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La pagina del mare. Per George Steiner

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Per questo, ogni scriba che diventa un discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa il quale tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie.
Vangelo di Matteo

Celebrando Shakespeare, scrisse che “le parole che usiamo per rendergli omaggio sono sue”. Anche nel suo caso verrebbe da sostenere che è altrettanto vero. Le categorie con cui abbiamo imparato a leggere, la sensibilità con cui reagire a un testo, ce le ha riconsegnate o affinate lui. È uno di quei debiti senza confini. Anche solo tentare di esprimerlo è frustrante.Dove cominciare, dove finire. George Steiner è stato allievo, effettivo o ideale, di alcuni dei grandi leviatani del ‘900: Allen Tate, da quel magnifico conservatore sudista qual’era, lo convocò di notte per consultarlo in materia di divieti religiosi: voleva sfidare a duello un ebreo ma non voleva offendere il medesimo con una richiesta irricevibile.

Da C. S. Lewis ha ereditato la preoccupazione fondamentale per cui “è compito principale dell’interprete iniziare le analisi per poi lasciarle incompiute. Esse infatti non vanno intese come sostitute dell’apprendimento immaginativo….. il loro unico scopo è quello di ridestare, prima di tutto, la coscienza nel lettore della vita e dei libri in quanto vi è in essi di rilevante, e poi di suscitare in lui quegli elementi meno coscienti che da soli possono rispondere pienamente alla poesia.” E Steiner stesso non è venuto meno a questa apertura vitale, ci ha condotto sulla soglia della grotta interiore dove Tolstoj lotta con Dio come due orsi ingrigiti, ci ha fatto percepire la sensibilità musicale del periodare in Nietzsche o Kierkegaard, la “poesia del pensiero” in Dante e Wittgenstein, per cui le astrazioni si fanno pane e acqua, si possono addentare e bere, il discorso che si disfa in Broch e Schonberg.

Ma l’elenco delle intuizioni e degli affondi sarebbe troppo vasto, anche perché, siccome ogni vita, letteraria e non, è legata agli influssi di tutte le altre, Steiner eccelleva anche nella capacità di cogliere nessi e proporre raffronti. Per quanto mi riguarda, tra i tanti esempi memorabili spicca sempre Dio che risponde al dolore di Giobbe elencandogli i prodigi delle creazione, come un gallerista che proponga a un malato di tumore di fare un giro dell’ultima esposizione.

Il suo metodo è diventato riferimento per generazioni di scrittori e critici, che hanno proseguito nelle direzioni additate dalle sue intuizioni e preoccupazioni, spingendosi oltre, come lui stesso si augurava (in Italia basti pensare al notevole Biologia della Letteratura di Casadei). Oggi ci si interroga molto sullo stato della critica e della trasmissione culturale nel nuovo mondo del web. Richiamarsi a Steiner è possibile e doveroso proprio nell’evoluzione dei linguaggi, nella trasformazione e contestazione delle vecchie categorie, visto che egli per primo ha dimostrato come si possa trattenere e trasmettere un immenso patrimonio di strumenti nell’apertura al nuovo e perfino allo sconcertante.

È stato un maestro di sguardo, ascolto, stile anche per questo. Isolare un singolo passaggio a testimonianza del suo peso e della sua grandezza è al tempo stesso facile (ce ne sono così tanti) e difficile, perché ben oltre la singola immagine ciò che conta è la tinta, il tono del discorso nel suo dispiegarsi complessivo, l’orizzonte e la vibrazione che comprendono e superano tutti i dettagli. Restano certamente celebri i moniti sulle sabbie mobili scolastiche che oggi rischiano di affogare le “vere presenze” che incontriamo nelle opere d’arte (“il secondario e il parassito spadroneggiano. L’umanità acculturata viene sollecitata ogni giorno da milioni di parole diffuse dalla stampa, dalla radio, dagli schermi…un ronzio incessante di commenti estetici, di opinioni al minuto, di giudizi pontificali pre-imballati invadono l’etere”) o sulle implicazioni gnoseologiche di una superficialità critica che si autoalimenta (“la fenomenologia alla radice della scrittura giornalistica è, in un certo senso, metafisica. Articola un’epistemologia e un’etica di temporalità spuria. La presentazione giornalistica genera una temporalità di istantaneità livellatrice”).

Proprio lui, che su Omero o Brecht ha scritto pagine magnifiche, sapeva e ricordava che il primo e fondamentale e irrinunciabile modo con cui sappiamo ereditare e commentare le opere del passato sta nella nostra capacità di realizzarne di nuove: “Ogni forma seria di arte, di musica e letteratura è un atto critico. Virgilio legge Omero e ci guida nella nostra lettura di Omero meglio di qualsiasi critico esteriore.” Già negli anni ’80-’90 ben prima del salto quantico della Galassia Internet, egli aveva già sottolineato che la comunicazione sarebbe diventata la quarta dimensione del ventunesimo secolo, e che oggi il canone delle letture irrinunciabili per un umanista dovrebbe comprendere non solamente l’Etica di Aristotele e la Bibbia, ma le letterature sudamericane e australiane, e che non saper leggere Pasternak in originale costituisce un’interdizione grave quanto e più di un latino carente.

