due alte rupi. Il lago era così nascosto e isolato che molti degli abitanti dei villaggi vicini non lo avevano mai visto. Alcuni ignoravano persino la sua esistenza. Era così appartato che grandi stormi di oche canadesi si fermavano lì in estate e in autunno; le strolaghe si alzavano in volo e poi si tuffavano sulla superficie durante la loro stagione; i castori rosicchiavano gli alberi sulle rive paludose; volpi e cervi lo usavano come scorciatoia quando gelava in inverno.

Il lago era così solitario che avrebbe potuto trovarsi trecento chilometri più a nord, tra i monti Adirondack, ma così non era. Distava solo quaranta chilometri dal Loughton College, dove Caleb poteva integrare la sua modesta eredità insegnando, ed era a sole quattro ore da New York City dove lui, Barbara e i ragazzi potevano integrare la loro vita. Era un compromesso, e per i Goddard era perfetto. Ora però, nella Valle dell’Eden erano arrivati i guai. Non guai grossi. Neppure calamità e disgrazie, ma quel genere di guai che nasce dalla stupidità e dall’irritazione. Del tipo che Caleb Goddard, in effetti, proprio non sopportava.

«Ma ha settant’anni» disse Caleb, come se fosse un elemento particolarmente saliente o in grado di cambiare le cose. «No, settantuno. Ed è appena uscito dall’ospedale, santo Dio. Stava per morire. MORIRE! Non lo sa?»
«Gliel’ho detto» rispose Barbara. «Gliel’ho ricordato. Quando poi ha iniziato ad accarezzarmi, tremava e sussultava così tanto che ho pensato che stesse per avere un altro attacco, o qualsiasi cosa abbia avuto. L’ho fatto mettere seduto e poi gli ho fatto un bel discorsetto. Gli ho detto che poteva restarci secco e che di sicuro io non volevo che morisse nel mio letto. Ma aveva tutte le risposte pronte. Cavolo, deve aver pensato ad ogni cosa».

Tagliò le patate in quattro. Sulla fronte di Caleb, poco sopra le sopracciglia, una striscia di pelle ampia circa tre centimetri si tese. Era una sensazione strana, sconosciuta, che non aveva mai provato prima. E Caleb era un uomo consapevole del suo corpo.
Dalla fronte, la tensione si propagò fino a raggiugere le orecchie. L’idea del vecchio che toccava il seno di sua moglie fece aumentare la pressione intorno alla testa. Ascoltare il suo racconto, sentirle dire “nel mio letto”, l’idea di lei che parlava di sesso con il vecchio, e il fatto che lui ne parlasse a lei, che le avesse persino fatto una proposta, strinsero ancora di più quella fascia attorno al suo capo.

Ma era assurdo. Era stupido da parte sua. Non era tanto l’aspetto sessuale a farlo arrabbiare, quanto la slealtà dell’uomo. L’ingiustizia di dover sentire quella collera per via di un individuo a cui non aveva mai fatto del male, una persona verso la quale era stato particolarmente amichevole. Ripensò a come lui e Barbara avevano aiutato la moglie mentre lui era in ospedale, e sentì la rabbia vibrare dentro di sé come una scarica elettrica.
«Quel figlio di puttana» disse. «Quell’ingrato, schifoso, miserabile, viscido vecchio figlio di puttana».

Non sopportava di essere deluso dalle persone. I suoi occhi fissavano il fallimento e la disperazione umana. Profondo quanto la rabbia, era il suo dolore.
«Oh, dai» disse Barbara. «Non esagerare». Poggiò una mano sulla sua. «Guarda la forsizia» aggiunse, scrutando attraverso la grande vetrata della cucina che dava sul lago. «Non fiorirà neppure quest’anno». Rise per entrambi. Era una delle cose che faceva per lui. Caleb lo sapeva e l’amava anche per questo.

