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La “notte cosmica” dei ragazzi di Algeri. Su “1994” di Adlène Meddi

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di Paola Caridi

In una “notte nazionale”, in una “notte-cosmo”, uomini e ragazzi si muovono circospetti, come ombre in cerca di salvezza, sicuri – però – di non poter sopravvivere a un destino tragico, fatto di colpi di pistola, esecuzioni, assassini. È la notte che l’Algeria ha vissuto per tutti gli anni Novanta, travolta da una guerra civile su cui la riflessione intellettuale si è spesso fermata a letture di parte o, addirittura, a una sorta di afasia post-traumatica. È in questa “notte cosmica” che Adlène Meddi fa muovere i suoi ragazzi, gli alter ego della sua generazione, protagonisti di 1994, l’ultimo poliziesco dello scrittore algerino. Un libro già incensato dalla critica francese, tanto da arrivare primo nei polizieschi 2018 di Paris Match e da essere inserito nella sua lista dei dieci migliori libri dell’anno.

Servizi di sicurezza algerini segnati, ad altissimo livello, da scontri di potere che hanno come palcoscenico un surreale yatch al largo della baia di Algeri. Un ricercato diventato esule, che trova nella criminalità còrsa a Marsiglia un rifugio confortevole. Il suo amico più caro, rimasto ad Algeri, divenuto pazzo, rinchiuso in un ospedale psichiatrico e circondato dai suoi fantasmi. I fili che uniscono i personaggi che si tirano pian piano, nel corso di una scrittura densa, intrisa delle strade e dei quartieri di Algeri segnati da una scia di sangue e sofferenza lunga decenni. Gli ingredienti dell’ultimo romanzo di Adlène Meddi sono, a un primo vedere, in perfetta sintonia con il genere poliziesco, nel cui filone si inseriscono le altre prove dello scrittore e giornalista algerino.

1994, pubblicato in Algeria dall’editore Barzakh e in Francia da Rivages, travalica però i generi, e per sua fortuna. Il thriller contenuto nella trama è semmai al servizio di una lettura complessa della società e dell’anima individuale, la lettura di una generazione e del tratto più duro e doloroso della storia algerina contemporanea. A vivere, a sopravvivere, a morire nelle dense pagine di 1994 è la generazione dei ragazzi (liceali, ragazzi delle superiori, personaggi tutti maschili) imprigionata nel decennio nero. “Decennio nero”, altresì definito “guerra civile”, oppure gli “eventi”, vale a dire lo scontro armato, sanguinoso e crudele che ha travolto l’Algeria, e che ha visto attori principali gli apparati dello Stato, su di un fronte, e l’islamismo algerino in armi, sull’altro. Uno scontro dilaniante, costato la vita ad almeno 150 mila persone (ma si tratta di stime non ufficiali), a cavallo delle elezioni politiche del 1991 vinte dal partito islamista del FIS e annullate dal golpe bianco dei militari nel 1992.

“Quando è cominciato?”, si chiede Meddi. 1988? 1991? Se è difficile definire una data certa per l’inizio della guerra civile, quell’anno, il 1994 del titolo del romanzo di Meddi, ha un suo posto preciso nella memoria collettiva. L’inizio degli attentati contro la popolazione civile da parte del terrorismo. L’aumento esponenziale degli attacchi, verso i laici, gli intellettuali, i giornalisti, gli artisti, e anche nei confronti dei religiosi – non solo cristiani, ma  musulmani, molti tra loro imam contrari all’integralismo dei settori più radicali.

Il punto di vista, esposto volontariamente sin dal titolo, è esattamente quello della generazione di Meddi, giornalista noto come uno dei più prolifici scrittori algerini in lingua francese di polar. Nel 1994 Meddi aveva 19 anni, coetaneo dei personaggi a cui affida una macerante analisi di quegli anni, in una prova che va oltre il romanzo e cerca di squarciare il velo del silenzio sul buco nero della storia recente dell’Algeria. Sono Sidali, l’esule, e Amin, il pazzo,  i veri protagonisti di un romanzo che si muove, peraltro, proprio a El Harrach, in quel quartiere di Algeri orientale, più vicino all’aeroporto che alla grande baia, in cui lo scrittore è nato.

