the_maze

La notte contraddice il giorno. Un racconto su Torquato Tasso

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di Edoardo Rialti

Tutti siamo stati qualcun altro. Anche quando gli concederanno stanze più grandi e comode, con una finestra le cui sbarre a croce spiccano nere contro il cielo grigio o azzurro, i topi continueranno a strillare e parlare.

Meno numerosi e meno di frequente, magari, ma l’hanno fatto in passato, e questo vuol dire ricordarselo sempre. Sa benissimo che i detenuti possono affezionarsi persino ai ragni, che gli animali si possono addestrare per divertire o spaventare, che i suoi nemici sono pronti a qualsiasi scherzo, ma stavolta è diverso.

Nella cella bianca del seminterrato, dove lo avevano incatenato le prime settimane e poi tenuto alcuni mesi, i topi facevano più strepito degli altri prigionieri, di là dal muro che puzza d’urina e aceto.

Qualcuno ci sbatteva la testa contro, urlando tra un colpo e l’altro, finché si sentiva un accorrere frettoloso, il tintinnio delle armi e delle chiavi, la porta aperta e gli sbuffi della lotta. Qualcuno cantava una filastrocca.

Guardava i topi disporsi lungo la stanza, agli angoli, sotto il tavolo, componendo disegni e geometrie che certamente vogliono dirgli qualcosa. Quando ha già gli occhi chiusi e sente avvicinarsi un sonno che è solo un velo scuro e un rombo sordo all’orecchio, eccoli improvvisamente vociare tutti insieme, correndo da una parte all’altra o fermi ai loro posti, come le cicale.

Quando parlano, non è nella lingua uomini, ma lui capisce lo stesso. Scandiscono il suo nome, ripetono la frase di una lettera, qualche verso o uno scambio di battute di oltre dieci anni fa. Dicono Pietro, Giacomo, Battista. Hanno voci stranamente nasali, che però si impennano nel corso della frase o della parola.

Un giorno si è lasciato scivolare completamente sul pavimento, raggomitolato sul fianco sinistro – le catene lo consentivano – le gambe rannicchiate, il braccio destro premuto sul petto e l’altro steso con la mano spalancata, sulla pietra. Ha chiuso gli occhi. Cercando di percepire i loro movimenti come piccole macchie di luce e calore dietro le palpebre, con un formicolio d’attesa sulla punta delle dita. Hanno detto qualcosa che non ha capito, e non si sono avvicinati.

Anche adesso che ha persino un piccolo vestibolo, uno scrittoio, la possibilità di farsi portare i volumi dalla biblioteca, e una caraffa di vino la domenica,quando la tensione si fa insopportabile, percorre la stanza a passi lenti. Apre e chiude le mani. Ricorda di averlo visto fare a uno dei professori di greco a Urbino, nell’intervallo delle lezioni, quand’era ragazzo. Il vecchio corpulento e taciturno, dai fini capelli bianchi incollati sulla fronte, faceva avanti e indietro lungo il corridoio fuori dell’aula, la testa bassa, borbottando, serrando e disserrando le dita. Dicevano che avesse avuto una delusione d’amore in gioventù, e che non fosse mai guarito del tutto. Che ci pensasse ogniqualvolta non insegnava Callimaco o Apollonio. Si sorprende a scivolare nello stesso meccanismo sfiancante. Anche quando siede allo scrittoio, se certi pensieri gli attraversano la mente, scuote la testa, distoglie lo sguardo come da una vista accecante, apre e chiude le mani più volte. Tira fuori la lingua, come per una bevanda amara. Dà un pugno sul tavolo.

 

Si masturba sempre rivolto verso il muro umido cui il giaciglio è appoggiato. È lì che schizza.Ripercorre volti, labbra, colli, mani, busti, come fossero paesi o piccoli mondi. Poco prima di venire, sembra non esserci niente così importante come mordere, stringere, affondare. Le donne che ha amato davvero, non le ha mai possedute. Adesso non sa se lo ferisce più il pensiero che i mariti e gli amanti non le soddisfino come lui sa che potrebbe, o il contrario. Che questi sappiano strappare loro un gemito che lui non sentirà mai. Pensa a una di loro, nuda sul fianco mentre il marito la penetra da dietro e le sussurra all’orecchio “Voglio che vieni un’altra volta”, e stringe i denti, serra gli occhi, e viene anche lui.

