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La nuova cittadinanza

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Sull’ultimo numero di “Tempo presente”, la rivista diretta di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte tra il 1956 e la fine del 1968, Silone scrisse un editoriale di commiato, sotto forma di racconto, intitolato Temi per un decennio.

Il decennio a cui Silone si riferiva era quello futuro, non quello passato, che pure era stato cruciale, in Italia e nel mondo. Nel decennio successivo, quello in cui “Tempo presente” non ci sarebbe più stato, uno dei temi centrali su cui riflettere per Silone sarebbe stato l’acuirsi delle contraddizioni interne al mondo comunista.

Prima fra tutte: la creazione di un’enorme classe burocratica che avrebbe oppresso sempre di più, anziché liberare dalle sue condizioni, la classe operaia. Quelle contraddizioni hanno poi raggiunto il punto di rottura nel decennio ancora successivo, vent’anni dopo cioè il racconto-editoriale di Silone, gettando le basi del mondo in cui siamo immersi. Il mondo dopo la caduta del Muro, e – per essere più precisi – il mondo dopo la caduta dell’assioma della “fine della Storia”. Quali potrebbero essere i temi per il prossimo decennio? Quali contraddizioni si acuiranno, quali raggiungeranno il punto di rottura?

Mantenendo l’attenzione sulla sola Italia, una delle maggiori contraddizioni riguarda sicuramente la scissione di fondo tra l’aumento costante della popolazione straniera (o di origine straniera) e la loro scarsa, o nulla, rappresentazione politica.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2016, gli stranieri nel nostro paese sono circa 5 milioni e mezzo di uomini e donne (a cui vanno aggiunti un milione di cittadini di origine straniera che hanno già acquisito la cittadinanza italiana). Provengono in maggioranza da Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina. Costituiscono l’8,3% della popolazione residente nella penisola, ma in una regione come l’Emilia Romagna arrivano addirittura al 12%.

Quando il Muro cadeva, e il bracciante sudafricano Jerry Masslo veniva ucciso a Castelvolturno, facendo scoprire all’Italia nello stesso tempo lo sfruttamento dei campi e il razzismo, erano ancora poche centinaia di migliaia di persone. È evidente che nell’arco di un quarto di secolo è avvenuta una profonda mutazione del paese.

Eppure alla crescita della popolazione di origine straniera, alla creazione di una nuova classe operaia e bracciantile straniera nel nostro paese, all’affermarsi di un ceto di piccoli imprenditori e commercianti, all’emergere delle seconde e delle terze generazioni residenti, non fanno ancora seguito adeguate forme di rappresentanza, che vadano al di là di tutte quelle espressioni puramente simboliche come i consiglieri comunali aggiunti (e quindi privi di voto).

La classe dirigente italiana (intendendo per classe dirigente non solo la classe politica, ma anche i vertici delle istituzioni e dei ministeri, i giornali, le università, le tv, i sindacati, le grandi aziende, le fondazioni, gli enti pubblici e privati…) è ancora prevalentemente bianca, di madrelingua italiana. Salvo rare eccezioni (la più nota, e allo stesso tempo isolata, è costituita dal ministro dell’integrazione del governo Letta, Cécile Kyenge) è ancora unicamente bianca, di madrelingua italiana.

Da dove nasce questa differenza profonda dal resto dell’Europa, dalla Francia, dalla Germania, dalla stessa Gran Bretagna che è uscita dall’Ue, dai paesi del Nord Europa? Cosa fa dell’Italia un paese ancora così impermeabile all’apertura verso la società plurale dei propri gruppi dirigenti?

Curiosamente chi parla di “casta”, non sottolinea mai questo aspetto – realmente castale – del potere e del sottopotere nostrani. Era molto più cosmopolita ed eterogenea la composizione delle camice rosse di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille che non quella di qualsiasi consiglio comunale dalle Alpi alla Sicilia.

Eppure la contraddizione, a volte, emerge. Basta collegare tra loro eventi solo apparentemente distanti. Il movimento che è sceso in piazza in molte città italiane per chiedere una nuova legge sulla cittadinanza che superi gli steccati dello ius sanguinis è fatto soprattutto da ragazzi delle cosiddette seconde generazioni. Dai figli cioè, cresciuti e sovente anche nati in Italia, di chi ha fatto per primo il Grande Viaggio. E, a tutti gli effetti, loro sono “anche” di madrelingua italiana.

Un’altra contraddizione evidente emerge nel lavoro dei campi o nei poli della logistica. Laddove più gravi e “avanzate” sono le forme di sfruttamento lavorativo, più cosmopolita è la composizione di quella che a tutti gli effetti è una nuova classe operaia. Laddove lo sfruttamento poi raggiunge forme ulteriori, è facile constatare come essa sia radicalmente non-italiana. È così nei campi dove si raccolgono le arance o i pomodori. È così per i facchini che lavorano in subappalto per le grandi multinazionali di spedizioni pacchi.

La vicenda di Abd Elsalam, il facchino egiziano di 53 anni, travolto da un camion durante un blocco operaio davanti allo stabilimento della Gls di Piacenza, lo rivela appieno. Al di là degli eventi che hanno portato alla sua morte, e al fatto che presumibilmente il camionista che lo ha investito è stato esortato ad aggirare il picchetto, ciò che stupisce sono le condizioni di lavoro. Il contesto. Nell’azienda dove ha lavorato, su 140 dipendenti, non c’è un solo italiano. Sono tutti egiziani, algerini, tunisini, albanesi, macedoni… Pertanto non c’era neanche un solo italiano a prendere parte al blocco contro la Gls per il mancato rispetto di un accordo sindacale, la sera in cui è rimasto ucciso.

