1801682_w2

La nemesi di Zlatan

1801682_w2

Questo pezzo è uscito su l’Ultimo Uomo. (Fonte immagine)

Legacy

Ho l’impressione che Zlatan Ibrahimović si stia pentendo. Che abbia dei rimorsi. Mi rendo conto di non poter sapere davvero una cosa del genere, al tempo stesso non mi sembra così sbagliato se penso che, per quanto grande, si tratta comunque di un giocatore a fine carriera. Nel bouquet finale di fuochi d’artificio della sua carriera, durante il quale magari vedremo ancora cose interessanti, dopo il quale però sarà molto difficile per lui manipolare il nostro ricordo.

Credo che a Zlatan non basti entrare a far parte della storia del calcio come, in un’epoca di grandi talenti individuali, quello forse più unico e spontaneo. Quello che meno di tutti avrebbe avuto bisogno di una squadra per esprimere la propria eccezionalità, quello che ha vinto il braccio di ferro tra individuo e collettivo grazie a colpi di scena sempre più spettacolari. È riuscito a rimanere fedele a se stesso nel corso del tempo ma sembrerebbe che abbia già cominciato a pensare al braccio di ferro di lungo periodo, quello con la sua “storicizzazione”. O, per usare un termine più adatto all’ambito sportivo, “legacy”. Si sta mettendo in posa per la nostra foto ricordo, e vuole che tutto sia perfetto.

Zlatan vuole vincere su tutta la linea e per più generazioni. Vuole quello che ha sempre voluto da noi, quello che si è preso a forza: il rispetto. Ma lo vuole in una forma più duratura.

È interessante vederlo intervistato dalla BBC, sempre un po’ minaccioso anche da rilassato, generoso come una persona difficile in una giornata di buon umore, e sentirlo dire cose assolutamente sorprendenti tipo: «Penso di essere un tipo che ama fare felici gli altri. Mi metto sempre in secondo piano. Immagina che stia in gruppo, per me è più importante che il gruppo sia felice, piuttosto che io sia felice».

Lo dice senza pensarci un secondo, con una naturalezza che fa sembrare la sua risposta la più ovvia che potesse dare. Non possiamo mettere in dubbio il fatto che sia vero, a un livello profondo lo sarà senz’altro, ma esiste un calciatore presente o passato nella cui bocca una cosa di questo tipo suonerebbe strana come in quella di Zlatan Ibrahimović?

È come se non stesse dicendo esattamente l’opposto di quello che pensiamo di lui. Come se non dovesse convincerci, come se stesse parlando da solo, simulando un discorso allo specchio. E la cosa veramente strana è che Zlatan sembra sincero.

Un personaggio letterario

Non sono solo convinto che Zlatan Ibrahimović abbia paura di essere ricordato come esempio di individualismo e basta, ma ritengo che potendo tornare indietro farebbe scelte di carriera diverse.

Simon Kuper ha parlato della storia di Ibrahimović, quella del figlio di immigrati cresciuto in una periferia europea che diventa capitano della Nazionale, come di una «favola moderna». Sul Financial Times lo ha addirittura paragonato ai personaggi di Philip Roth, ai figli degli ebrei europei immigrati in America all’inizio del secolo scorso. Non si può elevare la storia di un calciatore più di così, più che mettendola sullo stesso piano della Grande Letteratura Contemporanea, e magari Ibrahimović ha anche idea di chi sia Philip Roth, scommetterei però che quando si guarda allo specchio e si prepara i discorsi pensa a Maradona, Cruyff, Best. È a questo tipo di personaggi a cui si ispira (oggi) e a cui si confronta, sperando di lasciare un ricordo altrettanto indelebile del loro.

