La parola con la N

Questo pezzo è uscito in edicola nel numero 13 della rivista Loop.

di Daniele Manusia

È del febbraio di quest’anno una nuova edizione delle Adventures of Huckleberry Finn in cui le parole “nigger” e “injun” vengono rimpiazzate rispettivamente da “slave” e “indian”. All’origine della decisione di Alan Gribben, professore e studioso di Mark Twain che ha curato la versione in questione per la NewSouth Edition, c’è l’imbarazzo provato durante la lettura ad alta voce dei passaggi del libro in cui compaiono gli epiteti razzisti citati. In particolare “nigger”, presente duecentodiciannove volte nel testo originale. Nella sua introduzione Gribben, con quarant’anni di esperienza, dice di aver già adottato questo tipo di sostituzione in classe e nelle sue conferenze e che gli è sembrato di notare un generale senso di sollievo nel suo pubblico. Secondo lui quella parola funziona da barriera nei confronti di professori, studenti, e tutti i tipi di lettori, afroamericani e non. “Certo possiamo applaudire l’abilità di Twain nel riprodurre il linguaggio di una determinata area geografica in un determinato periodo storico, nonostante ciò l’abuso di insulti razziali con connotazioni di permanente inferiorità repellono il lettore moderno”. La sua teoria è che lo stesso Mark Twain, scrittore commerciale attento a ogni possibile ampliamento del proprio mercato, sarebbe stato d’accordo.

Se è di per sé discutibile la manomissione di un classico a un livello simile, solleva ancora più dubbi che l’operazione censoria avvenga nei confronti di un libro il cui messaggio di fondo è universalmente riconosciuto come anti-razzista. Le Avventure di Huckleberry Finn racconta il viaggio compiuto da Huck, un ragazzino in fuga dal padre violento, e Jim, lo schiavo di una zitella di nome Miss Watson che scappa perché teme di essere venduto al mercato. Verso la fine del libro si unisce anche Tom Sawyer, protagonista del romanzo precedente in cui abbiamo visto per la prima volta entrambi i ragazzi. Jim è un personaggio nobile e buono che rinuncia alla libertà per aiutare Tom Sawyer, lo stesso Huck combatte contro la propria coscienza viziata dalla società che lo ha cresciuto e sceglie, pensando di andare all’inferno per questo, di aiutare Jim a scappare. Il romanzo è stato letto fin dall’inizio in chiave realista e anche oggi la principale obiezione alla scelta di Gribben è che, trattandosi di una fedele rappresentazione del periodo schiavista, i suoi personaggi parlano come parlava la gente dell’epoca.

Prima che comincino Le avventure di Hucklberrry Finn, Mark Twain dice due cose distinte. La prima consiste in un finto avviso, scritto da un comandante militare per ordine della stesso Twain: “Le persone che in questa narrazione cercassero di trovare dei fini saranno perseguitate legalmente; quelle che cercassero di trovarvi una morale saranno esiliate”. Nell’avvertenza successiva l’autore spiega che i dialetti presenti nel libro sono stati usati “con grande scrupolo e attenzione, sorretto dalla mia grande familiarità con tutte queste forme di espressione linguistica”, e che non si deve aver l’impressione che i personaggi del libro “cercano di parlare allo stesso modo senza riuscirvi”.
Se la seconda parte delle dichiarazioni preliminari di Twain è stata tenuta in gran conto, non si è quasi per niente riflettuto sulla prima. Huckleberry Finn è un libro più ambiguo di quel che sembra. Un libro volutamente ambiguo che utilizza i metodi ambigui della commedia, della satira e della parodia. Questa affermazione, se da una parte sostiene la scelta di Gribben, dall’altra la fa apparire ancora più ottusa: è vero che il messaggio del libro è offuscato dal modo in cui è veicolato, ma nessuno ci dice che non era questo che Mark Twain voleva, e che non avesse usato la parola “nigger” consapevole delle implicazioni che comportava. Inoltre non si può disambiguare un intero testo sostituendo una parola con un’altra (senza contare che “schiavo” non sembra poi così meno offensivo, è solo che non ha più senso).
Ambientato negli anni quaranta del diciannovesimo secolo, il libro è stato scritto per il pubblico degli anni ottanta. Dopo, cioè, la Guerra di Secessione e l’abolizione della schiavitù anche nel sud del paese. A noi i ragionamenti di Huckleberry Finn (“Io stavo rubando il suo negro a una povera donna vecchia che non mi aveva fatto nessun male”) sembrano i ragionamenti di un alieno, ma come si doveva sentire il lettore dell’epoca? Twain fa spesso uso di questa diversa prospettiva nel libro, come ad esempio quando Tom Sawyer svela che in realtà Jim era stato liberato da Miss Watson prima che morisse, nel suo testamento. “E allora perché diavolo lo volevi liberare se era già libero?”, gli chiedono. “Perché volevo avere un’avventura!” (Twain era un ammiratore di Cervantes). Non è escluso che la differente prospettiva storica potesse avere un effetto straniante (e comico) anche sul lettore di allora. Solo così si poteva ridere di scene come quella in cui Huck arrivando dagli zii di Tom, che lo scambiano per Tom come in una commedia degli equivoci e gli chiedono perché è arrivato due giorni più tardi del previsto, si inventa la balla che sul battello che lo trasportava è scoppiata la caldaia: “Dio santo! Ci sono stati dei feriti?”, chiede la zia di Tom. “No, signora. È morto un negro”. “Che fortuna! Poteva farsi male qualcuno”. (provate a sostituire “schiavo” a “negro” e vedete se la battuta fa ancora ridere).
Il punto non è se Huckleberry Finn sia o meno politicamente corretto, né se si tratti di un ritratto realista del sud degli Stati Uniti in periodo schiavista, ma che Twain non è uno scrittore di idee (moralista, semmai; polemista nella sua autobiografia che, pubblicata senza tagli è diventata sorprendentemente un best-seller del Natale passato, ma non certo nei romanzi). In Hucklberry Finn la schiavitù è affrontata come argomento da commedia. Se si vuol leggere qualcosa di rigoroso al riguardo ci sono sempre i libri di Frederick Douglass. Schiavo, fuggito al proprio padrone, Douglass pubblicò nel 1845 la prima di tre autobiografie: Narrative of the Life of Frederick Douglass, an American Slave. Era amico del suocero di Twain.

