Bosch_inferno

La nostra piazza Fontana

Una sola cosa è certa: siamo di fronte a un attentato terroristico che non ha precedenti nella storia delle mafie e dello stragismo in questo paese. Per la prima volta si è deciso (scientemente, con un’organizzazione meticolosa dell’azione) di colpire una scuola, di colpire indiscriminatamente gli studenti che stavano varcando il suo cancello per seguire le lezioni. Per essere più precisi: studentesse, al femminile, non studenti. Questo ci dice il nome della vittima e l’elenco delle ragazze ferite. E questo dato – l’elevata percentuale di donne tra gli alunni dell’Istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi – non può essere sfuggito alla logica stragista di chi ha fatto esplodere le tre bombole del gas.

Per questo l’attentato di ieri è anche un femminicidio. Non è solo una manifestazione della violenza indiscriminata contro un istituto intitolato a Francesca Laura Morvillo Falcone (di cui tra pochi giorni ricorre il ventennale della morte, insieme a quello del marito Giovanni Falcone e delle altre vittime della strage di Capaci), non è solo una manifestazione della violenza cruda contro la scuola quale fondamento della democrazia, e quindi contro la Repubblica, la Costituzione, la stessa vita civile. Ma lo è anche contro – barbaramente contro – delle ragazzine indifese.
Tra i reperti cerchiati col gesso e lasciati sull’asfalto davanti alla Morvillo Falcone, accanto a brandelli di carne annerita e ai pezzi del cassonetto andato in frantumi, c’erano anche alcuni quaderni a righe che il vento sfogliava pagina dopo pagina. Chiunque ha compiuto questo orribile attentato ha superato un limite che si credeva invalicabile. Ed è per questo che, in attesa che un quadro interpretativo razionale venga fornito da chi sta indagando, le sue motivazioni ci appaiono oscure e inquietanti. La sua mutazione antropologica ci appare indecifrabile.
Eppure c’è qualcosa che, in quanto pugliesi, possiamo dire subito. L’attentato della Morvillo Falcone e la morte di Melissa Bassi costituiscono la nostra Piazza Fontana, la nostra strage di Capaci. Pensando ai ragazzini attoniti che hanno visto i corpi delle proprie compagne di classe dilaniati, è impossibile non concludere che tutto ciò segni per loro la perdita dell’innocenza. Una brusca, violenta, definitiva perdita dell’innocenza. Ed è questa, forse, una delle maggiori barbarie commesse da chi ha trasformato l’ingresso di una scuola in uno scenario di guerra.
Le manifestazioni indette a Brindisi e in altre città ieri pomeriggio hanno raccolto idealmente l’intera regione e l’intero paese intorno alle studentesse e agli studenti dell’istituto professionale, a una città ferita. Tale ferita e la perdita dell’innocenza di una generazione che si affaccia al mondo sono un attacco mortale, al quale occorre rispondere prontamente. Che sia mafioso o meno, che sia eversivo o meno, che gli attentatori abbiano agito in molti o in pochi, questo è stragismo. Stragismo contro vittime inermi che, se per un verso ci riporta a un passato buio, nero come la pece, per un altro ci introduce in un fosco futuro.

Questo pezzo è uscito oggi sul “Corriere del Mezzogiorno”

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
32 Commenti a “La nostra piazza Fontana”
  1. Brenta scrive:

    mi sembra ancora presto per tirare fuori certe conclusioni e soprattutto certi riferimenti impegnativi. (La militanza si esplica con l’urgenza: un modo come un altro per dire che, a volte, si rischia di mostrarsi involontariamente paraculo). Poi, vi prego: non parliamo di “strage”. Usatele bene, queste parole, visto che ne rivendicate la gestione.

  2. Alessandro Leogrande scrive:

    Caro Brenta,
    premesso che in questo frangente non comprendo minimamente il tuo astio polemico, desidero ricordare che è la Procura, oltre che l’evidenza dei fatti, a parlare di strage ed aver aperto un fascicolo per il reato di strage.
    Io non rivendico niente… termine peraltro odioso in questi giorni.
    Le similitudini erano sulla perdita dell’innocenza e sull’aver varcato un confine che si credeva invalicabile. Stupisce essere definito “paraculo” per aver affermato questo.