Tra i diversi motivi per cui raccomandava la conoscenza delle lingue c’era anche la loro capacità di raffinare e approfondire le sfumature del proprio erotismo nella vita di tutti i giorni. Del resto ogni buona traduzione per lui era “un orgasmo ben riuscito”. Ci ha ricordato che le radici dell’Europa vanno ricercate non solo nelle sinagoghe e cattedrali o nelle università, ma anche nei cafè.

Talvolta si insiste ancora in una contrapposizione stupida tra i filologi pedanti che sanno tutto degli esametri ma non hanno mai avuto il battito accelerato dalla passione amorosa e il lettore romantico che magari ignora la struttura di un sonetto ma al quale Baudelaire o la Bishop “parlerebbero” con forza diretta ed esclusiva. Steiner sapeva che la precisione autentica è sempre e solo conseguenza di una dedizione appassionata, e questa è a sua volta figlia diretta della gratitudine: “La critica letteraria dovrebbe scaturire da un debito di amore. In modi evidenti e tuttavia misteriosi una poesia o un dramma o un romanzo afferrano la nostra immaginazione. Nel momento in cui deponiamo un libro non siamo più quelli che eravamo prima di leggerlo. Per usare un’immagine rubata a un’altra regione: chi ha davvero assimilato un dipinto di Cézanne non potrà più guardare una mela, o una sedia, come li guardava prima. Le grandi opere d’arte ci attraversano come venti di tempesta, spalancando le porte delle nostre percezioni e investendo l’architettura delle nostre convinzioni con la loro potenza trasformatrice. Noi cerchiamo di registrare il loro urto e di riorganizzare la nostra casa sconquassata secondo il nuovo ordine. E, spinti da un qualche primario istinto di comunione, cerchiamo di comunicare agli altri la qualità e la forza della nostra esperienza. Vorremmo convincerli ad aprirsi ad essa. È da questo sforzo che nascono le intuizioni più vere della critica.”

Una passione non scevra di interrogativi, capace di vagliare le proprie motivazioni ultime fino al tormento. Anzitutto sul nesso tra bellezza e verità, giacché non sempre esprimere bene qualcosa non vuol dire esprimerlo davvero, ma anche non distogliendo l’attenzione della ambiguità e dai facili sogni consolatori: “Vi è qualcosa di piuttosto terribile nel nostro dubbio se lo studio e la gioia che un uomo trova in Shakespeare possa renderlo meno capace di organizzare un campo di concentramento…il grido dell’opera tragica non attutisce forse, o perfino cancella, il grido della strada (confesso che questa domanda mi ossessiona e mi fa quasi impazzire)?”

Eppure questi stessi sconcerti erano il crogiuolo cui temperare la sua convinzione ultima che “la grande letteratura è carica di tutta la grazia che l’uomo secolare ha acquisito nella sua esperienza, e gran parte della messe di verità esperita a sua disposizione”, un credo laico che comporta sempre una responsabilità etica e civile, dal momento che“una grande scoperta in fisica o in biochimica può essere neutrale. Un umanesimo neutrale è o un pedantesco artificio o un prologo al disumano”. Il vento di Saffo che investe le querce e non lascia scampo si fonde alle parole dell’eterno ammonimento di Isaia, al “Cambia la tua vita” intimato dall’Apollo contemplato da Rilke. E ciò ancora una volta si verifica non solo nelle opere che egli ha analizzato e insegnato, ma nella sua stessa scrittura.

Steiner si è raccontato con esposizione persino disarmante (“La tenebra bruciante nella quale mi sento trascinare trascende la mia volontà. Sono in preda dell’enormità. Ma questo odio e questo cordoglio disperati, questa nausea dell’anima risvegliano un’eco antitetica. Al centro della disperazione che porta a impazzire c’è l’intuizione insistente-di nuovo, non trovo altre parole- di un patto infranto”) ma non si tratta semplicemente di alcune parentesi o pagine liriche, ma dello svolgimento di un unico grande movimento.

Proprio la sua prosa di critico, tanto tesa a difendere il valore dei linguaggi primari della creazione artistica rispetto alla cultura del commento, testimoniano ancora una volta come la saggista possa essere grande letteratura, capace di percorrere quel certo stato dell’essere che è la regione propria della narrativa e della poesia, “quell’unica cosa da tenere in mente” di John Ashbery. Un libro sulla tragedia in Shakespeare può dunque essere tragico, forse dovrebbe persino esserlo se ambisce davvero alla grandezza. Lui ne è stato capace. “Patroclo viene ucciso e lo spregevole Tersite naviga verso casa. Chiedete giustizia o spiegazioni e per tutta risposta vi giungerà il sordo muggito del mare. I conti degli dei e degli uomini non tornano.”

La pagina del mare, scriveva Mario Luzi. Anche ribaltata, l’immagine resta vera. In ogni esperienza autentica, in ogni testo profondo, siamo sempre lì, al confine individuato dal primo poema occidentale che si apre “con una lite da bar, per una ragazza”, come scriveva Roth, e il giovane semidio che proprio sulla riva, tra l’acqua immutabile degli dèi e la sabbia insanguinata dei mortali, avanza a falcate rabbiose e piange il suo e nostro strazio.

Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.
Commenti
Un commento a “La pagina del mare. Per George Steiner”
  1. Apollonia Lisco scrive:

    Educativo, ricco di rimandi ai quali attingere per conoscere e giungere a nuove consapevolezze. Grazie.

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