Dopo, mentre il respiro si distende nelle sue ondate dolceamare, è come se un velo gli fosse stato tolto dalle palpebre, c’è vergogna e c’è sollievo.Preme la fronte sul muro. È mattino presto e la stanza è fredda.Quasi sorride che confini così piccoli possano serrare la sua anima, e torna a ripromettersi solo cose grandi, immense, che gli sono già possibili qui e adesso. Tende il braccio come se impugnasse uno scettro, o una spada. Torna a scrivere di arcangeli, cavalli al galoppo, armature che lampeggiano al sole nonostante il sabbione, soccorsi insperati quando la battaglia pareva ormai precipitare. Scrive lettere piene d’amore.

Quand’era bambino, a cava de’ Tirreni, girava intorno alle mura dell’abbazia impugnando un bastone alto sopra la testa, come il porta-vessilli di Goffredo o Giosuè, alla testa di altri diecimila. Faceva un verso come di nausea, o un gorgoglio, e si lasciava cadere sui sassi, trafitto da una freccia dei difensori infedeli. I vivi e i morti salivano assieme sulle scale d’assedio, mentre dal cielo gli angeli rovesciavano i diavoli. Il caldo esacerbava il profumo della menta.

Se compone un’ottava perfetta, la scandisce ruotando il braccio col gomito piegato, le dita appena ricurve, come se passasse la mano sulla pelliccia di un grosso animale. Le sue stesse creazioni gli strappano singhiozzi. Sono i suoi figli, tutti cari. La spada che ha forgiato nelle notti di veglia senza fine, la bambina cui ha cantato all’orecchio. La sua cattedrale, percorsa dal vento e dalla voce di Dio.Bisogna dare vita con l’acqua a ciò che uccidiamo col ferro.

Gli stessi volti che desidera li accarezza col pensiero assieme a quelli che detesta, quando immagina di tornare col marchio del dolore e leggere e parlare davanti a una folla sterminata, venuta per ascoltarlo.Le sue parole sono come una fiaccola agitata nella notte, e il fuoco non si spegne. Come una bufera. I nemici sono pallidi e si mordono le labbra. Chi gli è stato caro, uomo o donna, lo fissa con le labbra schiuse, fiero di averlo amato e vergognoso di non averlo amato abbastanza. Chi li accompagna è come se lo vedesse improvvisamente alzarsi in cima a una montagna. Lui con la destra si artiglia il petto, le dita a uncino. Una dama al fianco della duchessa abbassa il viso, se lo copre con le mani, ed è scossa da un singhiozzo. Il Duca è il primo ad alzarsi di scatto quando l’applauso esplode come un urlo, e cresce.

Di notte si osserva le dita della mano scura alla luce fioca della finestra. Ci sono delle piccole fiammelle che danzano sulle unghie. Le avverte anche sulla coda dell’occhio. Non bruciano. Se chiude le palpebre, il buio pare uno stagno che ribolle senza suono.

Dalla finestra si scorge un cipresso del giardino. Quando il cuore prende a battergli troppo forte, si porta le mani al petto e lo fissa. Ieri c’era bel tempo e la luna era uno spicchio sottile sull’azzurro. Oggi indugia come una striscia di nebbia. Sulle travi ci sono ragni e piccoli scorpioni. Fischi come raffiche di vento. Tonfi e strascichi.

Appena si inginocchia per pregare, quasi automaticamente, come se indossasse un abito o calasse in una vasca, piange. Certe volte crede che testimoni la purezza della sua anima, esposta come un bambino sul tetto di una chiesa, dove nessuno può vederlo, mentre lentamente prende a nevicare. Altre volte gli sembra solo l’ultima ipocrisia. Aggrotta la fronte e piega le labbra come un mascherone tragico il collo inclinato verso un pubblico invisibile, dondola appena sul posto.

In angolo balugina una corona di fuoco che ruota lentamente. Sembra una di quelle luci dei pescatori che scorgeva oscillare sul mare, di notte nella baia scura di Sorrento.

Scrive dialoghi filosofici, rime d’occasione per battesimi e matrimoni. Viene consultato su punti di cavalleria, araldica e allegorie. Litiga con gli editori. Stanno sbranando la sua opera come i cani dilaniavano Atteone tramutato in cervo. Si morde così spesso il pollice che quello gli pizzica tutto il tempo.

Sente un tintinnio come di biglie, in fondo alla testa. Un battito ritmico di mani e piedi. Da una porta che conosce bene, sbuca improvvisamente sulla passeggiata intorno a un lago sconosciuto da cui affiorano colonne in rovina. Siede su una panchina e guarda la superficie piatta. Il freddo gli fa bene al mal di testa. Ode appena una litania irregolare, una frase sconosciuta. La segue lungo la parete, l’orecchio premuto al muro. Avverte come una vibrazione e si domanda se a tremare sia lui o la stanza per il terremoto in arrivo.