  3. carmelo scrive:

    una cosa è certa: la mafia resta una monyagna di merda e
    finchè non usciamo daLLA PALUDE siamo preda di caimani, serpenti, iene e perfino dei pappagalli

  4. Brenta scrive:

    caro Alessandro, seguo questo blog da tempo e ho avuto modo di leggere e apprezzare i tuoi interventi. Tuttavia in questo caso mi sembra che le conseguenze che hai tratto siano più larghe delle premesse: se davvero si tratta di un “uomo solo”, quindi di una sorta di “Brevnik nostrano” (paragone raccapricciante avanzato da un idiota come Mario Adinolfi), che senso ha parlare di un attentato ai valori dello Stato (termine che negli ultimi tempi ricorre sempre più, e pericolosamente, con la maiuscola) e di “perdita dell’innocenza”? Il fatto è stato realmente tragico, perché ha colpito delle ragazzine indifese (e che forse rimarranno sfigurate). Ma davvero si può parlare della “nostra strage di Capaci” prima di aver accertato le conseguenze? Quello dello “stragismo” è una categoria complessa, una categoria storica, ma di una storia ancora tutta da raccontare. Il procedimento “per strage” riguarda il diritto e il lessico penale: ma per adesso non c’è alcun elemento “certo” che permetta di azzardare nel linguaggio corrente la definizione di “strage” e dunque di “terrorismo”. Chi scrive per fare opinione pubblica, come nel tuo caso, dovrebbe essere attento a pesare le parole, soprattutto quando ci sono in ballo delle implicazioni politiche che, se tirate in causa indebitamente, rischiano di allontanare la verità dei fatti (altra categoria impegnativa: consentimela, comunque) pur con l’intento di avvicinarla. Naturalmente non ti dico queste cose “a caso”, cioè con astio polemico: ma perché Brindisi è la città in cui vivono ancora i miei genitori, e so, come molti altri miei concittadini, in quali termini si debba parlare della sacra corona unita e dei mille inciuci dell’amministrazione comunale, e di un territorio in cui molto più della criminalità organizzata può e farà ancora l’ignoranza. La manifestazione messa su in poche ore è figlia molto più della paura, cioè della pulsione più ovvia e più giusta in casi come questo, che della strombazzatissima (anche da chi ha testa pensante) voglia di democrazia e di legalità. Oltretutto fra i portavoce dell’iniziativa c’è chi, come il sottoscritto, ha fatto il liceo classico che si trova a due isolati dal cosiddetto “professionale femminile”. “Noi del classico”, quelle del professionale femminile, le chiamavamo “zambre”, cioè grezze, cafone: e infatti nel nostro microcosmo coglione la scuola andava per nominata perché c’erano le “ragazze facili”. Questi non sono “fatti”, lo so, ma tali, piccole verità contano, nella definizione di un quadro obiettivo, molto più della perdita dell’innocenza e delle ardue riflessioni sullo stragismo e la strategia della tensione: almeno finché non saranno i fatti ad autorizzare le debite interpretazioni.

  5. Alessandro Leogrande scrive:

    Tre cose, Brenta, anche se mi sa che la pensiamo piuttosto diversamente ed è meglio chiuderla qua.
    a) la “perdita di innocenza” di cui parlo è quella degli studenti che hanno visto i corpi delle proprie compagne di scuola dilaniati. Tale “perdita”, generata da un attentato che in ogni caso ha avuto chiari intenti stragisti e per la prima volta ha colpito indiscriminatamente una scuola, è comunque avvenuta, indipendentemente dalla matrice;
    b) credo che la categoria dello stragismo possa essere evocata ogni qual volta una volontà chiaramente stragista sia messa in atto da singoli o gruppi più o meno larghi di persone, indipendemente dall’obiettivo che vogliono raggiungere. Per Brindisi si può parlare di stragismo, anche se molto probabilmente siamo in presenza di un nuovo stragismo che ha differenze enormi dallo stragismo nero o da quello mafioso. Anche se verrà accreditata la tesi dell'”uomo solo”, “uomo solo” non è sinonimo di folle, e quindi il suo gesto non è minimamente depotenziato.
    c) Conosco bene la città di Brindisi. Ieri ci sono stato tutto il giorno, davanti alla scuola e in giro. E ho pesato bene le parole che ho utilizzato dopo aver visto con i miei occhi quello che è accaduto.

  6. Brenta scrive:

    Il fatto ne richiama un altro molto più vicino della strage di Capaci: quella dei senegalesi a Firenze.

  7. Brenta scrive:

    un’ultimissima cosa: è molto probabile che lo “stragista” – sulle intenzioni almeno non ci sono dubbi – volesse colpire non LA SCUOLA, ma quella scuola. Non c’è alcun elemento per dire che si tratta di un attentato “contro lo Stato” – e infatti, mancano sia le attestazioni di responsabilità del terrorismo politico, sia gli elementi base e la sintassi degli attentanti mafiosi. Ecco perché la tesi della “perdita dell’innocenza” non regge e tanto meno quella del nuovo stragismo. Da quanto emerge, infatti, non c’è alcuna organizzazione, alcuna modalità e finalità specifica dell’azione terroristica – tutte le organizzazioni di questo tipo tendono a “fare scuola”. Soprattutto non c’è un contesto tale da motivare certi paragoni come quello con Capaci e con Piazza Fontana. Semmai viene da pensare alla strage (quella sì che lo è stata) dei Senegalesi a Firenze, anche se si è trattato un atto autodimostrativo (ma appunto: non vuol dire STRAGISMO). Alessandro, avrei anche apprezzato il tuo intervento, se fosse venuto a tempo debito, cioè quando, si spera, verrà fatta (se verrà fatta) un po’ di luce sulla vicenda. Per ora continuo a credere che si è trattato solo di uno sfogo ben argomentato e dall’impatto sicuro.