L’allarme nella mia testa (che mi avverte quando riconosce un disturbo della personalità) è impazzito quando ho letto l’intervista di Ibrahimović allo Scotsman. In cui Zlatan sostiene che qualsiasi calciatore di alto livello vorrebbe finire la carriera ai Celtic Glasgow, con quel pubblico magnifico, e per dare credibilità alla sua affermazione fa il nome di Henrik Larsson: «Henke avrebbe potuto giocare in qualsiasi squadra d’Europa. Dopo aver giocato al Celtic Park, però, capisco perché ha scelto di non muoversi». Citare Larsson, il solo svedese più ammirato di lui, almeno in Scozia, in un’intervista per un giornale scozzese, potrebbe essere semplice furbizia (o al limite un gesto di affetto di un grande del calcio svedese nei confronti di un altro grande del calcio svedese). Supponiamo però che non sia così. Immaginiamo che Ibrahimović pensi sul serio di “capire” Larsson. Ci vuole coraggio da parte sua per confrontarsi con una bandiera degli “Hoops”, a uno di quei giocatori che hanno legato il proprio nome esclusivamente o quasi a un solo club, considerando che l’attaccamento alla maglia non è la sua qualità migliore.

È un problema strettamente calcistico. Il fatto che sia esistito un giocatore come Ibrahimović e abbia fatto le cose che ha fatto Ibrahimović porta con sé dei significati che sfuggono al suo controllo. La sua leggenda è diversa da quella di gran parte dei calciatori venuti prima di lui perché non ha un pubblico ben definito. Lo ha voluto lui, ha preferito imporre la propria presenza piuttosto che far parte di un contesto. Se ne è sempre fregato del ricordo che avrebbe lasciato alle sue spalle ma si sta avvicinando il momento in cui di lui, come calciatore, resterà solo il ricordo.

Il gol con cui la Svezia si è qualificata al Mondiale del 2006.Pallone d’oro al merito

Posso portare altre prove a sostegno della mia tesi. Prima però lasciatemi dire una cosa: il desiderio di modellare la propria storia è molto comune e comprensibile.

Zlatan non sta cercando soltanto di piacerci, vuole aggiungere al racconto del figlio di immigrati che ce la fa da solo contro tutti un capitolo più “maturo” in cui si parla di valori calcisticamente più universali. È la sua storia, è un suo diritto.

Nel 2012, quando gli hanno chiesto chi meritasse il Pallone d’oro (lui non era in corsa), la sua risposta è stata: «Dipende se si vuole premiare l’individuo o il lavoro collettivo. Xavi sta ancora giocando ad alti livelli, anche Iniesta ha avuto una grande stagione. Loro hanno vinto l’Europeo, Messi non ha vinto niente, solo la Coppa del Re». Qui di affascinante non c’è solo il fatto che Ibrahimović pronuncia le parole “lavoro” e “collettivo” all’interno di una riflessione sul calcio, ma che lasci capire che dipendesse da lui premierebbe questo piuttosto che il valore individuale (di Messi). Avrebbe potuto limitarsi a una dichiarazione di circostanza, invece si è sforzato di darci la versione migliore di se.

In un certo senso Zlatan lo sta facendo per noi e non esistono riconoscimenti per questo genere di cose. Se guardate con attenzione il video della famosa dichiarazione di quest’anno (e stavolta una minima possibilità che potesse vincerlo c’era) sul Pallone d’oro, «Non ho bisogno di un premio per sapere di essere il migliore», se lo guardate più volte, vi accorgerete che Zlatan mette l’accento sulla prima parte della frase, sul “non avere bisogno di un premio”, e non come è stato interpretato sul “sapere di essere il migliore” .

È difficile sostenere la mia posizione quando pochi mesi fa soltanto Zlatan ha dichiarato che un Mondiale senza di lui non vale la pena di essere guardato (o, se preferite, di essere Dio). Anche per motivi commerciali, di brand, non può rinunciare del tutto alla sua immagine da antieroe. Ma se si parla di calcio, individualismo e spirito di squadra non si escludono a vicenda, anzi i calciatori più grandi, quelli che chiamiamo appunto “leggende”, sono una sintesi tra le due cose. Per questo Ibrahimović può permettersi quella versione di sé più saggia che cita Xavi e Iniesta come esempio positivo di lavoro collettivo senza rinunciare al ragazzo del ghetto che nella sua autobiografia li definisce scolaretti pronti a saltare quando l’allenatore chiedeva loro di farlo (e che ancora oggi li prende a schiaffi durante una cerimonia in smoking— c’è una certa purezza in questo: andatevi a guardare il video in cui Zlatan dà uno scappellotto a Xavi durante una pausa della cerimonia del Pallone d’oro, fate caso a quanto sembra contento di incontrare Xavi e a come diventi subito affettatamente gentile salutando la moglie).