Si vede morto su una spiaggia, i vestiti scuri e fradici, appena lambito dalle onde grigie.

Storce la bocca e sogghigna al pensiero che alcune sue opere resteranno quando anche i migliori tra i suoi amici, che non mancano di fargli arrivare doni e lettere, conforti e rassicurazioni, al sicuro nei loro palazzi o chiostri o arcivescovadi, il sedere al caldo, membro e ventre soddisfatti come un gatto vicino al camino, non saranno altro che cenere.

Capisce che ai suoi nemici non basta saperlo morto. Lo sperano tale, ma con infamia. Per ognuno di loro getta una foglia secca nel fuoco e la guarda accartocciarsi. Sotto la pelle indovina le forme del teschio, e una maschera di sangue. Fuori nevica. Pensa a sua madre e suo padre, a sua sorella.

Piange e si accusa. Scrive suppliche. Bestemmia. Il tempo ora cade a pezzi, ora si srotola come un serpente. Passa interi pomeriggi seduto per terra, alla parete del caminetto, a far tintinnare l’anello d’argento, raccoglierlo e gettarlo ancora. Qualcuno passa in corridoio. Stringe la coppa vuota del vino nei palmi, preme con tutta la forza, serra i denti e chiude gli occhi.

Siede vicino al fuoco, dopocena, con una coperta sulle ginocchia. Guarda le braci spegnersi. Si chiede dove vada tutto questo sangue.

Da un momento all’altro si aspetta condanne e insulti. Nessuno verrà. Si sono stancati.Il silenzio è tutte le sentenze.

Sa che gli hanno fatto un incantesimo. Certi giorni sembra che qualcuno dei suoi nemici stia col viso premuto sulle sbarre della finestra o alla grata della porta, raggelato in una smorfia con la lingua di fuori e gli occhi spalancati, per ore. Forse è solo il loro cattivo genio. Avvicinarsi o spostarsi per vederli sparire non lo rasserena.

O armonie parziali, sequenze di suoni senza rapporti tra loro, derivazioni ed echi. Parole-chiavi, cori. Alcune melodie ritornano improvvisamente, dopo settimane, come vecchi conoscenti a fargli visita.Una mano stringe la sua, piange.

Non si uccide perché non è sicuro della vita eterna. Se lo fosse, e potesse contemplare il dolore di chi lo ama e vedere davvero quanto contava per loro, ovunque finisse, lo farebbe.

Ricorda un giardino di rose a Bologna, durante la settimana santa. Il cielo di aprile al tramonto, i tetti rossi della città ai suoi piedi. Le strade di Firenze in una mattina fredda e ardente. Le ville di campagna fuori Torino, durante un acquazzone. Le risate con gli amici dopo l’ennesima delusione d’amore.Quanto gli è facile cercare i paesaggi del passato, persino i dolori, che però lo vedevano integro. Sente graffiare sul muro. Tende le braccia, inclina la testa come per riposare su una spalla invisibile.

Sogna una ragazza che amava, come osservandola dal balcone interno di un’abitazione luminosa. Lei è al piano di sotto, e gioca a dadi sul tappeto con un’amica. Gli danno le spalle e lui vede solo le nuche, avverte la concentrazione assoluta e il piacere della partita nelle schiene curve. Non lo vede, ma sa che è la casa di un altro uomo.

La musica si trascina come un abito pesante e fradicio. Lui siede al tavolo, le mani sul legno, in ascolto. ululati scomposti, nenie, un ronzio che si ripete e trascina con sé altri suoni che montano, voci, risucchi improvvisi, come se il piede scalciasse nel vuoto.

Sente improvvisamente di potercela fare, di sopportare tutto. Invia ritrattazioni e scuse per accuse e lamentele. È felice di sedere al tavolo con un libro e un tozzo di pane, a fissare un raggio di sole alla finestra, la danza della polvere. Sorride. Le colline avvampano. Con i visitatori si mostra compito, irreprensibile, austero, perfino ironico.

La luce cresce. Siede alla poltrona di vimini, assonnato nel primo pomeriggio, poi ha un fremito e si alza di scatto, come per un animale nel vestito. Ha appena immaginato che un grosso cane nero gli si incollava alla schiena, il pene eretto a frugare, e tentare.Può impedirsi di pensarci solo finché c’è ancora luce. Nella stanza c’è un bel giovane che ride a crepapelle.Si butta contro porta, una, due, tre volte, finché i colpi alla grata non gli tagliano la faccia e il sangue gli insozza la barba lunga. Due giorni dopo Bergamo invierà un pittore a fargli un piccolo ritratto.