  8. Eva scrive:

    Non capisco, Brenta: perché parli delle “zambre”? Perché forse, in quanto tali e “facili”, sia più “normale” inquadrarle come vittime predestinate? Che l’ideatore di un tale femminicidio (sì, concordo pienamente con Leogrande: non si tratta di un attentato rivolto a studenti, ma a ragazzine indifese) sia imbevuto di una certa cultura è probabile, ma mi sembra che si inquadri troppo facilmente tutto nelle pieghe della Scu e della mentalità che ne deriva (anche in coloro che sono costretti a conviverci e/o subirla). Per giunta, nella “quarta mafia”, sono tante le donne salite ai vertici dell’organizzazione, stimate e temute dalla manovalanza armata anche e spesso di più, proprio perché donne.
    E ancora: è stata colpita una scuola. Che l’intento fosse di colpire esclusivamente quell’istituto e non altri, come cittadina non mi fa alcuna differenza: la scuola è il posto in cui, presumibilmente, si formano i cittadini di domani, colpirla, significa mirare al futuro di uno Stato, quindi, se anche l’attentatore avesse avuto semplici intenti o rancori personali e non finalità politiche, il crimine è comunque, seppure per vie traverse, rivolto allo Stato, e una classe dirigente capace dovrebbe essere in grado di capirlo e di reagire in maniera adeguata (e questo non significa certo l’istituzione di leggi di emergenza che limitino le libertà individuali, con la scusa del rischio attentati).
    E concordo ancora con Leogrande: c’è la perdita dell’innocenza, fra quei ragazzi che si son visti ammazzare un’amica così, nello stesso modo in cui si accende un televisore o si apre il cancello del condominio. Ma c’è anche la perdita della nostra innocenza, residua, di adulti che ormai hanno visto l’imene dell’ultima certezza, quella delle sacre mura di una scuola, deflagrare fra i puntini troppo larghi delle i adolescenziali e le foto in fiamme, appiccicate fra cuori rosa e fiorellini, nei diari scolastici (dove, per fortuna, il più delle volte non sono annotati compiti, a dispetto di Profumo).

  9. Brenta scrive:

    “Che l’intento fosse di colpire esclusivamente quell’istituto e non altri, come cittadina non mi fa alcuna differenza: la scuola è il posto in cui, presumibilmente, si formano i cittadini di domani, colpirla, significa mirare al futuro di uno Stato,” Questo tipo di retorica, che purtroppo ha preso piede, mi lascia del tutto estraneo. Per quel che mi riguarda, lo Stato in questo caso è il codice penale, che va applicato contro chi ha commesso il “reato di strage”; che, ripeto, è una dicitura del lessico giuridico, che non va sovraccaricata di coloriture politiche e soprattutto non è, non deve essere, come troppo spesso sta diventando, un pretesto per suscitare facile indignazione. E’ compito del potere giuridico adesso accertare i responsabili, decretare le colpe e punirle come tali. Per il resto, sono e resto convinto che Leogrande Brindisi con la conosca. Anche ammesso che emerga la responsabilità della Scu, dire “attentato contro lo Stato” è solo un appello alla “panza”: perché forse sarebbe tempo di riflettere (con i propri occhi, con la propria testa) qual è il legame tra la Scu e “noi brindisini”, qual è questo benedetto “senso dello Stato”, che latita nel nostro come in altri territori, e come può davvero lo stato (io lo scrivo con la minuscola) modificare uno stato di cose che dura da tantissimo tempo. Tutti questi elementi, non autorizzano letture e definizioni semplicistiche; ed è da qui che si deve partire per aprire gli occhi e attivare cuore e cervello: ma lo Stato, finché continuiamo a tirarlo in ballo e a scriverlo con la maiuscola, non sono “Loro” e tanto meno “Lui”, ma siamo noi, noi “cittadini” che continuiamo a trovare più comodo il potere mafioso. (Dico semplicemente “più comodo”, per non fare antropologia a buon mercato, come fanno in molti). Anche se si è trattato di uno spettacolo atroce, vi faccio notare che la retorica, la buona, vecchia retorica, in questo caso non serve a restituire il pugno nello stomaco, ma a rendere questo spettacolo persino allettante. E anche su questo ci sarebbe da riflettere: perché si tratta di un’ovvietà; ma di un’ovvietà a cui troppo volentieri non si fa caso. A me, più che i “brandelli di carne annerita” e della buona penna mi interessa lo sguardo lucido, il desiderio di verità da parte di chi avrebbe dovuto chiedersi: perché proprio qui? Il riferimento alle “zambre” non è una nota di folclore, ma un elemento essenziale per rispondere alla domanda di cui sopra, e farsene un’altra: da chi è frequentato? e cosa rappresenta il “professionale femminile” a Brindisi? Se non si parte da queste scontatissime domande, si fa retorica civile – poco importa se più o meno riuscita – ma non giornalismo.
    p.s. Eva, la scu, almeno la “vecchia” scu non tocca le ragazzine. Non molto tempo a Mesagne un boss, tale Salati, è stato massacrato di botte da tre sicari della scu. Sai però chi aveva commissionato ai mandanti la spedizione punitiva? I “cittadini”. Salati aveva una relazione con una quindicenne incinta di un altro: era un “pedofilo” e, in quanto tale, disturbava la quiete pubblica. Ciò tuttavia non è abbastanza per screditare la tesi di molti che ci vedono la responsabilità della scu, anche perché l’ordigno è scattato appena arrivato il pullman da Mesagne; e poi non bisogna dimenticare che è passata appena una settimana dalle amministrative. Perché allora, non parliamo di questo, invece di presumere di aver capito tutto, e sbrodolarci con delle facili nomenclature?