Non so se si tratta davvero di pentimento o più di una forma di dimenticanza, i tempi del Barcellona e di Guardiola sono lontani in fondo. La sostanza è la stessa, Ibrahimović non vuole essere ricordato come quel tipo calciatore. O almeno non solo in quel modo.

Figuracce

Non è detto però che Zlatan riesca a migliorarsi come persona, a volte lo sforzo è troppo visibile e l’effetto che ottiene è quello opposto. «All’inizio della mia carriera, mi ricordo, mi rappresentavano come quello arrogante, con un grande ego» è un’altra delle cose che Zlatan ha detto di recente, «ma nel calcio se sei egocentrico non vinci venti trofei». Che il talento di Ibrahimović si trasmetta ai suoi compagni di squadra, in un modo che gli ha permesso di vincere quindici degli ultimi diciassette campionati a cui ha partecipato, non vuol dire che lui non sia egocentrico, che non abbia un ego grande.

Oppure prendete quell’altra scenetta simpatica improvvisata durante l’ultima premiazione del Pallone d’oro, quella con Jürgen Klopp. «Allora quando mi porti a Dortmund?», chiede Zlatan all’allenatore del Borussia. «Eh, dovrei vendermi tutta la squadra», risponde Klopp. «No, ma io vengo gratis.» «Oh, vieni gratis…»

Ibrahimović è auto-ironico ma ancora una volta ha detto una cosa sorprendente come se fosse normale, come se per l’idea che Ibrahimović ha di se stesso non è poi così impossibile che faccia qualcosa gratis. Non quanto lo è per noi, non quanto sembra esserlo per Klopp che intimidito, o forse imbarazzato, dice al giornalista che assiste alla scena da dietro la telecamera: «Hai sentito? Ha detto che viene gratis».

L’Everest dei grandi gol. 

Nemesi

Quello che sto cercando di dire è che l’ultimo Ibrahimović, quello successivo all’incredibile rovesciata da trenta metri, per capirci, quello che non deve più dimostrare niente a nessuno, non accetta il proprio destino. Che pur sapendo che le sue conquiste come calciatore sono individuali e la sua storia non può essere che la storia del suo successo personale, dentro di se senta di non corrispondere all’immagine che abbiamo (avremo) di lui.

Allora rileggendo quello che diceva di lui Simon Kuper mi è venuto in mente un altro concetto narrativo caro a Philip Roth, quello di “nemesi”, nel suo significato comune di «nemico che non può essere sconfitto» (e non a caso è un tema ricorrente nella sua ultima parte di produzione). In senso classico Nemesi era la dea della giustizia divina, ma in questo caso va intesa come l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, di far andare le cose nel verso che vogliamo. Questa impossibilità può essere incarnata a vari livelli da una persona, che quindi è qualcosa di più di un nemico.

All’interno del mio discorso la nemesi di Zlatan Ibrahimović è Henrik Larsson, e la cosa interessante è che Larsson è una delle poche persone di cui Zlatan parla bene nella sua biografia del 2011 (oltre all’amico Maxwell, Raiola, Leo Beenhakker e veramente pochi altri). In un passaggio in particolare, dice addirittura che per lui è stato un «modello».

Il presupposto da tenere presente è che anche quella di Larsson è la storia del figlio di un immigrato che ha avuto successo. Il padre era un marinaio di Capo Verde di nome Francisco Rocha ma i genitori hanno deciso di dargli un nome svedese e il cognome della madre, operaia, perché si integrasse più facilmente, altrimenti si sarebbe chiamato Enrique Rocha («Sarebbe stato bello» ha detto Larsson a So Foot nel 2013, «fa molto attaccante portoghese»). Nonostante ciò Henke ricorda che con i ricci che presto sarebbero diventati dei dreadlocks, anche se biondi, non somigliava al tipico “Svensson”, e che a volte l’unico modo per farsi rispettare erano le botte.