Non solo Hucklberry Finn è un libro ambiguo, ma lo stesso Mark Twain è un personaggio ambiguo. Nato e cresciuto ai tempi dello schiavismo era stato abituato a pensare che “non c’era niente di male nella schiavitù”. Durante i suoi esordi come scrittore umorista scriveva cose del tipo: “I marinai che si avvicinano al faro di Key West possono orientarsi benissimo grazie alla fragranza proveniente dai quartieri neri”. Oppure trovava inaccettabile vedere su uno stesso autobus dei neri seduti e delle donne bianche in piedi. Persino in Hucklberry Finn, il personaggio di Jim, il negro/schiavo, sembrerebbe subire l’influenza degli stereotipi culturali diffusi dai Ministrel Show, spettacoli teatrali in cui attori bianchi col volto dipinto di nero scimmiottavano vari caratteri ritenuti tipici della cultura afroamericana, spettacoli di cui Twain andava pazzo.
Solo a contatto con New York e la ricca e progressista famiglia della moglie, i Langdon, Mark Twain cambia parte della barricata: intorno ai trent’anni. Probabilmente, fu anche per dimostrarsi all’altezza di Livy e della sua famiglia (per farle la corte) che Twain divenne sensibile al tema. È stato notato che Hucklberry Finn è un romanzo realista fino a un certo punto. La voce di Twain affiora qua e là. Quando Huck descrive l’alba sul Missippi a parlare è l’esperienza di Twain come pilota di battelli (un ragazzino che nota la rottura della corrente in un certo punto e ne deduce che lì sotto ci deve essere un tronco?), mestiere che avrebbe continuato a fare, se il battello come mezzo di trasporto non fosse divenuto obsoleto subito dopo che lui aveva imparato a pilotarlo (senza mai diventare Mark Twain, nome d’arte di Samuel L. Clemens). Al tempo stesso, si è provato a giustificare l’uso reiterato della parola “nigger” con il concetto di realismo. Se Twain avesse voluto scrivere un romanzo a tema avrebbe potuto far combattere Huck più apertamente contro la società del tempo. Il libro avrebbe parlato di Hucklberry Finn, l’eroe giovane e puro, contro i razzisti del sud. Invece è un ragazzino bugiardo e incoerente, che prova affetto per l’essere umano che considera proprietà fisica di una vecchia zitella. Noi riusciamo a distinguere la parte sincera del cuore di Huck da quella influenzata dai cattivi insegnamenti ricevuti (la parte satirica), probabilmente era lo stesso per il pubblico dell’epoca, dato che questo è il valore del libro. Hucklberry Finn non è un giovane eroe, forse è con lo scopo di non idealizzarlo troppo che Twain gli fa ripetere così tante volte “nigger”. In questo senso possiamo leggere Hucklberry Finn come la rappresentazione del dilemma morale (e di costume) che ha dovuto affrontare Twain (anche se molto più grande di Huck, e con di mezzo una cosa che nel libro manca: il sesso). Quando Huck (è il cuore del libro) si scusa per il motivo sbagliato, perché non riesce ad abbandonare Jim al suo destino di schiavo, non è difficile sentire la vera voce del ventriloquo dietro la sua: “Mi avevano educato male, e dunque non avevo tanta colpa”.