  10. Ivano Porpora scrive:

    Mi trovo piuttosto d’accordo con Brenta – che non conosco. Parlare di ‘nostra piazza Fontana, nostra strage di Capaci’ richiama due momenti diversi della nostra Repubblica, diversi tra loro e diversi con questo. E non è svalutare ciò che è successo – avvilente e grave, a mio vedere – separarlo con forza da piazza Fontana, da Capaci e pure da Breivik.
    Su piazza Fontana pare di poter dire che fosse dovuta a elementi di estrema destra, e che vi fosse quantomeno una collaborazione da parte di chi ha poi preso le prove e le ha fatte sparire (come la bomba fatta brillare). E non pare questo il caso.
    La strage di Capaci ha a che fare con un giudice e attentatori mafiosi, forse (che tristezza, questi forse!) con la collusione, la collaborazione o la semplice informazione di elementi dello Stato.
    E non è questo il caso.
    Breivik ha ucciso 77 persone, (vado a memoria), prima facendo esplodere delle bombe e poi facendo fuoco con un’arma.
    Ciò che è successo a Brindisi è odioso, brutale fin che vuoi. Ma dobbiamo chiamare le cose col loro nome, o i paragoni (come è successo con l’atomo paragonato al sistema solare) non faranno altro che sviare le considerazioni future.

  11. Kitpou scrive:

    Mi trovo d’accordo con Brenta. E aggiungo che è un’analisi pessima e antistorica. Poi, perla su perla, “Per questo l’attentato di ieri è anche un femminicidio”. Che vuol dire? Che sta a significare? Si conosce già la dinamica di questo odioso atto? Perchè se per ogni strage si considera il sesso delle vittime senza tenere conto dei due fattori necessari per capire – oltre che per perseguire – ovvero autore e movente, allora riconduciamo Piazza Fontana a un “maschicidio” vista la predominanza di vittime maschili e la sede, una Banca, centro di potere finanziario tipicamente maschile Nnel 1969 come oggi). Al pari la strage alla stazione di Bologna è a maschi-femminicidio per il suo spaccato della società dato dal mezzo di trasporto colpito che la rappresenta in toto.

    Un uso più appropiato e consapevole dei termini non guasterebbe.

    Credo che la povera vittima, anzi le vittime aggiungendo a Melissa i genitori, le ragazze ferite, la città e la società civile tutta meritino un po’ più di pietas e meno cialtroneria.

  12. Eva scrive:

    E invece la Scu ammazza anche giovani donne e bambine, e sto parlando proprio della “vecchia” Scu. Il 23 marzo del ’91, scompaiono Federica Rizzello e sua figlia Angelica. Mandanti dell’omicidio: il boss salentino Luigi Giannelli e sua moglie Anna Addolorata De Matteis Cataldi, sua consorte, detta “Anna Morte”. La colpa della Rizzello era stata quella di aver tradito Giannelli, che ne era l’amante. Ma l’efferatezza del delitto si deve a sua moglie, gelosa, a sua volta, del tradimento del marito. La piccola Angelica – due anni e mezzo- è stata ammazzata sbattendole il capo più volte contro il muro. È stata la prima bambina ammazzata deliberatamente da un’ organizzazione mafiosa in Italia.
    Penso che, istintivamente, siamo disposti a vedere, nelle vecchie leve criminali, un minimo di “codice d’onore”, colpa probabilmente della cinematografia e di certa letteratura legata ai “briganti”. Ma la Scu è da sempre un’organizzazione estremamente rozza e violenta e solo la cecità delle nostre istituzioni giudiziarie ha potuto fare in modo che proliferasse fino ai livelli attuali ((i giudici baresi, nel 1986, assolsero tutti gli imputati del primo processo alla Scu, non ravvisando il reato di “associazione mafiosa”). Ora la Sacra corona Unita, tramontato – ma neanche troppo – l’affare delle “bionde” dai Balcani, si sta raffinando e ha imparato a insinuarsi fra i colletti bianchi e, persino, a manipolare le elezioni (incluse le ultime Regionali.)
    Per il resto, scusami, ma mi riservo di scrivere una risposta più articolata in un altro momento.

