PAESAGGIO_kurdistan-9-1024x685

La pace è sempre possibile. Intervista a Sako, Patriarca di Babilonia

PAESAGGIO_kurdistan-9-1024x685Il nostro Gabriele Santoro è a Tirana, dove ha seguito il convegno interreligioso La pace è sempre possibile organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. In questa occasione ha incontrato il patriarca di Babilonia dei Caldei, in Iraq, Louis Raphaël I Sako. E lo ha intervistato per minima&moralia. (Nell’immagine, la piana di Navkur durante la primavera – dal sito del progetto Terra di Ninive, che vi invitiamo a visitare)

 

«Non possiamo arrivare all’altra riva, se non dopo aver affrontato le tempeste e le onde. La pace viene dopo due passi, la guerra, il combattimento, e la seconda fase, il caos. Oggi viviamo in questo stato di caos, ma il passo successivo è la pace e la convivenza, la prosperità». Jawad Al-Khoei Segretario generale dell’Al-Khoei Institute, istituzione sciita di Najaf, vicina all’imam al-Sistani, parla per immagini. Scatta con il proprio iPhone fotografie durante un incontro rilevante, che ha caratterizzato il convegno interreligioso La pace è sempre possibile, conclusosi oggi.

A Tirana, ex capitale comunista dell’ateismo, la Comunità di Sant’Egidio ha riunito oltre trecento personalità fra leader religiosi, politici ed esponenti del mondo della cultura. «L’incontro è stato fruttuoso. Ripartiamo da Tirana con l’idea di essere più incisivi sugli scenari di guerra, che è la madre di tutte le povertà. Qui è cominciato un processo di guarigione. Tutte le religioni devono uscire dal proprio guscio e andare incontro alle urgenze del mondo. Per i rifugiati è necessario sottrarre definitivamente la questione alla speculazione politica. Ci sono segnali incoraggianti dai cittadini europei nella direzione dell’accoglienza», afferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Sponsorship. Da qui è partita anche la proposta di introdurre nei sistemi legislativi europei uno strumento che consenta a singoli, associazioni, parrocchie e organizzazioni della società civile, di farsi garanti dell’accoglienza, ospitando subito coloro che sono arrivati con l’opportunità anche di far arrivare famiglie direttamente dalla zone a rischio. «Ogni parrocchia accolga una famiglia di rifugiati», aveva esortato il Papa.

Per utilizzare le parole del rappresentante del Patriarcato di Mosca, Ignatij, Metropolita di Vologda e Kirillov, per la prima volta in visita in Albania, il luogo scelto, un tempo segnato dalla negazione di qualsiasi forma di vita religiosa, raffigura di per sé una piattaforma di dialogo. Un concetto ribadito nel messaggio inaugurale da Papa Francesco, che proprio in Albania ha compiuto il primo viaggio apostolico in Europa: «Quest’anno avete scelto di fare tappa a Tirana, capitale di un Paese diventato simbolo della convivenza pacifica tra religioni diverse, dopo una lunga storia di sofferenza».

Sono state dunque tre le linee guida, gli obiettivi dell’evento: la non rassegnazione alla guerra, la sollecitazione di una diversa politica dell’accoglienza e rispondere all’esigenza di mettere attorno allo stesso tavolo chi fatica a trovare parole comuni. All’Auditorium dell’Universiteti Politeknik Sant’Egidio ha fatto dialogare, a tratti in modo vivace, esponenti autorevoli delle componenti religiose irachene e il ministro curdo Kamal Muslim. Louis Raphaël I Sako, già protagonista della giornata d’apertura, anche qui ha indossato i panni del mediatore. Più volte ha richiamato gli interlocutori convenuti a non rimanere imprigionati nel passato, invocando la fine della stagione delle accuse reciproche. Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, già rettore del seminario di Baghdad, perno del dialogo interreligioso iracheno, è un baluardo della permanenza cristiana in Medio Oriente.

Dal confronto sono emerse due priorità irrinunciabili: l’affermarsi di una maggioranza politica, e non numerica, etnica, per costruire un governo autorevole, e del principio di cittadinanza e l’uguaglianza dei diritti fra gli iracheni. Giustizia è la parola che più ricorre, tutti la nominano dal rispettivo punto d’osservazione della realtà. Jawad Al-Khoei lo sottolinea esplicitamente: «La palla è nel nostro campo. Siamo uomini di religione, non politici. Mai chiesto uno stato religioso. Noi vogliamo uno stato civile, una separazione tra la religione e lo Stato. La lotta alla corruzione e all’ingiustizia ci accomuna».

Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, i numeri dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati danno una misura dell’ultimo decennio. Nel 2005 i rifugiati erano 19.4 milioni, oggi sono oltre 52 milioni. Mai così tanti da sessant’anni. Una crescita esponenziale, conseguenza diretta dei 14 conflitti in corso da almeno cinque anni. Il mondo ha consapevolezza di questo movimento epocale? È possibile valutare l’impatto a medio, lungo termine di questo sradicamento?
«Da troppi anni in Iraq non facciamo altro che contare i morti. Il protrarsi del conflitto potrà produrre lo smembramento del Paese. È un esodo triste e terribile. Dove vanno, che futuro avranno?
Questo è un dramma per il mondo intero. L’Iraq rimane unito? Sarà diviso? Unicamente se supereremo le discriminazioni settarie i nostri Stati potranno rimanere uniti. È grande la responsabilità dei musulmani per ciò che avverrà. Chi parte non ritorna, è finita. Non c’è speranza, coloro che partono non ritornano. Chi parte cerca la sicurezza, un rifugio. Ma come saranno integrati nella nuova società? Un’altra cultura, un’altra mentalità, un’altra religione, altre tradizioni. Non basta dare loro da mangiare».

Nove rifugiati su dieci si ritrovano nei paesi definiti economicamente meno sviluppati. Il podio delle nazioni da cui si scappa è speculare a quello dell’accoglienza (Siria, Colombia, Iraq). I rifugiati interni iracheni su un totale di oltre quattro milioni sono un milione e mezzo. Lei ha qualcosa da chiedere all’Occidente?
«Invece di assumersi il carico dello svuotamento della popolazione di questi paesi, c’è il dovere del consesso internazionale di costruire la pace in questa regione. E trovare la soluzione adatta perché la gente rimanga lì. I risultati degli interventi, delle guerre in Medio Oriente, sono ben evidenti. Dov’è la tutela dei diritti? Abbiamo il diritto di essere difesi e protetti. La solidarietà è un’esigenza, tuttavia qui ci vuole una soluzione duratura. Come ho già avuto modo di affermare la comunità internazionale, a causa della sua responsabilità morale e storica verso l’Iraq, non può restare indifferente».

Che cosa hanno da chiedere gli iracheni ai propri sogni? Hanno una visione, che la politica non ha?
«Intanto di non dover più combattere, subire, i conflitti degli altri. L’affrancamento dalla logica del nemico del mio nemico è mio amico. I sogni ci sono, perché l’Iraq è un paese ricco. Il nostro popolo ha un cuore e una resistenza grandi, nonostante tutto riesce a sorridere. Le racconto un episodio che mi ha colpito. Un anziano musulmano è venuto in chiesa a donare cinquemila dollari per i profughi. Ha detto che doveva ringraziare una scuola cristiana per la sua istruzione. Ripeto l’Iraq è un paese potenzialmente molto ricco. Può dotarsi delle infrastrutture, creare lavoro, ricostruire scuole, ospedali. Questa lotta non è giustificata. Occorre trovare un sistema per la convivenza. La religione deve essere distinta dalla politica, dallo Stato. Una cittadinanza incarnata politicamente, concreta, implica una separazione della religione e dello Stato. Un principio da affermare nelle Costituzioni. Una vera cittadinanza, una cittadinanza reale per tutti in Medio Oriente, può essere la soluzione. La pace implica una riforma della Costituzione irachena».

Il rapporto dell’Unicef Education under fire impressiona. Quattordici milioni di bambini in Medio Oriente e Nord Africa senza scuola. Il sistema scolastico è collassato in nove paesi. Novemila scuole inutilizzabili in Siria, Iraq, Yemen e Libia. Gli insegnanti sono fuggiti. Le scuole di Giordania, Turchia e Libano scoppiano, non possono provvedere all’istruzione di 700mila bambini rifugiati. La strategia dell’IS stanzia risorse e dedica la propria retorica al sistema educativo con l’obiettivo di addestrare una nuova generazione. Chi rimedierà a questo abisso?
«Senza i muri visibili e invisibili che dividono i nostri paesi in funzione della religione, della lingua e dell’etnia, senza parlare della corruzione, dell’ingiustizia, della disoccupazione, della povertà, senza tutto ciò l’ideologia jihadista, che non nasce dalla fantasia, non avrebbe potuto diffondersi. La comunità internazionale dovrebbe investire qui in progetti educativi. Mi preoccupa moltissimo la massa di studenti che non vanno a scuola o che sono rifugiati. Quando si nasce e ci si ritrova senza alternative, possono uscire da loro altri jihadisti. Solo l’educazione può avviare la trasformazione di una società fondata sull’uguaglianza fra i cittadini. Ciò può essere realizzato in primo luogo operando una opportuna revisione del curriculum di tutti i centri di insegnamento, specialmente dei centri di formazione religiosa».

Lei insiste molto su questo punto.
«Un aggiornamento del vocabolario religioso e una riforma dei programmi di insegnamenti religiosi sono dirimenti. Le religioni dovrebbero ricercare un nuovo linguaggio umano e teologico, che parli e tocchi i cuori delle persone, dando un orientamento e una speranza alla loro vita invece di essere strumenti di violenza a beneficio di pochi. Dovrebbe essere realizzata una carta con parole comuni per i manuali di educazione religiosa, accettata e applicata da tutti. I programmi di educazione attuali contengono purtroppo idee estremiste. Tanto quanto il linguaggio mediatico dei format televisivi religiosi. A questo si deve aggiungere una interpretazione dei testi sacri “appropriata”, che metta al bando la logica della violenza. Liberare il paese dai falsi profeti per un’autentica coscienza religiosa».