Quando Larsson aveva nove anni la sua maestra di matematica e svedese gli ha detto di non contare sul calcio come possibile professione futura: «Volevo solo che fosse realistico. Ovviamente non lo avevo mai visto giocare. Sono solo contenta che non mi abbia ascoltato». E il piccolo Henke era un ragazzino sensibile: «Mi ricordo abbastanza bene quando mi ha dato quel consiglio». A tredici anni era ancora fisicamente troppo più piccolo dei suoi compagni per poter giocare e come se non bastasse i suoi genitori si erano separati. L’allenatore ha dovuto convincerlo a non smettere, «Henrik ha cominciato a provarci con maggior convinzione. Si allenava due, tre volte al giorno, da solo. E non ricordo abbia saltato un solo allenamento, e se Ibrahimović è esploso d’un colpo a diciotto anni, Larsson per arrotondare la paga da calciatore semi-professionista ha lavorato in un supermercato. Fino a ventuno anni, quando è stato acquistato dall’Helsinborg, in Superettan, l’equivalente della Serie B svedese.

Alta fedeltà

Anche per Larsson non è stato facile imporre il proprio talento. Quando è arrivato a Glasgow nel 1997 (tra l’altro per sostituire Di Canio) era uno sconosciuto semi-panchinaro del Feyenoord. Il suo esordio con la maglia del Celtic si può riassumere con un passaggio sbagliato che ha portato a un gol avversario. La sua prima partita europea con un autogol: Henke recupera troppo generosamente nella propria area di rigore e anticipa malamente un avversario solo al centro dell’area. (Notate come sia finito a parlare bene di Larsson anche descrivendo un suo autogol.)

I Rangers avevano vinto gli ultimi nove campionati consecutivi, una serie interrotta dal Celtic al termine della prima stagione di Larsson. Tirando le somme, Henke ha vinto quattro campionati in sette anni, ristabilendo l’equilibrio nell’Old Firm e segnando la bellezza di duecentoquarantadue gol. Avrei potuto scriverlo a numero, ma a parole fa più impressione: duecentoquarantadue.

Dick Advocaat, allenatore dei Rangers in quegli anni ha detto di lui: «Larsson è uno dei migliori attaccanti in Europa. Forse del mondo. Se guardate Batistuta magari non tocca una palla per novanta minuti ma fa due gol. Larsson è ancora meglio perché oltre a segnare molto lavora anche molto per la squadra».

Il suo compagno di squadra e connazionale svedese Johan Mjällby ha fatto un paragone ancora più alto: «L’unico che ha avuto un impatto come il suo su una squadra è stato, forse, Maradona a Napoli».

Larsson ha segnato anche dei gol memorabili, il più bello di tutti forse nel derby dell’Old Firm del 2000.

Restare così a lungo in Scozia è stato interpretato come mancanza di ambizione personale, ma Larsson dice di non aver mai sentito il desiderio di giocare in una squadra diversa: «Perché sarei dovuto andar via? Per farmi dare diecimila sterline in più? Ero già pagato abbastanza bene. Soprattutto per uno che a diciassette anni riempiva gli scaffali di un supermercato di mele e banane».

Ha vinto la Scarpa d’oro nel 2001 (l’anno prima si era spezzato la gamba) e giocato la finale di Coppa UEFA nel 2003, quando valeva ancora qualcosa. Il Celtic ha perso contro il Porto di Mourinho, era andato sotto due volte nei tempi regolamentari quella sera e in entrambi i casi Larsson aveva pareggiato i conti di testa, prima del definitivo 3-2 di Derlei a cinque minuti dal termine dei tempi supplementari.

Non vorrei sembrare retorico ma finché a Glasgow si giocherà a calcio, ed esisterà una squadra chiamata Celtic con dei tifosi, Henrik Larsson non verrà mai dimenticato. Anche grazie a frasi come: «Non vedo niente di positivo nella mia prestazione in finale. Segnare due gol non significa niente se poi si perde».

Henke non era tipo di molte parole, sul Guardian è riportato l’aneddoto di un giornalista svedese esasperato dal suo silenzio, «Ti prego Henke dimmi qualcosa. Qualunque cosa, tipo, che ne so, dimmi come ti prepari prima di una partita», a cui Larsson ha risposto: «Prima di una partita penso che mi farò male. Che sono forte, però, più forte degli avversari. Che anche se mi farò male, farò più male io a loro».