Sono le strade di casa, insomma, quelle che Meddi descrive fin nei dettagli necessari della vita quotidiana, dai negozietti che vendono panini agli studenti sino ai marciapiedi, agli androni, agli angoli delle vie, le scale dei palazzi, le porte, fin dentro i corridoi e le cucine. Con la stessa volontà chirurgica, Meddi entra nelle viscere di una generazione schiacciata da un prima, il mito della rivoluzione, gli eroi, coloro che hanno sconfitto i francesi e condotto il paese all’indipendenza, e un presente nel quale sono sempre gli eroi i protagonisti, coloro che hanno in mano le leve del potere. Non più eroi, a dirla tutta. Detentori del potere, oppure dal potere utilizzati, ingranaggi di una macchina che non ha più il fascino dei tempi della resistenza e ha i tratti di una burocrazia consolidata.

Travolti da una violenza quotidiana, la violenza delle organizzazioni jihadiste che sgozzano ogni giorno laici e poliziotti, servitori dello Stati e cittadini, e la violenza simmetrica di una repressione senza sconti di servizi di sicurezza e polizia, in cui i diritti dei cittadini vengono completamente annientati da un uso continuo della tortura, i ragazzi cercano di trovare un proprio ruolo. Una identità fuori da un’infanzia e un’adolescenza negate da un coprifuoco continuo, dall’impossibilità di avere una vita che non sia alla mercé di chi ha il monopolio della forza.

“Cannibali”, scrive Meddi. Una generazione trasformata in cannibali. “Due compagni di cui uno ha finito per ammazzare l’altro, dodici anni dopo. Ad Amin venne voglia di vomitare, erano divenuti dei cannibali. Il sapore del sangue e della carne nella bocca. Cannibali. Hanno fatto di noi dei cannibali, pensò, di fronte all’immagine di Sidali e Salim assieme, che guidano la rivolta sulla grande arteria verso Algeri, in mezzo ad automobilisti terrorizzati oppure esasperati, e di fronte agli idranti della polizia. Dei cannibali”.

Fratelli che mangiano fratelli come – sottolinea lo scrittore nel mettere in parallelo la storia di Amin e Sidali con quella dei loro padri – è successo anche durante la resistenza ai francesi, quando gli amici del cuore si sono poi trasformati in nemici acerrimi. E nemici acerrimi sono stati i loro padri, quando si è rotta l’amicizia dei tempi della resistenza, e hanno poi pagato amaramente la loro storia attraverso il dolore dei propri figli.

I ragazzi vogliono essere protagonisti di questo tempo negato, e lo fanno aderendo anche loro all’unico modello che hanno assorbito, dai padri e dalla società. Assumono la violenza fai-da-te come unica reazione all’essere schiacciati dalla cronaca e dalla storia dell’Algeria. Come una coazione a ripetere, e come una cupio dissolvi in cui è il dialogo con i morti l’unico legame che, paradossalmente, sopravvive.

I padri non si accorgono di nulla, sino a che non è troppo tardi. Non vedono i propri figli.Li hanno archiviati. Li hanno mandati al liceo per difenderli dalle brutture del mondo, ma non sono andati oltre il mito borghese di una vita per quanto possibile comoda e protetta.I padri hanno visto solamente “la notte, la grande notte. Quella che avanzava inesorabilmente. Quella che rendeva impossibile il giorno. La guerra reclamava più del sangue versato. Reclamava la vita dei vivi e la vita di quelli che sarebbero morti. La notte nazionale, la notte cosmo in cui si bagnavano i guerrieri agli avamposti, per soddisfare gli alti gradi oppure per guardarsi allo specchio senza troppa vergogna. Non troppa vergogna”.

Mossa da iterativi flash-back, e da un intreccio continuo tra le vite dei ragazzi delle diverse generazioni che hanno composto l’Algeria contemporanea, la prosa di Meddi è un atto accusa a un modo di costruire la propria storia sullo scontro, sull’annientamento, sulla vittoria dell’uno e sulla sconfitta dell’altro. Una battaglia (evocata anche in questo romanzo, ma solo con pochi accenni, la battaglia di Algeri, uno dei miti fondativi del Paese) che continua a lasciare sul terreno non solo i morti, ma la loro memoria e il rancore che cresce sulla violenza e sulla paura.

Una lettura complessa, quella di 1994, in cui il bianco e il nero non hanno posto, colori soppiantati dal rosso sangue della guerra civile ma anche dal verde degli eucaliptus, degli alberi di Algeri est. Una lettura necessaria, quella di 1994, che il pubblico francese ha già premiato con diversi riconoscimenti. Lettura a tratti enfatica, perché crescere sotto coprifuoco e paura rende più difficile, per un ragazzo appena uscito dall’adolescenza, mettere a posto le tessere di mosaico della propria identità. Lettura commovente, quando scopre l’animo di ragazzi di cui nulla sappiamo, o poco abbiamo intuito.

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  1. […] La recensione a “1994” di Adlène Meddi è stata pubblicata su “minima & moralia”. […]



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