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La parola io non esiste: conversazione con Hirozaku Kore-Eda

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di Rosario Sparti

“Della quotidianità non frega nulla a nessuno”: questo è quanto si sente dire nel film Le verità di Kore-eda Hirokazu, presentato in concorso al Festival di Venezia e da poco uscito nelle sale italiane. Tuttavia, usando le parole della protagonista, verrebbe da precisare che della quotidianità non frega nulla a nessuno salvo che non la si racconti sotto forma poetica. Come cerca di fare da sempre il cineasta giapponese. Grazie a un passato come documentarista, Kore-eda difatti ama posare il suo occhio sulle piccole cose con sguardo apparentemente casuale ma puntuale nella naturalezza del ritratto, come se solo lui riuscisse a cogliere lo straordinario in gesti minimi e micro eventi apparentemente ordinari, raccontandole con una leggerezza e sobrietà che ricorda Èric Rohmer e, perché no, persino Richard Linklater (che la presenza di Ethan Hawke nell’ultimo film non sia casuale?).

Una grazia che trova però nella morte il suo contrappeso, bilanciando la mondanità dell’esistenza con la profondità del tragico – presente in maniera esplicita o sottotraccia nella sua filmografia – così da conferire alla vita di ogni giorno sfumature inattese. Rendere visibile l’invisibile questa sembra essere la missione morale di Kore-eda: dare spazio agli ultimi, spesso dimenticati da uno sguardo ad altezza di adulto (Nessuno lo sa); portare alla luce l’ombra del lutto, tracciando la distanza tra chi va e chi resta (Still WalkingMaborosi); raccontare la diversità sperimentando generi cinematografici (Air DollThe Third Murder, Hana); mettere in scena famiglie che sfuggono alle convenzioni (Father and Son, Little Sister); rendere concreti i fantasmi del ricordo (Distance).

La 14° edizione della Festa del Cinema di Roma ha dedicato una retrospettiva a Kore-eda, protagonista inoltre di uno degli incontri più interessanti della manifestazione. Con piacere abbiamo avuto l’occasione di conversare con il regista, vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2018 con Un affare di famiglia.

Tutti i suoi film, in fondo,raccontano di una perdita, cui segue il ricordo e poi un nuovo inizio. Come se questa personale forma di resilienza richiedesse sempre un vuoto da colmare.

È la vita, no?Alla fine è questa la vita vera. Tutti noi subiamo una perdita, quindi a causa di quell’assenza qualcos’altro incomincia a muoversi. Io stesso ho subito la perdita dei miei genitori e per cercare di colmare il vuoto ho incominciato a riflettere sul ruolo del padre, sulla sua essenza. Poi sono diventato padre a mia volta: a quel punto ho iniziato a ripensare alla mia gioventù; adesso, grazie alla presenza di mia figlia, mi capita di rivedere me stesso da bambino. C’è sempre uno spazio da riempire, che ci consente di diventare quel che siamo e trasferirlo alla generazione successiva. Alla fine, questo credo sia il fondamento della struttura familiare.

Una costante ricerca di un pezzo mancante.

Senz’altro è così: se qualcosa non viene a mancare, non c’è questa voglia di colmare e pertanto non c’è il passaggio successivo che ci porta avanti. Chissà, forse è solo la mia vita o forse è qualcosa di più grande.

Eppure non ci si può fidare davvero della memoria, come si ripete più volte nel suo ultimo film. Col tempo, infatti, i ricordi spesso mutano a nostro piacimento, magari per aiutarci ad andare avanti come accade in After Life. Cosa la affascina del mistero della reminiscenza?

I ricordi sono importantissimi per l’essere umano, perché possono essere sia una forma di salvezza sia qualcosa che incatena, che ci vincola. Comunque quando realizzo un film cerco sempre di soffermarmi non sul sostantivo “ricordo” ma sul verbo “ricordare”, l’atto del portare alla memoria. Questo è qualcosa che tengo sempre a mente quando realizzo film, in particolare per quest’ultimo.

Ha diretto molto attori di giovane età: come li sceglie e come lavora con loro? E, più in generale, qual è il suo modo di lavorare con gli attori?

Solitamente per cercare i bambini adatti al film faccio dei provini, li scelgo dopo numerose audizioni; anche la piccola Clèmentine Grenier (interprete del film Le verità, ndr) è stata scelta così. Non le ho mai dato la sceneggiatura, ma le ho fornito giorno dopo giorno le spiegazioni necessarie. Si tratta di un metodo sperimentale, che necessita di bambini molto ricettivi. Per quel che riguarda gli adulti non ho un metodo particolare, però il rapporto che si crea sul set tra bambini e adulti spesso dà vita a interazioni inaspettate e migliora la performance di entrambi.

Nel suo cinema il contesto sociale e politico rimane sempre ai margini, fa quasi da sfondo, ciò nonostante finisce sempre per influenzare in maniera decisiva il percorso esistenziale dei personaggi.

In realtà non esiste l’io. Non esiste l’esistenza dell’io in quanto tale, perché siamo tutti integrati all’interno delle relazioni. Essenzialmente credo che la figura dell’io in una società debba essere considerata come qualcosa di primitivo. Per esempio, io sono il padre di una figlia ma prima ero il figlio dei miei genitori, al tempo stesso sono il marito di qualcuno e sono il regista per qualcun altro.

Questi elementi socio-familiari messi insieme creano una combinazione unica, ciò che contraddistingue il mio io e determina la mia persona. Posso quindi dire di essere un buco, un vuoto d’aria, con una ciambella attorno. E ciò che delinea la nostra esistenza,  nel mio caso anche il modo in cui può essere raccontata una storia, è legato alla forma che decidiamo di dare a quella ciambella. L’interno di quella ciambella, però, è sempre vuoto.

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