  13. Brenta scrive:

    Eva, sono tutti casi imputabili a questioni di faida. La logica può essere la stessa dell’attentato terroristico, ma l’obiettivo è ben diverso. Ad essere colpito non è lo Stato, ma il clan rivale: e se è guerra, questa logica obliqua colpisce soprattutto i cosiddetti “indifesi” (chiamiamoli così, e non “innocenti”, vi prego), cioè donne e bambini. E’ una prova di forza, che si esercita colpendo i più deboli. Ma non lo Stato. Che come tu dici, parlando di “cecità delle nostre istituzioni”, è latitante da tempo.

  14. Eva scrive:

    Faccio un po’ di chiarezza, appellandomi alle fragili certezze di un vocabolario:
    1- “strage”: Uccisione di una grande quantità di persone o di animali.
    2- “stragismo”: Strategia terroristica volta a destabilizzare l’ordine civile e politico, producendo un clima di tensione nella società per mezzo di attentati e stragi
    3- Terrosismo: modalità di lotta politica basata su atti di violenza indiscriminati (attentati, sabotaggi ecc.)
    4- Stato (con la maiuscola): Entità giuridica e politica sovrana costituita da un territorio, da una popolazione che lo occupa e da un ordinamento giuridico attraverso cui la sovranità viene esercitata.
    Quindi: il termine “strage” è sicuramente pertinente con quanto avvenuto a Brindisi: il caso ha voluto che ad essere colpita a morte sia stata una sola persona, ma le dinamiche dell’attentato, a detta degli inquirenti, andavano in direzione opposta. Per questo motivo, la parola non riguarda più il solo lessico giudiziario, ma quello comune, anche se, effettivamente, la Procura di Brindisi ha aperto un fascicolo per reato di strage, appunto. Ora, che agli intenti meramente stragisti fossero collegati anche quelli di tipo politico, ideologico, o di minaccia mafiosa, saranno le indagini a stabilirlo. Ignoranza comunque c’è, è vero: si è spinto subito sul pedale mafioso, anche e soprattutto i media, senza che realmente ci fosse una conoscenza, anche solo elementare, del fenomeno Scu. Non so se questo possa aver rallentato o ostacolato le indagini, ma penso di no, perché il Procuratore distrettuale dell’antimafia di Lecce, Cataldo Motta, è persona da tempo impegnata nella lotta alla Scu e ne conosce i meccanismi e non sembra privilegiare la pista dell’attentato mafioso (che, ripeto, porterebbe alla Scu quella visibilità e quell’odio popolare che può solo nuocerle).
    Infine: credo nel valore della scuola e nel suo ruolo di formatrice dei cittadini di domani. Mi dispiace seriamente sentir parlare di questo come di pura “retorica”, perché nella scuola insegno e, se non fossi fermamente convinta delle mie responsabilità di formatrice (ed è una parola orribile, ne convengo, perché ti posso garantire che, nella scuola, ci si “forma”- e ci si “deforma” anche – reciprocamente: alunni e insegnanti), ti assicuro che avrei cambiato professione già da molto, perché, nella scuola, ci si confronta quotidianamente non solo con le normali sfide che i ragazzi e la società (e uno stipendio abbastanza ridicolo, se confrontato con la media europea) ti pongono, ma anche con uno Stato sempre più assente e ipocrita e con una mentalità generale troppo convinta, purtroppo, che credere nella scuola come fondamento della cittadinanza futura, sia pura retorica.

  15. Eva scrive:

    Ah, continuo a parlare di “femminicidio” perché l’attentatore conosceva certamente la realtà a maggioranza femminile di quell’istituto, tu stesso mi dici che pochi metri più in là c’è una scuola in cui l’utenza è più eterogenea, ma il killer ha colpito quell’istituto, sapendo bene che la stragrande maggioranza delle potenziali vittime era costituita da ragazzine.
    Non ha senso paragonare questo crimine indirizzato apertamente verso giovani donne, con la strage a Pzza Fontana, che avrebbe colpito principalmente uomini: non ho dati certi tra le mani al momento, ma stiamo parlando comunque del 1969 e all’epoca erano ben poche le donne impiegate di banca: culturalmente, penso che gli stragisti di Pza Fontana non si siano neanche posti il problema di colpire più donne o più uomini, poiché il loro fine, così come quello dell’attentato alla stazione di Bologna, era apertamente quello di colpire lo Stato e istituire la strategia della tensione.
    Ciò che mi preoccupa della tentata strage di Brindisi, sono invece gli squarci futuri che l’attentato può aprire. Violato il confine ultimo che la nostra coscienza, anche deviata, imponeva (cioè l’attacco di una scuola da parte di un adulto), c’è il rischio serio che forze politiche deviate, o semplici emuli, possano ritenere il “filone” piuttosto interessante. E mi preoccupa anche, seriamente, la possibilità che i nostri politici approfittino del momento per imporre leggi che finiscano col limitare le libertà personali e civili.