«Ma una cosa del genere» insistette Caleb «si ripercuote sulla nostra amicizia, capisci. Come può pensare di restare nostro amico, adesso? A questo non ha pensato?»
«L’unica cosa a cui ha pensato è la natura» spiegò Barbara. «Questa è stata la sua spiegazione. Era la cosa più naturale da fare».
«Ha detto questo? Stai scherzando. Stava scherzando».
«No». Barbara scosse la testa. «Te l’ho detto, ha pensato a ogni cosa. Quando era in ospedale suo nipote e la fidanzata sono andati a trovarlo. Lui era piuttosto depresso, era abbattuto per quello che gli era capitato e via discorrendo, e loro hanno cercato di tirarlo su di morale. “Perché non stuzzichi un po’ le infermiere” gli hanno detto. Lui l’ha fatto, le infermiere l’hanno trovato divertente e hanno iniziato a flirtare con lui. Te lo immagini: “Ehi, state attente al nonnetto della 309”. Una di loro non la smetteva di mostrargli le mutandine, questo almeno è quello che sostiene lui. Comunque sia, lo hanno fatto sentire meglio. Si è sentito bene. Ha iniziato a pensare al significato della vita, ai Beatles e al loro guru, alla libertà che hanno i giovani d’oggi, alle minigonne, all’erba, ai balli e…».

«I Beatles? Santo cielo!» disse Caleb Goddard. Poi con tono serio chiese a sua moglie: «Ha problemi di testa? O è demenza senile?». «No» disse lei «non credo proprio. È “a secco”. È tutto arrapato, ma non sa che fare»
«E sua moglie? Betty?»
«Gliel’ho chiesto. Dice che lei, ormai, ha archiviato la faccenda». Barbara andò verso il lavandino e fece scorrere l’acqua sulle patate. «Pare che lei gli abbia detto: “Se hai voglia, fai pure”. “È più di quanto un uomo possa sopportare” dice lui» Barbara imitò il vecchio, parlando con voce acuta, stridente e monotona. «Non è naturale. La natura è importante. Come gli animali. Liberi. Senza problemi»
«Buon Dio del cielo!» esclamò Caleb. «Un figlio dei fiori di settantadue anni».
«Settantuno» precisò Barbara tornando al tavolo dopo aver messo a cuocere le patate. «
Ci hai pensato?» le disse, prendendole finalmente la mano nella sua. «Ha solo sei anni più di Cary Grant».

Lei si avvicinò, gli passò un braccio attorno alle spalle, si chinò e lo baciò sulla tempia. La fascia che aveva indossato attorno alla testa, come un indiano, scomparve. «Senti» disse lei. «Non è come se ci avesse davvero provato. Non ce la farebbe nemmeno. È così debilitato che potrei prenderlo in braccio e portarlo a casa se diventasse… molesto. E comunque, l’ho rimesso al suo posto senza mezzi termini. Abbiamo finito per parlare dei meli che quest’anno hanno una splendida fioritura. È acqua passata. Finito. Non ci riproverà di nuovo». Barbara si sbagliava.

Il giorno seguente, giovedì, non accadde nulla, ma il venerdì, quando Caleb rientrò, dopo aver parcheggiato l’auto in garage ed essersi seduto in cucina con un bicchiere di scotch in cui dissolvere le ultime tracce del Loughton College, Barbara gli disse: «Stavo lavorando in giardino, lassù, sul terrapieno, dove ci sono le rocce. È venuto e si è fermato lì sotto, vicino al muro di contenimento. Ha detto che stava cercando il cane. Poi ha allargato le braccia e ha detto: “Non mi dai un bacio oggi?”».
«È uno scherzo. Deve essere uno scherzo» incalzò Caleb.
«Be’, sì e no. In ogni modo, se ne stava lì ad aspettare».
«E tu che hai detto?».
«Cosa credi che abbia detto? Cosa credi che abbia fatto?». Barbara fece una pausa. Aspettò che l’ondata di stizza si dileguasse.
«”No” ho detto. “Né ora né mai. Adesso, vattene e lasciami in pace”».
«E?».
«E? E cosa? Se n’è andato, ovvio. Cosa pensi che abbia fatto?».

Sentire quel racconto, in quel momento, fu peggio della prima volta. Allora si era convinto, come Barbara d’altro canto, che il vecchio ci avesse provato e che, avendo ricevuto un rifiuto, avrebbe lasciato perdere. Entrambi avevano creduto che la durezza con cui Barbara lo aveva respinto lo avrebbe fermato. Ma il suo perseverare significava che spettava a Caleb mettere fine a quella storia.