Gribben ha ragione su una cosa: la parola “nigger” ha aumentato col tempo il proprio impatto anziché diminuirlo (e Twain non doveva preoccuparsi molto all’epoca dei suoi lettori afroamericani). In America pur di non pronunciarla neanche tra virgolette si usa la perifrasi “the N-word”. Anche se la schiavitù non è più un tema di attualità, il razzismo ai tempi del politicamente corretto è un argomento serissimo (basta vedere il Philip Roth de La Macchia Umana). E non c’è modo migliore di affrontare argomenti spinosi della commedia.
In Tropic Thunder, l’ultimo film da regista di Ben Stiller, si racconta la storia di cinque attori che, girando un film di guerra, vengono abbandonati in mezzo alla giungla del Laos (un film nel film). Robert Downey Jr interpreta un attore australiano che a sua volta interpreta un soldato di colore e che per calarsi nel ruolo si è sottoposto a un’operazione di pigmentazione della pelle che lo ha lasciato con un effetto colorato simile a quello che si doveva vedere nei Ministrel Show. Fedele al metodo Stanislavski, continua a comportarsi da nero anche quando ormai è chiaro che non stanno più girando nessun film, per l’irritazione del solo altro nero del cast, un vero nero che però a sua volta è la caricatura del nero-rapper. Quindi, è come se si confrontassero una vecchia generazione di stereotipo dell’uomo nero, e l’ultima. Lo stereotipo 2.0 dice: “Sei australiano, comportati da australiano. Ne ho le palle piene di questo negro abbraccia canguri”, e il finto nero da Ministrel Show risponde con le lacrime agli occhi: “Quella parola è stata usata per quattrocento anni con lo scopo di umiliarci”.
Ci sono puntate dedicate alla “parola con la N” in South Park, 30 Rock e Curb Your Enthousiasm. Quest’ultima è una serie interamente basata sulle convenzioni sociali. Larry David (sceneggiatore di Seinfeld: un classico ormai della commedia) interpreta sé stesso alle prese con le regole della società civile californiana. Nella puntata in questione viene perseguitato perché, nel citare una conversazione orecchiata in un bagno pubblico dice “nigger” anziché “the N word” e un medico di colore che passava di lì non gli lascia il tempo di spiegarsi. Qualche puntata più tardi Larry si trova in macchina con Leon Blacks (che è un’altra macchietta del nero pazzo, divertente, tutto sommato volgare). I due stanno girando a vuoto nel quartiere di una donna con cui Larry è uscito una sera ma di cui ha perso il numero di telefono e non ricorda esattamente dove abita. La donna era su una sedia a rotelle. “È lei?” chiede Leon vedendo una ragazza su una sedia a rotelle. “No. Ma magari la conosce. Due donne sulla sedia a rotelle… Si conoscono per forza. Le persone handicappate si conoscono tra di loro”. (Quindi: un nero e un ebreo stanno facendo un discorso discriminatorio sui disabili). “Se tu vivessi in un quartiere bianco e ci fosse un fratello. Lo conosceresti, no?”, chiede Larry. “Puoi scommetterci. Uscirei di casa e lo andrei a conoscere”. “Non ti ha dato fastidio che ho usato la parola fratello?” “No, fratello va bene”. “Sei sicuro? Non suona strano in bocca a me?” “No, no. Fratello va bene”.
Ecco, magari se Gribben avesse avuto più senso dell’umorismo avrebbe pensato a un’edizione di Huckleberry Finn in cui la parola “nigger” fosse stata sostituita da “brother”. O sui suoi problemi di imbarazzo pubblico, ci avrebbe scritto una commedia.

Commenti
Un commento a “La parola con la N”
  1. Rita scrive:

    Articolo interessante!
    Per come la vedo io, un romanzo andrebbe sempre interpretato tenendo conto del contesto storico in cui è stato scritto, quindi, avrei lasciato senza alcun problema la parola “nigger” nell’opera di Twain (anche tenendo conto appunto di tutte le altre osservazioni che sono state fatte su detto romanzo).
    Peraltro questa sostituzione mi ha fatto pensare a quando – durante il fascismo – nelle traduzioni si cambiavano anche i nomi stranieri, per cui “Madame Bovary”, diventava “La signora Bovary”, e persino Auguste Flaubert, diventava Augusto Flaubert (giusto di recente, acquistando alcune edizioni di quell’epoca di alcuni classici, ho potuto notare questo fatto, che mi ha alquanto stupita), e credo che – al di là del fatto che possa essere fuorviante per comprendere lo spirito epocale del romanzo stesso – potrà però essere indicativa – a posteriori – della cultura relativa al periodo delle varie ri-edizioni e traduzioni, ossia, penso che già il solo studiare e confrontare queste sostituzioni ci possa – in futuro – fornire degli interessanti spunti di interpretazione dei vari mutamenti culturali che si sono succeduti nei secoli.

    Riguardo l’uso della parola “nigger” in altri contesti invece, trovo che sia offensiva almeno quanto qualsiasi altro appellativo riferito ad un essere umano facente riferimento al colore della sua pelle, o dei suoi occhi, o dei suoi capelli se rivolto con un preciso intento discriminatorio.
    Il problema continuerà a persistere perché ovviamente per anni alla parola “nero” è stato associato un concetto (quanto mai errato) di inferiorità, e quindi nella nostra cultura permane quel senso di offensivo al solo sentirla pronunciare.
    Credo comunque che, al di là dei termini usati, siano i fatti a contare, anche se le parole in qualche modo plasmano e definiscono la cultura in cui viviamo e quindi sarà necessario sostituirle prima o poi quando non più avvertite come aderenti alla realtà che si intende rappresentare.

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