  16. Mariateresa scrive:

    Due donne a capo nei punti chiave dello Stato: ministero dell’Interno e della Giustizia; donne moltissime pentite di mafia che hanno smascherato efferati crimini (altro che non toccano donne e bambini…ma certo che li toccano, ricordate il piccolo Giuseppe Di Matteo?); donna la dedica della scuola di moda e turismo, Francesca Laura Morvillo Falcone e non c’è bisogno di aggiungere altro; donne le vittime di almeno due delitti al mese e poi, chissà, l’attentatore dal video aveva una mano offesa, forse non ha calcato sul tasto ma a Brindisi è stata strage; per puro caso è rimasta uccisa “solo” la povera melissa, lì doveva esserci una strage…ed è femminicidio all’ennesima potenza, certo per queste considerazioni ovvie, sì è vero, hanno fatto anche l’ipotesi di uno che ce l’aveva con quelle specifiche studentesse (zambre? mi sembra offensivo adesso ricordare questa caratteristica, ne sono offesi ne sono certa anche i ragazzi che sono addolorati tanto quanto, Brenta, è davvero orrendo fare sociologismo d’accatto così…) ma intanto si è seminato terrore, questo, ha ragione Leogrande, si chiama terrorismo, stragismo e purtroppo in Italia, ma finora non in pUglia, lo conosciamo senza arrivare mai ai mandanti…Sono molto d’accordo con la prima intervenuta!

  17. Mariateresa scrive:

    MELISSA, TUTTO MAIUSCOLO E NON DIMETICHEREMO, COME NON DIMENTICHEREMO NEPPURE NICOLA!

  18. Mariateresa scrive:

    Concordo con Eva! In pieno!

  19. Brenta scrive:

    Mariateresa, il sociologismo è una pratica molto più utile, ai fini di ciò che ci interessa (la verità), di qualsiasi retorica a buon mercato. Duole dirlo, ma con le parole potere, mafia, donne, ci si sente autorizzati ad avanzare interpretazioni che poco o nulla hanno a vedere con quanto è accaduto. La retorica post-femminista non è altro che un aspetto ben camuffato di quella persistenza del vecchio (in una società cattolica) che impedisce di risolvere la questione femminile. E lo stesso vale per le parole “mafia” e “potere”: purché se ne parli, e purché ci si faccia sentire; ma i problemi restano e resteranno lì ancora per molto. Parlare, soprattutto parlare bene, è solo una buona scusa (lo so, è dura da ammettere) per lasciarli dove sono.
    La critica, in questo caso, o meglio ancora la “protesta”, è solo un modo acritico per affermare la verità al maggior numero di gente possibile.

  20. Si intuisce chiaramente, da queste righe, il desiderio del pugliese, provinciale dei provinciali, di far finalmente parte anche lui della Storia d’Italia.
    Mi dispiace, ma questa mini-strage non servirà ad investirvi di nessun titolo particolare: siete la stessa periferia di prima, quelli che si facevano governare dai clan delle regioni vicine.
    Resta il fatto che, in un’epoca in cui il sentimento di apparteneza territoriale va progressivamente declinando, queste piccole rivendicazioni locali fanno molto sorridere.

  21. Eva scrive:

    E da cosa si intuirebbe questa “ambizione” di noi pugliesi? Senza contare che, far parte della “Storia” per aver brutalmente ammazzato una sedicenne, non è sicuramente una motivazione di cui andar fieri (pugliesi o…che siano). Inoltre, non che questo costituisca certo un vanto, dal punto di vista del rispetto delle leggi civili, ma giusto per informare, giacché mi pare proprio che, in taluni contesti, sia necessario, tengo a precisare che la Sacra Corona Unita (ma anche la “Famiglia Salentina Libera”, di cui nessuno mai parla) è nata proprio per evitare che Mafie esterne (Camorra. ‘Ndrangheta e Mafia siciliana) potessero pensare di imporre la loro volontà sul territorio pugliese.
    In un documento della Fsl, rinvenuto nel carcere di Pianosa, già nel 1986, si legge proprio che la finalità principale della Famiglia Salentina Libera consiste principalmente nel “far rimanere il Salento a tutti i leccesi e non permettere mai a nessuna famiglia di altre regioni di spadroneggiare nel nostro territorio”.
    “Provinciale” è spesso chi crede utile, ai fini della Storia e del cammino umano, ridurre fenomeni e manifestazioni umane, o disumane che siano, al semplice “regionalismo” (o “provincialismo”, per me è lo stesso). è lo stesso tipo di errore che ha caratterizzato una serie di errori giudiziari e politici che hanno permesso alla Scu, per esempio, di estendere i suoi tentacoli su settori sempre più larghi della vita economica e amministrativa pugliese. Ma è lo stesso errore che ha fatto sì che, fino a ieri, si ritenesse la ‘Ndrangheta un fenomeno calabrese, mentre ormai ha già divorato buona parte di regioni ben lontane geograficamente dalla Calabria stessa.

