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La nuova traduzione di “Sotto il vulcano”

Questo pezzo è uscito su Robinson-Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

“Può essere considerata una sorta di sinfonia, o un’opera, perfino un western. È una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via”.

Con queste parole Malcolm Lowry descriveva Sotto il vulcano a Jonathan Cape, l’editore che – dopo molti rifiuti – decise di pubblicare un romanzo che di lì a poco sarebbe diventato una leggenda. Era il 1946, e Cape aveva suggerito dei tagli per rendere più fluida la lettura. Lowry tenne duro. Aveva lavorato al libro per dieci anni, sapeva che l’asprezza della sua prosa (un’asprezza sontuosa, oscura, magica, affascinante come il giardino di una casa in rovina) era lo sforzo richiesto al lettore per rendersi degno di un vero percorso iniziatico. Quando il romanzo uscì, sembrò a tutti che la macchina narrativa messa a punto da James Joyce, perfezionata da Virginia Woolf e da William Faulkner, avesse ripreso a marciare inoltrandosi per sentieri inesplorati. Negli anni successivi, come succede ai classici, il libro si è caricato di significati a seconda dell’epoca che ha attraversato indenne: la guerra fredda, il boom, la fine del mondo diviso in due blocchi, il XXI secolo. Adesso Sotto il vulcano torna in libreria per il pubblico italiano (Feltrinelli editore) con la nuova traduzione di Marco Rossari, il quale dà una bella lucidata alla lingua di Lowry, ma senza farle perdere un briciolo di mistero o di spirito lunare.

A beneficio delle nuove generazioni, o di chi ancora non si è accostato a questo prodigio della letteratura d’invenzione, diremo che Sotto il vulcano si consuma tutto nell’arco di una giornata – il 2 novembre del 1938, con un prologo situato esattamente un anno dopo – e racconta l’ultimo giorno di Geoffrey Firmin, console britannico confinato in un angolo del Messico, alcolizzato cronico, alla deriva in una terra di scheletri danzanti, abbandonato dalla moglie Yvonne di cui è perdutamente innamorato. Il problema è che Yvonne – una’attrice cinematografia il cui fascino si rivela quando non è davanti alla macchina da presa – ama ancora il Console, e decide di tornare da lui. Lo fa nel giorno dei morti, trovandosi costretta a constatare quanto la crepa tra lei e Firmin sia incolmabile. Come se non bastasse, ai due si aggiungono Hugh e Laruelle. Il primo è il fratellastro del Console, più giovane di lui, imbevuto di utopie marxiste prossime al disgregamento, il secondo è un produttore cinematografico che frequenta Geoffrey sin da quando era un ragazzo. Entrambi hanno avuto una relazione con Yvonne. Ognuno porta i cocci di un vaso difficile da ricomporre. L’improbabile quartetto compie così il proprio viaggio al centro della terra (“una Divina Commedia ubriaca” era uno dei modi con cui Lowry definiva del resto il suo romanzo), attraversando la lunghissima giornata del 2 novembre fino a un tragico epilogo.

Il culto che ha accompagnato Sotto il vulcano è stato inscindibile da quello che circonda il suo autore. È in effetti impossibile non farsi affascinare da Malcolm Lowry: anche lui un santo bevitore, amante dei viaggi, del mare, totalmente inabile alla vita (la leggenda vuole che non sapesse allacciarsi un paio di scarpe), capace di un rapporto intensissimo e ovviamente complicato con la seconda moglie Margerie, musa, consigliera e testimone controversa della sua fine. Lowry morì a 48 anni per un’overdose di sonniferi presi in seguito a una lite furibonda proprio con Margerie, in cui il gin giocò probabilmente un ruolo. Se si mette da parte l’agiografia, la potenza del romanzo resta però invariata. A distanza di settant’anni dalla prima apparizione, Sotto il vulcano è una delle più belle storie d’amore della letteratura moderna. Nessun romanzo racconta meglio l’atroce destino di due persone che, pur amandosi in modo profondo, non riescono più a comunicare tra di loro. Pochi libri riassumono tanto bene un’epoca: come il Marlow di Cuore di tenebra doveva addentrarsi nel fiume Congo per mettere a nudo la dannazione dell’occidente, dobbiamo seguire il Console Firmin fino in Messico per avere una visione rivelatoria dell’Europa pronta a lasciarsi cadere nel baratro della Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto Sotto il vulcano scuote il lettore di oggi obbligandolo a riconsiderare una serie di priorità. A un’epoca di cinismo diffuso domanda “a che serve una volontà se non hai una fede?” Libro sul crollo di tutte le umane illusioni, ne sancisce il segreto fondamento. E a questi tempi, in cui tutti sproloquiamo su come dovrebbe andare il mondo pur di non sporgerci sul pozzo delle nostre vite, ricorda che indagare il mistero che siamo è un compito fondamentale, ma impossibile da affrontare senza lo strumento conoscitivo per eccellenza: “no se puede vivir sin amar” è uno dei leitmotiv di questo meraviglioso libro.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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