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La Olivetti Lettera 32 di Charles D’Ambrosio

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(fonte immagine)

di Michele Crescenzo

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto “Drummond e figlio”. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato. Usare un foglio word è come scrivere giù nel vuoto, un vuoto smisurato[1].

Quando si sbaglia basta premere il tasto “Canc” per far ricomparire una riga bianca. Con la sua Olivetti Lettera 32 no. Con lei bisogna sfilare il foglio A4 e cancellare con la penna, scrivere appunti di lato, incurvare le parole per il poco spazio, evidenziandole, ricalcandole, ignorando gli errori ortografici e tutta quella roba che il computer esegue per noi, che è sia fastidioso che scostante[2].

Quando le annotazioni diventano troppe, prende un altro foglio e ricomincia da capo. Riscrivendo tutti i periodi, ripensando all’uso e al suono di quelle  parole.

Questo è il lungo e analitico lavoro di riscrittura di Charles D’Ambrosio che rende la sua prosa densa e precisa. Il Seattle Time l’ha definita fluida, addirittura insinuante. Una frase segue l’altra con un ritmo irrefrenabile che sembra imitare la logica alterata della follia, i piccoli passi e le svolte improvvise che portano la gente dai viali illuminati ai vicoli bui[3].

Charles, D’Ambrosio, cresciuto a Seattle ma che vive a Portland, scrive solo racconti. Quasi tutti apparsi in testate come The New Yorker, The Stranger, The Paris ReviewZoetrope All-StoryForse è perché nel racconto sento tutto dentro di me in una sola volta. Come una fiamma. Un romanzo ha bisogno di un respiro più ampio, di una strutturata mappatura della storia, un’analisi precisa. Io non sono così. A me piacciono i particolari, rincorro un’idea in senso concettuale, come un’immagine che galleggia fuori là all’orizzonte, non so cosa significhi ma io la inseguo, non avendo idea di cosa effettivamente succederà. Questo con un romanzo è impossibile.[4]

I personaggi dei suoi racconti sono falegnami sul set di un film porno, uno sceneggiatore di successo finito in un ospedale psichiatrico, un ragazzo malinconico che cuoce due patate al forno e le porta con sé in una notte di neve per condividerle, infine, con un perfetto sconosciuto. Tutti hanno una ferita, causata da amori finiti male, lutti prematuri, famiglie poco presenti, ma vengono raccontati quasi sempre quando è ormai cicatrizzata. Quando il dolore è consuetudine. In questo modo D’Ambrosio porta agli occhi del lettore storie di personaggi che si muovono ai bordi di un fallimento o di una sofferenza con un inconsueto equilibrio. Come un tavolo con tre gambe che non cade mai.

Nel 1995 è stata pubblicata, negli Stati Uniti, la sua prima raccolta, The Point. “La punta”, titolo di un racconto che mostra l’America ferita del dopo-Vietnam attraverso gli occhi di un tredicenne che ha l’inusuale compito di riaccompagnare a casa amici della madre, troppo ubriachi dopo le feste. A differenza dell’editore americano, minimum fax, nel 2008, ha deciso di intitolare questa raccolta “Il suo vero nome” , rendendo omaggio a un altro racconto, la storia di un viaggio tra due sconosciuti. Un amore inaspettato, intenso e tragico. Il New York Times ha affermato che il finale di questo racconto è uno dei più memorabili della narrativa recente.

Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la  seconda raccolta ” Il museo dei pesci morti”. Termine  usato da un personaggio del racconto omonimo per indicare la parola “frigorifero” perché, essendo un immigrato salvadoregno,  non riesce a pronunciare bene quella parola in inglese.

È questa l’America raccontata da Charles D’Ambrosio,  marginale e malconcia, che, per motivi diversi, chiama le cose con altri nomi, attribuendogli valori inaspettati. Amore, lavoro e famiglia acquisiscono nuovi significati, definizioni costruite dal loro contesto. Proprio come l’ Olivetti Lettera 32, per tanti rappresenta solo il residuo di un tempo passato, un oggetto lasciato a impolverarsi in qualche casa arredata in stile retrò, ma per l’autore è un insostituibile compagno di scrittura.

[1] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[2] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[3] http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/82

[4] http://www.bookslut.com/features/2006_07_009377.php

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