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La Parigi del Roland Garros

È iniziata il 22 maggio e proseguirà fino al 10 giugno l’edizione 2012 del Roland Garros. Pubblichiamo un reportage di Francesco Longo, uscito su «Il Riformista» nel 2009, per raccontare l’atmosfera del torneo.

«So French, so Roland Garros», recita lo slogan di questa edizione. Il torneo parigino Roland Garros 2009 riproduce lo spirito della capitale francese che lo ospita. Al centro di Parigi, tra i boulevard, i bistrot e le montagne di ostriche, si incontrano solo visi pallidi, mentre nei quartieri arabi e neri ci si ritrova spesso ad essere gli unici occidentali. Nello stesso modo, fuori dall’impianto del torneo, già la mattina, esauriti i biglietti ufficiali, non si contano i bagarini africani che spacciano posti come bustine di crack. Nigeriani, tunisini, marocchini, tutto il Maghreb traffica oltre le transenne e smercia occasioni per il Phillipe Chatrier (il campo centrale) o per il Suzanne Lenglen (che i romani chiamerebbero «il centralino»). Prezzi da capogiro.

I ragazzoni africani restano però tutti fuori, perché all’interno, sugli spalti, compaiono solo carnagioni bianchicce (da notare che qualche ora dopo, gli stessi che vendevano i biglietti, implorano per acquistarne di nuovi, per poi rivenderli il giorno successivo). La divisione del Roland Garros tra dentro e fuori rispetta la separazione degli arrondissement che da anni vanno ormai spartendosi le etnie. Dalla fermata della metro Barbès-Rochechouart alla fermata Belville (passando per Place de la République), può capitare di sentirsi prima a Marrakech (arance, chador neri e sputacchi per terra), e poi a Shangai. Risalire rue du Faubourg du Temple fino in cima vuol dire stordirsi di polli laccati appesi per le zampe, e cambiare continente ogni volta che si sale e si scende da un marciapiede: boccali di birre bavaresi e, poco oltre, botteghe cinesi cariche di Sfingi fosforescenti.

«Smash magnifique!»: campi e tribune del Roland Garros sono come sempre affollatissimi e molto internazionali. Anche quest’anno, vecchie signore con gli occhialini, fanciulle scalze, lord in abiti gessati, un esercito in giacche e pantaloni di lino, tutti rigorosamente bianchi. Sotto il sole che picchia, squarciato il plumbeo cielo invernale, non mancano le giovani con i ventagli, e inglesine e francesine cadaveriche arrossate su gote e nasi. Per il resto: intelligenze della Sorbona a riposo, lentiggini, abiti a pois e cappellini, e un intero campionario di occhiali da sole.

Una delle attrazioni del torneo è sicuramente il ritorno di Maria Sharapova: risuscitata dopo nove mesi di sosta per l’operazione alla spalla. Ha avuto una settimana discreta, identici i suoi gridolini da fondocampo con cui si costruirono ai suoi tempi d’oro le suonerie per cellulari. Già alla prima partita si è fatto vivo lo stalker che la perseguita che è stato chiaramente allontanato dai campi, ma non arrestato.

Ma i fan di tutto il mondo bramano l’ennesima “finale del secolo”, tra Rafael Nadal e Roger Federer. Lo spagnolo, numero uno del mondo, ha già vinto qui quattro volte, mentre lo svizzero che ha vinto tutto il possibile, sconta una incomprensibile maledizione verso la terra rossa parigina: l’unico torneo che insegue invano da quando gioca. Gli ultimi tre anni i due si sono sfidati qui al campo centrale: ogni volta si è combattuta una guerra omerica, psicologica, vinta sempre da Nadal. I giornali francesi si chiedono molto se esiste qualcuno in grado di battere lo spagnolo (non certo i tennisti di casa, né tanto meno gli italiani già tutti fuori da giovedì). I magazine non parlano certo della nostra Flavia Pennetta, uscita malissimo al suo primo match, ma sempre e solo di Monica Bellucci di cui in copertina si giura anche questa settimana: “Monica Bellucci si mette a nudo”.

Varcata la soglia del santuario del tennis (Wimbledon, si sa, è il santa sanctorum) capita di essere distratti dai campioni e dalle loro volée, perché investiti ogni passo da hostess di rara bellezza, da siepi e edera rampicante, e vialetti di souvenir, e chioschetti di Häagen-Dazs. Come tutta Parigi, anche il Roland Garros è un monumento a se stesso. Così come tutta Parigi è immobilizzata in un eterno Settecento, con aree verdi con l’aria di parchi termali per bocciofili, anche qui non si aspettano nuove stelle della racchetta, perché la nostalgia pervade tutto. Al Roland Garros si celebra solo il passato, gli amanti del tennis preferiscono visitare il Museo interno piuttosto che squagliarsi al sole delle partite d’oggi. Pare dunque che per il tennis siano più vitali i nuovi campionati in Oriente (come gli eccentrici e visionari tornei di Doha o Dubai), con pubblico multietnico e le scolaresche di bambini filippini che sgranano gli occhi, mangiano pizza e hot-dog sugli spalti e tornano a casa felici. Qui invece, il tennis non è uno sport da appassionati ma da geologi del costume, da amanti del déjà vu, e comunque nessuno va via senza un oggetto da collezione: cravatte e gemelli firmati, tazze e tazzine, ombrelli, t-shirt e taccuini col mitico logo. Il Roland Garros è un amabile fossile in una città col cuore di pietra.