  22. Eva scrive:

    Un’altra cosa. Per quanto “provinciali”, i pugliesi di questi commenti hanno avuto almeno l’onestà e il coraggio (e ci sono anche in casi in cui si può rivendicare anche l’orgoglio) di dichiararsi, appunto, pugliesi, con tutto il male e le responsabilità che, in questi giorni, inevitabilmente, ricadono sulle loro spalle di miseri abitanti del Tacco d’Italia (dunque condannati a restare per sempre mera provincia, a non avere alcuna possibilità di riscatto, a restare indefinitamente il nulla più nero?).

  23. Brenta scrive:

    Eva, rimpiccioliamo le maiuscole, e scogliamo le perifrasi.

  24. Eva scrive:

    Brenta, francamente non ho la minima intenzione di mettermi a duellare co n la tua allergia alle maiuscole: le uso per Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta per dare la dimensione del fenomeno. Sacra Corona Unita, si chiama così e, per la verità, dovrei abbreviarla come SCU, ma detto chiaramente: fanne quello che vuoi. Quanto alle “perifrasi”, se mi dici dove le hai trovate, mi premuro di spiegartele, o di “sciogliertele”.

  25. Donato scrive:

    Non è prudente dare per scontato l’intento femminicida (neologismo figlio dei tempi, un po’ come “direttora”, “ministra”, “cancelliera” etc.) solo perché chi ha trovato la morte è una studentessa, così come concordo con Margherita: a cosa serve autoconvincersi che quanto accaduto a Brindisi equivalga alla “nostra” piazza Fontana o alla “nostra” strage di Capaci? Abbiamo veramente bisogno di trovare epigoni per sentirci accomunati a episodi distinti e acclarati da prove molto più certe rispetto a quelle utilizzate da gran parte della stampa italiana per bollare l’assassinio di Brindisi come “attentato”, “terrorismo” o “femminicidio”? Basta con gli esercizi stilistici, torniamo alle notizie e anziché aggrovigliarci in tesi contorte e improbabili accostamenti, vediamo i fatti: non c’è ancora un colpevole, un uomo è stato letteralmente sputtanato dai mass media con tanto di nome e cognome resi pubblici, non si sa nulla fuorché l’orrenda fine toccata a Melissa. Caro Alessandro Leogrande, perché quando parli di “mutazione antropologica” non ti soffermi sul contesto socio-culturale in cui sguazza l’italiano medio che si nutre di mostri facilmente sbattuti in prima pagina e di vuote parole a effetto?

  26. Eva scrive:

    Solo che sono davvero molto pochi i casi in cui si diventa “ministra”, “cancelliera”, “direttora”, ecc. : il “femminicidio” è, invece, pratica molto più diffusa della nomina a “cancelliera” o a “ministra”, soprattutto in Italia(devo prendere come un “segno dei tempi” anche questo?). Dall’inizio del 2012, sono 59 le donne uccise dal partner o dall’ex partner nel nostro Paese: nel 2011 sono state 100 (significa che quest’anno, a maggio, hanno già superato la metà del numero dello scorso anno), mentre cinque anni fa, nel 2007, il numero era “fermo” a 29. Per di più, secondo dati Istat, nel 2011, 6milioni d donne hanno subito violenze fisiche e sessuali. Anche questo, purtroppo, fa parte della cultura in cui sguazza l’italiano “medio” e anche questo, di conseguenza, genera i suoi mostri. A prescindere dai reali intenti alla base del gesto criminale, l’attentatore (gli attentatori?) ha colpito una scuola prettamente femminile e questo non può essergli sfuggito nei momenti di pianificazione e nei suoi sopralluoghi, ammesso, ovviamente, che si tratti di un “esterno”.

    Inoltre, il pezzo di Leogrande non accomuna il crimine di Brindisi alla strage di Capaci o a quella di Piazza Fontana per via della matrice (mafiosa o ideologico-politica), ma piuttosto per il senso di spaesamento, sgomento e impotenza (lui lo chiama “perdita dell’innocenza”) che quella strage ha istantaneamente generato in ognuno di noi, diciamo una sorta di consapevolezza di aver superato il punto di non ritorno( e, in tal senso, io inserirei anche il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, che costituì un punto di non ritorno, ma non fu una strage). A me è successo con Capaci e si è ripetuto con Brindisi. Ero troppo piccola per ricordare Piazza Fontana.