La serata era rovinata. A cena bevve troppo vino nel tentativo di stemperare la rabbia e dopo cena si addormentò. Si svegliò alle undici, sentendosi gonfio e nauseato. Gli doleva la testa a causa della morsa di odio che la stringeva. Cercò di leggere un paio di libri. Sfogliò Life. Ascoltò Mozart. Ma riusciva solo a pensare al momento in cui, con ogni probabilità il mattino successivo, avrebbe parlato al vecchio, e alle altre terribili circostanze di quell’anticipazione (“Forse è impazzito. Forse si farà prendere dal panico e cercherà di spararmi. Oppure negherà tutto e, per difendersi, sarà arrogante, aggressivo. Forse. Forse”). Alle due Caleb si addormentò di nuovo ma si svegliò alle sei sperando che fossero già le nove. Si mise a trafficare nel laboratorio, picchiando colpi sul legno finché non fu ora.

Aveva in mente di andare in macchina dai vicini, con Barbara e i ragazzi, durante la solita gita domenicale all’isola ecologica, e di dire al vecchio di smetterla, tutto qui. Quella era la parte facile. Ma Caleb voleva anche ripristinare, o mantenere, il contesto pacifico e amichevole in cui erano vissuti negli ultimi sei anni. Almeno per quanto gli era possibile. Voleva dire al vecchio di stare alla larga da Barbara, in quanto donna, e allo stesso tempo ristabilire quel rapporto fatto di sguardi d’intesa e confidenze, consigli di carpenteria, scambi di piante e radici, di attrezzi da giardino o utensili, e regali di Natale, in cui tutti erano vissuti felicemente per così tanto tempo.

«Spero solo che non complichi la situazione». Caleb sospirò mentre percorrevano i duecento metri di strada sterrata che li separavano dalla casa del vecchio e scendevano dalla macchina. I ragazzi si dispersero. Caleb si diresse verso gli splendidi tulipani che costeggiavano il lungo vialetto d’ingresso e iniziò a fotografarli, Barbara lo seguiva a pochi passi di distanza. Il vecchio li vide dal portico e gli andò incontro, scivolando sulle gambe incredibilmente curve.

«Salve!» gridò a qualche metro di distanza. Sembrava perfet- 7 tamente tranquillo. Caleb si accovacciò e fotografò i tulipani. «Sei davvero gentile» gridò il vecchio all’orecchio di Caleb. Stava rapidamente perdendo l’udito e per la maggior parte del tempo gridava.

«Oh, non dirlo neppure» gridò Caleb di rimando. «È a questo che servono i buoni vicini».
In passato il vecchio aveva chiesto spesso a Caleb di fotografare la casa, il giardino e le piante, le oche e le galline che faceva accoppiare e allevava, e Caleb era sempre stato particolarmente incline ad accontentarlo. Niente facilitava l’amicizia più dello scambio di cose e favori. Adesso stava usando le foto per ricordarlo al vecchio. Voleva creare un’atmosfera di cordialità per quello che doveva dire. «Non dirlo neppure» disse Caleb di nuovo ma, stavolta, con tono diverso, non come avrebbe voluto.

Vide il vecchio irrigidirsi un po’; di solito salutava Barbara con gioia, ma non la guardò neppure. Caleb, dispiaciuto per quello che il suo tono aveva improvvisamente rivelato, si sentì sollevato nel vedere che il vecchio era in allerta, consapevole e sensibile alle sfumature. Era tutt’altro che demente, e non sarebbe stato arrogante, non avrebbe “fatto una scenata”. Caleb, ancora un po’ scosso, si sentì pervadere e riempire da una sensazione di sollievo. Al diavolo, pensò. Facciamola finita con questa storia.