I video di Larsson che saluta il pubblico del Celtic Park, e viceversa, fanno venire la pelle d’oca e sarebbe troppo facile paragonare l’intervista successiva alla sua ultima partita di campionato, in cui non riesce a parlare perché il pianto gli spezza la voce, al cinismo vero o apparente con cui Ibrahimović ha cambiato più volte maglia. Sarebbe sbagliato, oltretutto, perché la mia tesi di partenza è che Zlatan si rende conto di quello a cui ha rinunciato.

La finale di Coppa UEFA quando ancora valeva qualcosa.

L’esempio giusto ma di cosa?

È interessante che Ibrahimović nel suo libro ci dica che Henrik Larsson è stato un modello per lui (e io tenderei a credergli) senza spiegare in che modo.

Ecco i punti più significativi in cui Zlatan nomina Henrik Larsson (anche solo Henrik, o Henke) all’interno della sua biografia:

– quando viene comprato dall’Ajax, Zlatan riflette su quanto lo avevano pagato caro: «Nessuno svedese, nessuno scandinavo, neppure Henke Larsson o John Carew erano stati pagati una cifra vicina alla mia». (Non so a chi ho prestato la mia copia italiana di Io, Ibra per cui le citazioni che trovate qui sono mie traduzioni dall’inglese.)

– quando parla della sua prima convocazione in Nazionale, Zlatan si lamenta che c’era troppa pressione su di lui da parte dei giornalisti: «Ma cazzo, avrei voluto dirgli: c’è Henke Larsson giusto lì, andate da lui piuttosto». Nonostante il suo atteggiamento aggressivo si sentiva comunque molto insicuro e non voleva far incazzare nessuno: «specialmente Henke Larsson, che era un Dio per me».

– quando racconta di Euro 2004, in cui hanno fatto coppia in attacco. Una bella coppia in campo, completa per caratteristiche e con un buon feeling. Larsson era all’apice del successo, era appena passato dal Celtic al Barcellona. Si era già ritirato una prima volta dalla Nazionale ma poi a grande richiesta era tornato sui suoi passi. Zlatan era la stella dell’Ajax (si sarebbe trasferito dopo l’estate alla Juventus) e non sapendo più come gestire la pressione dice di essersi rivolto a Henke chiedendogli come fare. Ricorda che Henke gli ha risposto: «Mi dispiace Zlatan, non ti posso aiutare. Un casino come questo non lo hanno montato per nessun calciatore svedese prima!»

A quell’Europeo la Svezia si è fermata ai quarti, ai rigori, contro l’Olanda. Larsson ha preso una traversa nei supplementari, Zlatan lo nomina di passaggio per dire che Henke aveva segnato il secondo rigore e lui aveva sbagliato il terzo. (L’Europeo del 2004 è quello del gol di tacco di Ibrahimovic all’Italia, ma come più bello del torneo è stato votato quello di Larsson contro la Bulgaria.) 

– anche quando parla dell’Europeo del 2008 Zlatan lo cita solo di passaggio per parlare della sconfitta con la Spagna: «Eravamo io e Henke davanti. Ma la Spagna era molto forte». (Larsson aveva dato l’addio per la seconda volta, ma era tornato di nuovo. Anche Zlatan aveva dato l’addio alla Nazionale ma dopo la brutta esperienza a Barcellona aveva cambiato idea. Una scelta che qualcuno aveva interpretato proprio come cura per il suo ego ferito. In tutto il torneo Ibrahimovic ha segnato solo due gol, quello contro la Grecia era nato da una bella combinazione con Henke, nel libro parla del gol ma non dell’assist.)

Il gol di Larsson nella partita vinta 4-0 contro la Bulgaria a Usa ’94. 

Dimenticanze importanti #1

Ci sono due momenti nella biografia di Zlatan in cui non parla di Larsson anche se avrebbe potuto.

Il primo è Usa ’94. La Svezia che è arrivata terza a quel Mondiale, guardandola oggi, sarebbe potuta essere una squadra davvero eccitante agli occhi di un tredicenne svedese figlio di immigrati.

