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La necessità della purezza: “Un bene al mondo” di Andrea Bajani

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Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

Eppure molti scrittori, anche fra i più dotati, a un certo punto della carriera decidono di aggiungere una favola alla loro opera. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di esperimenti del tutto trascurabili, melensi ed artefatti, che possono solo sperare, per reggersi alla meno peggio in piedi, nella collaborazione di un buon illustratore. Ma la tradizione della cosiddetta «favola d’autore» o «letteraria» è dura a morire perché ogni tanto qualcuno, non si capisce nemmeno bene come o perché, azzecca il tono: com’è il caso dell’ultimo libro di Andrea Bajani, Un bene al mondo.

Facciamo esperienza diretta, in queste pagine, di quello stato di grazia della lingua invocato da Cristina Campo come supremo criterio di giudizio. Nulla a che fare con un’idea astratta di «semplicità» o anche peggio di «innocenza». Semmai, può capitare, com’è il caso di Bajani, di imbattersi in alcuni contenuti, o nuclei di emozioni, che non possono essere affrontati che in modo arbitrario, un po’ simile a quello in cui si racconta un sogno o una barzelletta se vogliamo, comunque molto lontano dalla consueta aspirazione del linguaggio narrativo a fornire un equivalente della «realtà».

Non è affatto detto che i poeti siano più inclini alla favola che i romanzieri: per entrare in questa dimensione qualunque scrittore deve imporsi una specie di handicap, come in certi sport o giochi in cui si parte con uno svantaggio volontario. Perché le parole della favola non designano più nulla di particolare, sono semmai delle pure convenzioni che puntano dritte all’universale: una casa è una casa senza ulteriori connotati, e così un paese con i monti e i boschi che lo circondano e la sua piazza, la scuola, il passaggio a livello della ferrovia.

Ecco descritto il mondo evocato da Bajani, che è un mondo qualunque, nel senso che nell’atmosfera della favola tutto è convenzionale: in fondo anche il più stupefacente dei prodigi è simile infiniti altri. Che scorno per uno scrittore: in teoria, è il meno adatto fra tutti gli esseri umani a scrivere una fiaba. Lui, d’abitudine, mira al particolare, a far sì che anche il più comune degli oggetti e delle esperienze riveli il suo aspetto unico e irripetibile, mentre la lingua e lo stile si affannano a collaborare a questo regime di eccezionalità e stupore!

Eppure, se procede in questo modo e ottiene un vero risultato, un motivo ci sarà. Leggendo Un bene al mondo possiamo solo ammettere che le cose che Bajani voleva raccontare potevano essere raccontate solo in quel modo. È la necessità a conferire al discorso una specie di essenziale purezza. Non credo che Bajani, per iniziare a scrivere, si sia attardato troppo a immaginare uno schema, una trama (infatti, non è certo questo il lato forte del suo libro). Aveva in mente un bambino, un bambino che ha per compagno il suo dolore. Noi diciamo che il dolore «si cova». Ebbene, allora il dolore si può anche allevare: come fosse un cagnolino fedele, un compagno di vita inseparabile.

Questa del dolore/cane è una bella metafora, abbastanza duttile da permettere significative variazioni (non tutti i dolori sono adorabili come quello del bambino, proprio come esistono cagnolini inoffensivi e cagnacci feroci). Ma è una metafora stramba, e veramente fiabesca, perché non è più una cosa che ne designa un’altra. O meglio, la prima volta che Bajani la usa, funziona come una normalissima metafora, che dovrebbe durare il tempo di un lampo, rivelare qualcosa e poi sparire.

E invece, come un meccanismo inceppato, la metafora procede identica per tutto il libro. Il bambino esce col cane e lo porta nei boschi, lo nutre, ci dorme insieme. Facilmente immaginiamo che gli faccia anche fare i bisogni. Ma via via che ci inoltriamo nelle avventure di questa bellissima coppia di esseri viventi, un bambino qualunque e il suo dolore ancora cucciolo, noi sempre più ci dimenichiamo di cercare un significato a questa metafora, perché è lei ad aver divorato tutti i suoi possibili significati. L’invenzione, il trucco linguistico sono diventati la realtà. La realtà è che tutti noi ereditiamo un dolore e ci prendiamo cura di lui e in qualche modo questo dolore è anche un cane, e non è più possibile stabilire esattamente dove finisce il termine astratto (dolore) e dove inizia quello concreto (cane).

Ma è proprio questa la prigionia da cui ci libera una favola: non esiste una differenza netta e sostanziale tra l’astratto e il concreto, l’astratto potendo rivelare un’inaudita concretezza e viceversa. Una metafora libera dal suo significato, ci vuole forse suggerire Bajani, è una candela nella notte.

Ancora oggi che è diventato grande, quel bambino ogni tanto apre un quaderno e comincia a scrivere, per farlo correre sulle pagine come su un prato. Chi fa correre? Il suo dolore? Il suo cane? E’ troppo tardi per decidere: la favola ha vinto.

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