«Ascolta, Alex» disse raddrizzandosi e guardando il vecchio per la prima volta. Le loro teste erano vicine. «Lascia in pace mia moglie, capito? Siamo stati amici e buoni vicini per sei anni, non è così? Lasciamo le cose come stanno, d’accordo?»
Il vecchio annuì, velocemente, e tese la mano in segno d’intesa, Caleb gliela strinse. Ecco, era tutto sistemato. Si accovacciò di nuovo vicino ai fiori. Era andata meglio di quanto avesse sperato o creduto. Poi il vecchio disse: «Ma le api non chiedono il permesso ai fiori. La pioggia non chiede di cadere. Cade, e basta». Caleb restò di sasso. Non era sistemato un bel niente. Si alzò di nuovo lentamente, e guardò il vecchio in faccia. Adesso gli avrebbe chiesto, con tono di sfida, cosa intendesse dire, a che cosa stava mirando, ma il vecchio non aveva bisogno di incoraggiamenti; era schiavo della sua visione.

«La vita è la sola cosa reale» sentenziò. «Questa è la verità. C’è solo una verità e questa verità è la vita. Ciò che vive è buono, ciò che non vive è cattivo. Guarda gli uccelli. Guarda i fiori. Le marmotte scavano dove vuole la natura. Quello che la natura ti spinge a fare è la VERA VITA!». La sua voce divenne acuta e stridula. Avrebbe continuato. Si stava preparando.
«Gloria a Dio nell’alto dei Cieli, alleluia» gridò di rimando Caleb facendo oscillare le braccia e le mani sopra la testa.
«Eh?» fece l’uomo.
«Gloooriiiiiaaa, in excelsis deeeeeeoooo». Caleb aveva abbandonato la macchina fotografica che ora dondolava come un amuleto attorno al suo collo. Cantò in direzione del bosco e per un attimo gli uccelli tacquero. Giù, sulla riva erbosa del lago, i suoi figli, che stavano lanciando sassi, sollevarono la testa per vedere se quel suono era diretto a loro, poi si voltarono di nuovo. Il vecchio sussultò.

«Cosa? Co… saa?».
«Ti dico io, cosa» disse Caleb, forte e a denti stretti. «Tu non sai quello che dici. Stai solo cercando di giustificare i tuoi biechi istinti. Stai…».
«No, no» gracchiò il vecchio. «Un uomo ha delle necessità come gli uccelli. Lui… lui… lui… ha la vita dentro e la vita ha bisogno… Ha bisogno…». Quando era eccitato per qualcosa, il vecchio balbettava. Ora balbettava e tremava. Era esangue, e la pelle del viso, sottile e tirata dalla malattia, si fece ancora più tesa. Solo le borse livide sotto gli occhi ricordavano che c’era della pelle attorno a quelle ossa.

«Ascolta, stupido figlio di puttana» gridò Caleb affinché le sue parole penetrassero nel vecchio e non perché potesse udirle e basta. «Un uomo non è un uccello, non è un castoro né una marmotta e neppure un’ape o un fottuto fiore. Sarebbe bello se lo fosse, MA NON LO È. Un uomo ha dei doveri, delle responsabilità e delle amicizie. Un fiore non aiuta un altro fiore, quando questo è in ospedale. Gli UOMINI invece sì». Il vecchio sobbalzò. Aveva le vertigini, ma tenne duro.

«Caleb» disse Barbara. Voleva farlo smettere.
«Ma non sono morto» disse il vecchio. «Devo… devo… devo andare avanti. Un uomo non può fermarsi. Deve andare… andare… AVANTI». Gocce di saliva punteggiavano l’aria davanti alla sua bocca. «Non sono morto, in ospedale. Io… io… io non sono morto. Devo andare avanti». Catturato dalla sua stessa Rivelazione, restò interdetto. Ma non poteva arrendersi, né fuggirla, così come non poteva sfuggire a Caleb.

«Bene. Bene. Vivi. Vai avanti. Cosa ti ferma? Ma “andare avanti” non significa solo “fottere”. Ascolta, vecchio bastardo ipocrita, ascoltami bene».
«Caleb» disse Barbara.
«Stai parlando di una scopata e vuoi farla sembrare una missione di Dio. Hai una moglie. Usala. Non ti va bene? È questa la tua natura? Sì? Allora perché non lo chiedi alla moglie di tuo nipote? Perché non l’hai chiesto alla sua ragazza in ospedale? Perché no? Va’ dentro, prendi il telefono, chiama la pupa e dille che oggi ti senti un’ape e vorresti punzecchiarla un po’. Forza, chiamala. Oppure vattene in città, ti serve un po’ di grana? Ecco qui». Fece per prendere il portafogli. «PERCHÉ MIA MOGLIE? Che cos’è, una puttana?».