C’era Martin Dahlin (figlio di un musicista afro-venezuelano, chiamato Martin in onore di Martin Luther King ucciso dodici giorni prima la sua nascita) e Larsson, con i dread lunghi che gli sbattevano correndo sulla schiena, è riuscito a lasciare un segno pur non giocando moltissimo. Era esploso all’Helsingborg, allenandosi tutti i giorni con dei professionisti, e dopo solo due stagioni era stato acquistato dal Feyenoord, dove però si era bloccato di nuovo. Non era ancora una star, insomma. È entrato a mezz’ora dal termine nella partita d’esordio contro il Camerun e ha preso una traversa importante perché Dahlin ha segnato sulla ribattuta. È partito titolare contro il Brasile nell’ultima del girone. Ha calciato l’ultimo rigore del quarto di finale contro la Romania e ha segnato nella finalina con la Bulgaria “dei sogni” (il sogno vero e proprio era finito per entrambe le squadre, ma l’undici bulgaro era lo stesso della semifinale con l’Italia).

Il piccolo Zlatan avrebbe potuto riconoscersi nel giovane Henke. Nel libro però accenna a Usa ’94 solo per evidenziare il crepaccio culturale che lo separava dal resto della Svezia: «Ero di Rosengård. Me ne fregavo della Nazionale svedese. Tifavo per i brasiliani, per Romario e Bebeto».

Dimenticanze importanti #2

Zlatan non cita Henke e quasi non racconta di uno dei momenti più alti vissuti in Nazionale: l’ottavo di finale con il Senegal di Bruno Metsu nel Mondiale del 2002, la sua prima grande competizione con la maglia della Svezia. In sostanza Zlatan ricorda di essere stato poco utilizzato: «Ho giocato solo cinque minuti contro l’Argentina e un pezzetto degli ottavi con il Senegal, in cui a dire il vero ho avuto qualche bella occasione».

Entrato a un quarto d’ora dalla fine dei tempi regolamentari, sull’1-1 (gol di Larsson), Zlatan ha avuto tra i piedi la palla che avrebbe potuto cambiare la partita. Un lancio sulla fascia destra che è stato bravo lui a trasformare in occasione da gol, togliendosi di dosso la marcatura del terzino, Coly, e dribblando verso l’interno appena entrato in area. Un numero abbastanza bello che avrebbe potuto concludere servendo Larsson a pochi passi dalla porta, ma Zlatan ha calciato forte sul primo palo e Sylva, il portiere del Senegal, ha parato.

Il tiro, come si dice, ci stava. Ci stava anche il passaggio, però. Nelle immagini si vede Larsson allargare le braccia.

La cosa struggente è che lo stesso istinto che gli ha fatto sprecare questa occasione gli ha detto che non era una cattiva idea provare un pallonetto da metà campo contro l’Inghilterra.

La morale della storia

Episodi in cui viene fuori il lato più egoista del carattere fanno parte delle biografie di tutti i grandi personaggi, ma Ibrahimović si sta ribellando anche contro gli aspetti positivi del suo destino da individualista.

Sul palco della FIFA per ricevere il premio Puskás del gol più bello del 2013 (perché non esiste un premio speciale per il gesto tecnico più assurdo della storia del calcio), Zlatan ha ringraziato con un’umiltà eccessiva: «Di solito non è importante chi fa gol, in questo è capitato segnassi io ed è diventato una specie di simbolo per il modo in cui ho segnato».

La rovesciata da centrocampo con cui ha scavalcato Hart e mezza difesa dell’Inghilterra è così incredibile che sposta i limiti del nostro immaginario, di quello che crediamo umanamente possibile fare con una palla da calcio in un campo da calcio. Il problema è che era il gol del 4-2 di un’amichevole internazionale di cui non fregava niente a nessuno, si era nel recupero e Zlatan personalmente aveva già segnato due gol. Se quel gol simboleggia qualcosa è la grandezza individuale come concetto, e in particolare quella di Zlatan Ibrahimović. Non ci sarebbe potuto essere un momento più strano della celebrazione ufficiale di quell’impresa per dire: «Di solito non è importante chi fa gol».