Non mancano, fino al tramonto, zone d’erba occupate da un inaspettato bivacco di corpi che si riparano all’ombra: siamo in Francia, anche l’indolenza è tutta un déjeuner sur l’herbe. Terminata la prima settimana, en attendant la seconda cruciale, si può fare un primo bilancio.

Unica eccezione alla divisione etnica sono le sorelle Williams: la grande Serena e la dinoccolata Venus. Le due hanno da poco acquistato una casetta a Rue de Grenelle, traversa del Boulevard Raspail (e strada parallela al nostro Istituto di Cultura Italiano). Le californiane nere sono andate in bicicletta alle gallerie Lafayette, e poi un giorno a Versailles prendendo la RER, e hanno dichiarato di aver anche sbagliato la direzione del treno. Presto, dicono, acquisteranno un pied à terre a Roma, la loro altra città preferita. Le due sono però più legate a Parigi. Sarà pure che, come vuole la leggenda, il padre (Richard Williams) stava guardando in televisione proprio la finale femminile del Roland Garros del 1978 quando si rivolse alla moglie e le propose di fare due figlie e avviarle alla carriera tennistica. Ora che Richard e la moglie Oracene si sono separati, le figlie stanno a Rue de Grenelle con la madre che la sera cucina per tutte e tre. Gli unici altri neri (davvero poche le eccezioni) sono i neri da cerimonia con le giacche di cotone rosse e gentilezza ancestrale che danno informazioni e controllano che tutto scorra senza intralci. Ogni tanto romba un applauso, ogni tanto il vento fa innervosire un atleta inchiodandolo alla riga di servizio. Al sole, che i primi giorni faceva evaporare gli Chanel dai colli e dai polsi sottili, si è sostituita una pioggerella leggera molto inglese. Domani inizia la seconda tranche.

Lo scorso anno, a Wimbledon, torneo con l’obbligo per i tennisti degli abiti bianchi andarono in finale le due sorelle nere. L’ultimo torneo del 2008, primo torneo dopo l’elezione del Presidente nero Obama (il Master femminile in Qatar) è stato vinto da Venus Williams. Peccato Venus sia uscita venerdì con l’ungherese Szavay. Si spera almeno di vedere una seconda vittoria di Serena. Speriamo che presto si possano ammirare sugli spalti i cinesi, i neri, e gli arabi che ora abitano sì a Parigi, ma in città parallele, in quartieri impermeabili. Speriamo che presto qualcosa si mescoli. Che Parigi smetta di auto-celebrarsi e che ci sia una invasione sana di carnagioni che convergano verso il centro della città. Che gli africani non siano più solo fuori a vendere i biglietti, ma in campo, o sugli spalti. E che tra un set e l’altro, invece dell’ossigeno inodore, si respirino eccitanti ondate di falafel, o almeno un po’ di sushi, s’il vous plaît.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
Un commento a “La Parigi del Roland Garros”
  1. Mi sembra tutto davvero molto superficiale. Poteva essere interessante isolare un luogo/evento quale in Roland Garros per ricondurre il particolare al generale, ma l’articolo affonda su se stesso non mantenendo le premesse e finendo col diventare un trafiletto di sociologia spicciola. Quelli per intenderci che mi immagino di trovare nella colonna di destra del sito di Repubblica.
    In ogni caso, la mia perplessità di fondo, è dovuta alla questione latente per tutto lo scritto, e che il finale lascia emergere. Per quale motivo, bisogna sempre privilegiare l’ideologia del “centro”?(che poi, “centro”, a Parigi, significa ben poco, o comunque tutt’altra cosa rispetto al modo di considerarlo in rapporto alla città italiana). L’integrazione, davvero è riducibile ad un’entrata nei ranghi di una pratica borghese quale assistere ad un torneo di tennis come il roland garros? Preferirei pensarla immaginando una partita a calcetto in una Place Vendôme solcata da un gessetto che ne marchi i limiti del campo. Parigi è piena di contraddizioni, complesse e profonde. L’articolo, cammina in superficie aggirando luoghi comuni per restituirne un “rovescio”.

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