Proprio in questi contesti di lotta più aspra che altrove, sta emergendo una nuova generazione di delegati sindacali stranieri – sia nei sindacati confederali, sia in quelli di base. Iniziano a essere loro la prima forma di rappresentanza di un’Italia diversa. Ma, da qui a una rappresentanza più vasta ancora ce ne vuole. Finora, questo primo livello di emersione della voce dei nuovi italiani non ha ancora superato la dimensione locale o quella dei sindacati di categoria.

Allo stesso modo, in altri versanti, sono ancora scarsamente permeabili i piani alti della politica e della cultura. È difficile dire se nel prossimo decennio la contraddizione raggiungerà il punto di rottura, ma sicuramente essa si acuirà fino ad esigere una trasformazione degli assetti più asfittici della società italiana. Non sarà un percorso facile. Esso sarà costantemente interrotto e osteggiato dalla vecchia Italia, da quel cuore oscuro che teme, quasi con orrore, che il monolite possa essere scalfito.

In fondo, chi come a Goro e Gorino organizza barricate contro l’accoglienza di una decina di donne e bambini è a questa idea di “contaminazione” che si oppone ferocemente (nel XXI secolo!). Ma, se sostenuto, questo percorso potrà aprire le porte a uno scenario diverso. La rappresentanza sindacale sarà ancora più plurale, e il movimento per una nuova legge sulla cittadinanza otterrà i suoi obiettivi. Forse ci saranno più assessori e capiredattori, presidi e docenti, deputati e conduttori di origine non-italiana… Non necessariamente, beninteso, avranno posizioni progressiste, o in linea con una ulteriore maggiore apertura della società italiana.

Alcuni potranno sostenere posizioni conservatrici o populiste, se non addiritture reazionarie, come buona parte della società italiana. Ma, proprio perché ogni società è un organismo complesso, è normale che sia così. Anormale semmai è pensare che esistano dei blocchi ben identificati e immodificabili, e che gli individui siano pedine che vanno a inserirsi dentro caselle prefissate. Poiché negli ultimi anni l’Italia, proprio mentre diventava un paese più plurale, è anche diventato un paese molto più rigido nei processi di mobilità sociale, è giunta l’ora di far saltare il tetto di cristallo. Altrimenti, alla fine del decennio, ci troveremo con un fossato enorme tra le nuove caste e il paese reale.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “La nuova cittadinanza”
  1. Marilena scrive:

    Vero, noi italiani manchiamo un po’ nell’aprirci ad altre culture ed alle novità.
    Ma la nuova cittadinanza regalata con lo Ius Soli è pensata soltanto per avere un elettorato, che altrimenti non ci sarebbe, e più che la chiusura mentale mi spaventa l’uso di mezzi meschini solo per assicurarsi un potere.
    Nessuno è diventato umano, sono i soliti politici opportunisti.
    Da parte mia mi sono globalizzata da tempo, se il senso dell’articolo è raggiungere il cuore della gente le asssicuro che la gente non ne è priva, è solo stanca di essere presa in giro.

  2. Francesca scrive:

    Sono nata in Emilia quasi quarant’anni fa e in tutto il mio percorso scolastico non ho mai avuto compagni di classe che non fossero italiani, anzi nemmeno “meridionali”, sebbene molte famiglie si fossero già insediate sul territorio probabilmente anche da più tempo. Quindi per quella che è la mia esperienza, posso testimoniare che il processo migratorio di proporzioni massicce cui oggi assistiamo, è iniziato in tempi relativamente recenti, probabilmente agli inizi degli anni ’90.
    Difficile ottenere integrazione in tempi così brevi. Gli stati europei di cui spesso si parla quando si tratta di immigrazione hanno storie molto diverse dalla nostra, e hanno conosciuto grandi flussi migratori ben prima di noi. Sicuramente le terze e le quarte generazioni in qualche modo si sono mescolate, ma sappiamo bene quanto la parola integrazione sia lontana dal rappresentare la realtà.
    C’è da dire poi che la “classe dirigente” è un ambiente generalmente molto chiuso, dove anche per un italiano di origine italiana che non ha conoscenze o nobili origini, è difficile entrare. Se aggiungiamo a questo la condizione sociale ed economica media delle persone straniere che giungono in Italia, sarà ben difficile trovare un sindaco o un direttore di banca marocchino o moldavo. Sicuramente nel prossimo futuro se non sarà la qualità, sarà la quantità a fare la differenza di rappresentanza.
    Comunque i miei vicini di casa che vengono da Casablanca sono i primi ad essere contrari all’accoglienza perchè temono di dover dividere con altri quel poco che hanno ottenuto fin’ora. Così come ex colleghi di lavoro calabresi di “seconda generazione” erano i primi a scagliarsi contro gli extracomunitari per partito preso. Il problema è che finchè restano guerre tra poveri non se ne uscirà e non basterà un sindacato multiculturale a salvare il lavoro e la società in Italia. Il tetto di cristallo dovrebbe rompersi portando via con sè l’impianto delle classi sociali e dei ruoli definiti, per vedere un vero cambiamento. Ma per il capitalismo è fantascienza.

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