Che cosa non è la fede?
«Non è né una questione ideologica, né un’utopia, ma un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo. Il rapporto è tra me e Dio. La gente deve essere libera di credere o non credere. Cionondimeno sono cristiano, nato qui, e ho il diritto anche di vivere qui la mia vita e la mia fede. Nessuno può eliminarmi. Abbiamo sofferto abbastanza, dovremmo perdonarci a vicenda».

Per uscire dal caos principi di reciproca tolleranza, che spesso altrove sono sinonimi di indifferenza, sono sufficienti?
«La tolleranza non è la libertà. La tolleranza di cui si parla, non significa per nulla libertà e uguaglianza. Noi aspettiamo l’uguaglianza. Tolleranza e pace sono diverse. Noi abbiamo bisogno della pace. Vivere insieme richiede che ci sia un’amministrazione della giustizia credibile.
Il dialogo è uno stile di vita, è uno sforzo autentico intellettuale nel pensare e analizzare la propria fede, vita e cultura, mentre facciamo spazio alla comprensione della fede, della vita e della cultura degli altri».

Nei giorni scorsi le agenzie di stampa hanno battuto la notizia dell’istituzione da parte del governo di Baghdad di un comitato, incaricato di accertare le violazioni, gli espropri e assumere misure di protezione verso i cristiani. È un sostegno? Si fida?
«No, no. Il governo non ha soldi, niente. La Chiesa, aiutata anche da Roma, dalle Chiese cristiane in Occidente, da organizzazioni terze, si fa carico delle famiglie sfollate. Al momento la situazione è peggiorata. Il governo centrale non controlla più della metà del paese, poi con tutta questa corruzione. Il governo non sa. Quando la visione è assente non ci sono piani possibili».

Il patriarca melchita di Damasco, Gregorios III Laham, ha esortato i giovani cristiani a non abbandonare la Siria e in generale il Medio Oriente. Qual è la situazione in Iraq? La fuoriuscita è inarrestabile?
«I cristiani vanno via, perché non ci sono prospettive. Pensano che non ci sia futuro. La stessa sorte che tocca a moltissimi musulmani. L’intellighenzia è già andata via. I ricchi sono andati via, comprando i visti. La povera gente dove va? Io dico che i cristiani non devono pensare a scappare in Occidente, perché se qui abbiamo difficoltà immense, il Paradiso non è certo da voi. Immaginate centoventimila cristiani che hanno dovuto abbandonare in una notte le proprie case, con qualche vestito dentro a una borsa».

L’Iraq è uno Stato impossibile?
«C’è una barriera psicologica adesso. Oggi l’Iraq è già diviso, crollato. Dunque forse è meglio accettare il dato di realtà. La realizzazione di un vero sistema federalista con una capitale è la strada da percorrere. La federazione curda, sunnita, sciita, un cantone, una zona sicura per i cristiani, riprogettando l’unità formale del paese. Ci vuole una cultura della pace, una formazione alla pace che avversi la cultura tribale, settaria e la mentalità della vendetta. Ciò che possiamo dire è che siamo in una situazione prima della formazione di uno Stato. Educarci nella pace, nella confidenza, non abbiamo altro futuro».

Che cosa la preoccupa maggiormente della strategia del Daesh?
«L’Isis progredisce con la sua guerra totalitaria feroce contro la cultura e la diversità. Qui si sta minacciando la costruzione intellettuale e sociale dell’intera società. Non possiamo accettare un’altra, presunta, teocrazia. Daesh non è una possibilità».

Kamal Muslim, ministro degli Affari religioni del Kurdistan, lo dichiara. Non sono più in grado di reggere a livello sociale, economico, il cambio demografico delle ondate di profughi, che in quell’area hanno raggiunto il milione e mezzo di persone. Al contempo sostengono la necessità della presenza cristiana.
«Ha ragione, non possono avere i mezzi per gestire lo sforzo umanitario richiesto, per gestire lo shock che queste guerre provocano. La presenza delle comunità cristiane ha una datazione bimillenaria. Hanno vissuto in Iraq, Siria, Egitto e altrove in Medio Oriente, contribuendo economicamente, politicamente e intellettualmente allo sviluppo culturale. I cristiani hanno lottato per questo paese. L’equilibrio s’è rotto con conseguenze in tutti i settori. Apprezzo l’esperienza di riconciliazione interna dei curdi. Il perdono giova alla sicurezza».

Crede davvero che un giorno questa terra meravigliosa educherà alla pace?
«Sì, sì, sì. Questo impegno vale la vita. Non vogliamo andarcene dall’Iraq».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Aggiungi un commento