  27. Donato scrive:

    Non metto minimamente in dubbio l’aumento degli omicidi in Italia con le donne sempre più vittime, per esempio, dei loro compagni di vita trasformatisi in aguzzini. Ciò che mi preme sottolineare è, al contrario, l’abuso modaiolo di certi neologismi e la superficialità di quanti nel nostro paese si ergono a pubblici ministeri o, peggio, in investigatori da quattro soldi riuscendo a ottenere 4 senza fare 2+2!!! Ribadisco che la ridda di ipotesi e di conclusioni affrettate a cui si giunge ora dopo ora non fa bene né all’informazione, né a un’opinione pubblica che purtroppo pende dalla bocca di vecchi e nuovi mass media trasformatisi in oracoli.
    Un conto è sottolineare l’impatto emotivo dei tragici fatti di Brindisi, un conto è cercare di infarcire di retorica pagine e pagine di quotidiani e riviste senza aggiungere niente alla realtà dei fatti: una studentessa è morta, altre persone sono rimaste ferite e del colpevole (così come dell’orribile movente) non c’è traccia. Spero di aver reso meglio l’idea.

  28. Eva scrive:

    “Non metto minimamente in dubbio l’aumento degli omicidi in Italia con le donne sempre più vittime, per esempio, dei loro compagni di vita trasformatisi in aguzzini. Ciò che mi preme sottolineare è, al contrario, l’abuso modaiolo di certi neologismi e la superficialità di quanti nel nostro paese si ergono a pubblici ministeri o, peggio, in investigatori da quattro soldi riuscendo a ottenere 4 senza fare 2+2!!! Ribadisco che la ridda di ipotesi e di conclusioni affrettate a cui si giunge ora dopo ora non fa bene né all’informazione, né a un’opinione pubblica che purtroppo pende dalla bocca di vecchi e nuovi mass media trasformatisi in oracoli”.

    Concordo pienamente (e sono ancora e proprio perché non mi sembra affatto il caso di questo articolo, mi è sembrato giusto intervenire.
    Quanto al “femminicidio” è un dato di fatto, non sono congetture: è stato colpito un istituto a prevalenza femminile e la vittima e le ferite sono tutte donne, inevitabilmente, Quali che fossero le ragioni alla base del crimine, bisogna chiedersi perché, le mani che hanno comandato l’esplosione non si siano fermate neanche davanti al fatto che si colpivano non solo le future cittadine, ma anche le future madri di nuovi cittadini.
    Ehm, nell’ultimo post ho scritto che ero troppo piccola per Pza Fontana. In realtà parlavo della strage a Bologna.

  29. Eva scrive:

    Mi scuso per i tanti refusi dell’ultimo post: sto scrivendo in condizioni un po’ “estreme” . Quando ho aperto la parentesi volevo dire che sono ancora scioccata dalle parole di MAria Teresa Ruta.

  30. Brenta scrive:

    Avremmo bisogno di veri intellettuali e non di appaltatori dell’opinione pubblica. (Eva, in una società veramente civile, una donna è cittadina in quanto individuo, non in quanto femmina e non, in quanto femmina, madre. Finché non vi sarà chiaro l’abc continuerete e continueremo a crogiolarci in questo femminismo all’amatriciana, o alla Concita de Gregorio.)

  31. Eva scrive:

    Brenta, sono d’accordissimo con te, ma so anche, proprio perché femmina e per giunta meridionale, che la realtà in cui le italiane si muovono è quella in cui gli omicidi di donne e le violenze sulle donne sono in vertiginoso aumento e si tratta ancora di una realtà in cui la donna è essenzialmente vista come sposa e madre e mi dici pure come “zambra”, perché, magari, più affrancata dai valori borghesi dominanti. Essendo di origine pugliese, penso che capisca di cosa parlo: per le donne qui non è facile, soprattutto se non sono sposate o madri. Ho una collega,del brindisino, che ha sfiorato l’esaurimento nervoso perché la sorella del marito non accetta che lei non riesca ad avere un bambino e non si tratta di un caso limite, giacché, lavorando in quartieri cosiddetti “a rischio” vedo cose anche peggiori. Come cittadina e non come “intellettuale” o “appaltatrice dell’opinione pubblica” (eh?) non posso ignorare questo dato.
    Quanto al femminismo, lasciamolo stare dov’è, ok? Io, personalmente, non me ne sento toccata. L’abuso che è stato fatto di questo termine, da femministe e detrattori, lo ha svuotato di ogni senso, per quanto mi riguarda.

  32. Brenta scrive:

    adesso è chiaro che si è trattato di “presidicio”: cioè di strage contro i presidi scolastici.

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