Zlatan non ha la credibilità per dire questo tipo di cose, mentre ce l’avrebbe Henke. La cosa affascinante non è se le pensa davvero, ma che al termine di un percorso completamente diverso da quello di Larsson sembra essere arrivato alle stesse conclusioni. Zlatan sta cercando di appropriarsi dei contenuti delle storie di calciatori diversi da lui, ma non sta mentendo del tutto quando dice di “capire” quello che ha capito Larsson.

A un livello profondo Ibrahimović e Larsson sono imparagonabili, rappresentano due tipi di grandezza, raggiungibile sempre attraverso il calcio, diversi tra loro. La grandezza pacificata di Larsson, però, Ibrahimović non sa che sapore abbia.

Barcellona

C’è qualcosa di spirituale se si confrontano le esperienze di Larsson e Ibrahimović a Barcellona. Quella di Zlatan la si potrebbe raccontare in forma di parabola: «Egli disse: Un giorno il calciatore individualmente migliore di sempre aveva deciso, per vincere la Champions League, di trasferirsi nella squadra migliore di sempre per gioco collettivo». Sappiamo tutti come è finita e quanto conta quell’esperienza e quanto conterà nel bilancio finale di Zlatan.

Il rapporto tra individuo e collettivo è uno dei temi di fondo di qualsiasi grande storia di calcio e quella di Ibrahimović e Guardiola forse è la storia che più di tutte lo incarna come conflitto irrisolvibile. Zlatan ha perso l’occasione per sentirsi parte di qualcosa di grande senza per questo annullarsi.

Quando Larsson è arrivato in Spagna aveva trentatré anni, aveva già tagliato i dread e non poteva fare altro che mettersi a disposizione di Rijkaard e cercare di integrarsi nel gioco di squadra: «Calcisticamente non ho imparato niente a Barcellona. A quel punto della mia carriera avevo già giocato più di una volta a un tocco, due tocchi. Raramente prendevo palla e dribblavo tre giocatori di fila. Durante tutta la mia carriera c’era gente che diceva che non ero abbastanza egoista. Non è mai stato il mio stile. Se qualcuno è messo meglio di me, e può segnare, io gli passo la palla».

Dopo pochi mesi in Catalogna però Henke si è rotto menisco e legamenti del ginocchio, saltando praticamente tutto il primo anno, al termine del quale in teoria scadeva il suo contratto. Il presidente del Barça dell’epoca, Joan Laporta, glielo ha rinnovato subito dopo l’infortunio così da non dargli altri pensieri al di fuori del proprio recupero fisico.

Era stato acquistato come super-panchinaro di uno dei tre ruoli del tridente offensivo e non sarebbe stato sicuro di andare neanche in panchina, nella finale di Champions League con l’Arsenal, del 2006, se Messi non si fosse infortunato. Dopo quella partita però, grazie ai due assist per Eto’o e Belletti, se ne è andato a trentacinque anni come una specie di mito.

Thierry Henry a fine partita, arrabbiato per l’arbitraggio che aveva lasciato l’Arsenal in dieci uomini, deluso per il risultato forse ingiusto, ha comunque trovato la forza di spendere belle parole per Henke: «Di solito si parla di Ronaldinho ed Eto’o, ma bisogna parlare del giocatore che ha fatto la differenza: e questa è stata la notte di Henrik Larsson».

La ultime parole di Larsson invece sono state: «Visca Barça/ Visca Catalugna».

Entrare nella storia di un club con quattro tocchi.

Epilogo

Larsson è tornato in Svezia, ha giocato qualche stagione all’Helsingborg che lo aveva lanciato, vincendo una coppa nazionale e qualificandosi per l’Europa League.

Nel gennaio del 2007, mentre il campionato svedese era in pausa, è andato in prestito al Manchester United di Ronaldo e Rooney, segnando tre gol in due mesi ed entrando in qualche modo nella memoria dei tifosi. Ferguson avrebbe voluto tenerlo più a lungo, ma Henke è tornato in Svezia per l’inizio della nuova stagione: «Non dico che non sono tentato o grato dell’opportunità, ma ci sono altre cose a cui devo pensare». A fine stagione lo United vincerà la Premier League e farà stampare una medaglia in più per lui e Alan Smith che aveva saltato la stagione infortunato, anche se per il numero totale di presenze in campo non ne avrebbero avuto diritto.