Per tutta la vita aveva solo voluto servire qualcosa di infinitamente più grande di lui. Eppure ha dubitato di Dio e offeso il Duca. Adesso sono entrambi lontani, corrucciati come il cielo grigio e compatto, incomprensibili.

Ogni notte contraddice il giorno. Hanno dovuto cavargli due denti. Guarda un’ombra sul muro che rabbuia, forse una crepa, forse un insetto. Il tempo lo sta spogliando come un’amante impaziente.

Persino le cortesie ricevute, le attestazioni di stima e simpatia e comprensione sono come ciocchi gettati in un fuoco troppo altro, che inghiotte e fonde l’oro e l’argento. Bruciano subito in una vampata, lo scaldano un istante, e lui quasi se ne dimentica, come se non fossero mai state, come se non assicurassero niente. Domani dubiterà nuovamente di tutto.

È in ginocchio, circondato da una folla di cui distingue solo abiti e gambe. Davanti a lui c’è un bambino di circa sei anni, biondo e bellissimo. Alle sue spalle c’è una monaca. Lui gli parla e il bambino lo fissa. “Non può sentirti, perché è sordo” spiega la suora. Allora lui prende le mani del bambino e gliele bacia. Anche il bambino di scatto afferra le sue e le bacia. La dolcezza è così forte che si sveglia.

Non distingue bene il passato e gli eventi recenti, e quelli solo immaginati. Davvero ha tirato di scherma col giovane duca di Urbino, quand’erano entrambi ragazzi? Il principe di Persia è venuto oggi a visitarlo? Ha solo sognato di trovarsi su una collina ventosa, in piena estate, con le nuvole bianche sulla testa, e Scipione lì accanto, a raccontarsi tutto e niente? Per due volte gli è apparsa la Vergine Maria, una volta sul prato che si scorge dalla finestra, un’altra al centro della cella. Lo hanno già portato in gita per uno spettacolo e una merenda sul fiume, come gli avevano promesso se si fosse comportato bene? I suoi morti gli sorridono. Se solo avesse imparato a leggere la musica. Chi ha tirato una coltellata, lui o quel servo che lo spiava? Tutte le sue donne si danno la mano. C’è un folletto che gli ruba e sposta le lettere più importanti. Neppure tenerle addosso le mette al sicuro. I morti mentono come i vivi.Di notte le stelle si sono disposte a croce e lui ha esclamato“Ma allora è vero! È tutto vero!”

Sono andati via tutti.

Conversa con gli angeli, anche quando gli amici e i medici lo vengono a visitare. Solleva l’indice e comunica qualche verità altissima, appena ricevuta dai messaggeri fasciati di luce e pulviscolo. Gli ospiti annuiscono ammirati.Ha fatto una passeggiata nel giardinetto.Con il Diavolo, lungo il ghiaino del viottolo tra le siepi.L’altrosi teneva le mani dietro la schiena curva e la testa incassata nelle spalle. Gli ha promesso di non tormentalo per tutto il tempo pasquale, e lui lo ringrazia con affetto sincero.Ha le sembianze di un vecchio posato, sobriamente vestito.

È l’ultimo giorno. Si guarda intorno. Addio addio. Fuori è primavera, il cielo è chiaro. Gli uccelli cantano. Per tutta la settimana è stato con la febbre. Ha le gambe deboli. Due guardie lo scortano fuori. S’impone di non aprire e chiudere le mani. Addio addio. Tiene i bracci incollati al corpo, stringe i pugni fino a farli tremare. Nonostante la giornata tiepida, rabbrividisce.

Dove sentiva voci di bambini e sinfonie celesti, risate, oggetti scagliati, battiti sordi, generazioni di ragazzi faranno e studieranno musica. Ancora oggi. Nella cella dove ha trascorso sette anni, principi e poeti pagheranno per farsi rinchiudere.

Tutti siamo stati qualcun altro.

Meae albae comae amori

Commenti
Un commento a “La notte contraddice il giorno. Un racconto su Torquato Tasso”
  1. Emanuele Palli scrive:

    Non sono un alato favellatore, la mia parola che non si libra s’addensa e affonda; mi limito a cercare con le natiche nude sul pavimento freddo la chiave che libera non la luce ma il tuono, non chiedo poemi deliranti al dio degli esuli, ma varchi oltre la pienezza, fuori dal raggio impuro del’eco. Si alternavano una volta i giorni e le notti, non sono sempre stati fusi in questa stitica silhouette. Avevo anch’io una prigione in me, secoli prima di dissolvermi.

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