«Oh» gemette il vecchio. «Oh». I suoi occhi si riempirono di lacrime, alcune scivolarono giù lungo le guance. «Oh» disse. «Caleb» ripeté Barbara. «Caleb, per favore».
«Che mi dici della giustizia, Alex? Le api non ce l’hanno. Andiamo» disse rivolto a Barbara. «Ragazzi» gridò verso il lago. I ragazzi corsero su.

In macchina, sulle strade polverose e piene di solchi che si stavano asciugando ora, dopo le piene primaverili, Caleb guidava troppo velocemente. Guidava al ritmo degli spasmi che sentiva dentro di sé e contro il dolore alla testa. Barbara non disse nulla; restò seduta a guardare la strada che si snodava davanti a lei, mentre Caleb sterzava a destra e a sinistra per evitare le buche. I ragazzi lo applaudivano. All’isola ecologica svuotò velocemente la station wagon e, solo una volta, con un bastone colpì un sacco di rifiuti facendolo esplodere come una piñata a una fiera messicana. Al ritorno guidò più lentamente. Davanti alla casa del vicino, vide il vecchio lontano sulla riva del lago che falciava l’erba alta.

«Tre settimane fa era in punto di morte, e guardalo ora» disse Barbara. Caleb non rispose.
Quando rientrarono, Barbara gli chiese se voleva prendere una tazza di caffè con lei. Le rispose di sì. Sedettero insieme, in cucina, osservando la tarda primavera che cedeva alla gravità dell’estate; le linee scure degli alberi, che si stagliavano contro la neve, si erano ammorbidite al ritorno della terra per poi scomparire sotto il lento fluire dell’erba che, come una nuvola, scivolava sopra ogni cosa. Nel salotto i ragazzi stavano guardando i cartoni animati. Caleb beveva il suo caffè e soffriva.

Niente era andato per il verso giusto. Perduta l’amicizia dei vecchi tempi, non poteva neppure dire con certezza di aver convinto il vecchio a smettere di importunare Barbara. E se l’aveva fatto, il vecchio aveva capito davvero e sarebbe stato in grado di controllarsi?

Disse a sua moglie: «Sono stato brutale, vero?». Guardò fuori dalla finestra: un castoro stava attraversando il lago, lasciando dietro di sé un’ampia scia a forma di V. Poi disse: «Non ha tutti i torti, vero? Voglio dire, in generale». Finì di bere il caffè in un sorso e si alzò.
«Dove stai andando?» chiese Barbara, perché il suo corpo diceva che stava andando da qualche parte, che lo volesse o meno.

«Ho dimenticato di parlargli della pietà». Caleb uscì, sospinto fuori di casa, verso quella del vecchio. Attraversò a passo svelto il prato falciato, puntando dritto verso il lago. Il vecchio lo vide arrivare e si alzò ad aspettarlo. Quando Caleb gli fu vicino, vide che non tremava né piangeva e aveva persino ripreso un po’ di colore.

Caleb disse: «Mi dispiace per quello che ho detto». E poi, come se quella fosse la prima volta che si vedevano, aggiunse: «Sta’ alla larga da mia moglie». Si gettò sul vecchio che tentò di colpirlo con la falcetta. Caleb gli afferrò il polso e lo colpì sul naso. Poi gli torse leggermente il polso e la falcetta cadde a terra. Dal naso del vecchio sgorgava sangue. Caleb lo colpì di nuovo allo stomaco e il vecchio si accasciò a terra, in ginocchio, respirando a fatica. Caleb, sopra di lui, i pugni stretti, si sentiva saldo, stabile sui polpacci, nell’addome e intorno alla testa. Il vento si levò dal lago e un brivido gli corse lieve sulla pelle. Il vecchio riprese a respirare e si sedette sui talloni, poi guardò in alto, verso Caleb. Attraverso i baffi sporchi di sangue disse: «Va bene».

Titolo originale Natural As Can Be
Copyright © 2016 Barry Targan
ideafelix riconosce i diritti dell’opera ai legittimi proprietari
Traduzione dall’inglese di Anita Palazzesi © 2016 EpPursimuove S.r.l.s.

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