Ancora nel 2009, a trentasette anni, si è rotto la rotula, ma ha recuperato ed è tornato a giocare. Arrivato il momento dei saluti ha pianto di nuovo davanti ai suoi primissimi tifosi.

In Svezia Larsson aveva un fratello minore con seri problemi di droga, gli somigliava molto e per un periodo portava i dread in suo onore, prima di tagliarli quando i rapporti tra loro sono peggiorati a causa della sua dipendenza. Henke ha raccontato in radio la storia commovente del fratello dopo la sua morte nel 2009 (il giorno in cui Henke ha giocato la sua ultima partita con la maglia della Nazionale): «Pensavo che una volta tornato a casa lo avrei aiutato a risolvere i suoi problemi. Ho pensato a lui ogni giorno in quegli anni passati in giro per il mondo. Ma la realtà era un incubo. I miei super-poteri immaginari non potevano nulla contro i suoi demoni».

È tornato a Glasgow per la partita tra le leggende del Celtic (i tifosi lo hanno inserito, unico non britannico, nel Greatest Team di tutti i tempi) e quelle del Manchester United. Era il 2011, sembrava in forma e ha segnato una tripletta. È diventato prima allenatore del Landskorna, poi dirigente della sua primissima squadra, l’Högaborgs, in cui giocava anche il figlio Jordan (dal numero 23 dei Chicago Bulls, Michael Jeffrey), ma ufficialmente ha smesso di giocare solo lo scorso anno. A giugno 2013, in un momento in cui tutti gli attaccanti della squadra erano infortunati, Henke è sceso in campo con il figlio (che gioca con la Nazionale Under 21 e su cui pare abbia messo gli occhi il Manchester United). Dallo scorso dicembre allena il Falkenbergs, neopromosso nella massima divisione svedese.

Non capisco lo svedese ma credo che a un certo punto Henke interrompa l’intervista post-partita per andare a festeggiare coi compagni. Cioè anche con suo figlio.

Zlatan come detto sta cercando di cambiare, anche forse per potersi godere un giorno questo tipo di emozioni. Sta cambiando a modo suo, però. In un’intervista recente, ritirata in parte, il suo compagno di squadra al Psg Lucas Moura lo descriveva come un capitano esigente e un esempio difficile da seguire in campo: «Brontola molto, chiede sempre palla e strilla. Ibra è complicato, ma sbaglia molto poco. Strilla, ma cerchiamo di capire quello che vuole, in qualsiasi lingua si esprima».

Quando a Larsson è stato chiesto com’è giocare con Zlatan ha risposto: «Non è facile perché ha talmente tante idee su cosa fare con la palla che a volte è difficile seguirlo. Ma senza alcun dubbio è il più grande giocatore che abbiamo avuto in Svezia. Sarei scemo se adesso ti dicessi che sono meglio di lui».

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
4 Commenti a “La nemesi di Zlatan”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Larsson, un vero simbolo della grande madre Svezia.

    Alla soglia dei 35 anni Ibrahimovic scopre che nella vita ci sono cose più importanti del denaro, per il quale ha sempre esercitato la sua arte. Tanto brillante come atleta quanto come esempio di stupidità.
    L’unico motivo per cui ultimamente gli venissero rimorsi è stato realizzare, dall’esempio di Messi, come si possano fare montagne di soldi anche senza cambiare maglia, ottenendo in aggiunta un posto sui libri di storia.
    Ora; per fare il filantropo meglio tardi che mai. Però così rovina l’immagine di duro prezzolato edificata in anni da zingaro&funanbolo di lusso: l’unica per la quale è apprezzabile (il lavoro è lavoro, lo faccio da numero uno e i sentimenti restano a casa). Brutta mossa, ma non è la prima.

  2. Scroodge scrive:

    Per la verità Ibrahimovic deve ancora compiere 33 anni.

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    Aaah.
    Perbacco!
    Allora cambia tutto.
    Come non detto.
    Cancellate pure il post di prima.

  4. Scroodge scrive:

    Era solo una precisazione amico, non ho criticato il tuo discorso quindi non serve far la scena…

Aggiungi un commento