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Uomini delle caverne, ieri come oggi: la paura nel teatro italiano di fine ‘800

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di Edoardo Rialti

“I romanzi, i film, i programmi Tv o della radio – persino i fumetti –che si occupano di horror si svolgono sempre a due livelli. Alla superficie c’è il livello grossolano – quando Regan vomita in faccia al prete o si masturba con un crocifisso in ‘L’Esorcista’… ma su un altro livello, ben più potente, l’orrore davvero potente diventa una danza, una ricerca continua, ritmica. Ed è alla caccia del luogo dove tu, lettore o spettatore, vivi al tuo livello più primitivo. All’orrore non interessano i prodotti delle civiltà, nelle nostre vite”, rifletteva, con la consueta concretezza di chi se ne intende, Sua Fosca Maestà Stephen King. E una riprova particolarmente suggestiva arriva dallo studio di un genere letterario e teatrale quasi scomparso, che tuttavia ci racconta una storia molto più antica, e che in forme diverse continua a esercitare il suo fascino inquietante anche oggi.

Negli ultimi giorni d’estate si notano ancora i cartelloni pubblicitari dei vari “Circhi degli Orrori” itineranti, echi della grande stagione di quello che fu il Grand Guignol tardo ottocentesco, sempre più soppiantato dal salto quantico del cinema prima e poi della tv. L’ultimo grande omaggio tributato a quel teatro della paura si può ancora leggere/vedere in uno splendido momento del romanzo (e del film) Intervista col vampiro – quando Anne Rice ancora non annacquava la sua sanguinosa sensualità in una serie infinita di stanche ripetizioni – con i vampiri nel cuore della Parigi decadente che fingono di essere attori che fingono di essere vampiri.

Ci siamo anche lasciati alle spalle l’Expo, ed è notevole quanto si sia divaricato ciò che inizialmente costituiva un unico grande fiume: come racconta Francesco Ruchin ne Il paese delle oche – Il teatro del Grand Guignol in Italia – con una ricca prefazione del critico Marino Biondi – “nel 1900, all’Esposizione Universale di Parigi, il teatro del Grand Guignol aveva un proprio spazio espositivo dove venivano proiettati film a colori di alcuni spettacoli grandguignoleschi.”

Negli stessi anni che si entusiasmavano per le conquiste della scienza, dell’igiene, della tecnologia (la “fata elettricità”, come veniva chiamata, fondendo positivismo e simbolismo) “la società di allora pare attraversata da una febbre nera, attratta com’è dal crimine, dalla violenza, dalle sciagure”, e l’Italia di Gozzano, Pascoli e D’Annunzio non fu da meno: nella ricerca di Ruchin possiamo finalmente ripercorrere – anche in virtù d’una ricca antologia delle opere d’autori, attori e produttori (Antona Traversi, Bella Starace, Alfredo Sainati) – come popolino e borghesia fossero avidi della messa in scena del “dolore, dell’insanità, della pazzia, della gelosia, della vendetta” e in modalità espressive molto più aggressive e brutali di quelle che si potessero assistere in Pirandello o Verga. Lo stesso Antonio Gramsci si interrogò più volte sul fenomeno – “se la natura umana rifugge dal dolore, dalla sofferenza, come mai nel teatro ciò può essere motivo di attrazioni?”

Ruchin mostra come la paura, ieri come oggi, ruoti sempre attorno ai cardini più rassicuranti della vita sociale (Tribunale-Manicomio-Carcere-Famiglia) esposti improvvisamente alla disorientante bufera delle loro rispettive negazioni (Anarchia-Anormalità-Libertà-Immoralità) che in un battibaleno ne mostrano tutta l’inerme inconsistenza, tutta la fragilità. Eppure trovarsi esposti (come lettori/spettatori) alla crudeltà, alla malattia fisica e mentale, alla violenza conserva sempre la propria “tempestosa bellezza del terrore” (per dirla con Shelley), quella profonda attrazione che ogni abisso vertiginoso è in grado di ridestare ed eccitare, con la sua minaccia e promessa di dolore, pericolo, morte.

Proprio per questo può essere tenebrosamente divertente sbirciare tra le paure che attraevano tanto i nostri nonni o bisnonni. Eccoci sfilare pazzi che imbandiscono convitti di teste umane, prostitute che si sgozzano sui pianerottoli, tisici che gettano i propri figlioletti nei crepacci per sottrarli a una lunga agonia futura. Oltre a raccontare una pagina davvero importante e troppo poco nota del teatro e della letteratura di genere, ciò permette di notare, con stupore non esente da qualche brivido, come in fondo, oltre i pizzi e merletti, i dottori con sigari e panciotto, le cameriere impertinenti, siamo sempre gli stessi, in fila per l’Expo, come un secolo fa. Anche oggi, quando si vuole pubblicizzare un film dell’orrore, si fornisce sempre l’elenco trionfale di quanti siano svenuti durante la proiezione, o si gioca sull’ambiguità del presunto “filmato ritrovato”, proprio come si faceva allora con drammi come “Ragnatela” o “La scure”.

Non è certamente un caso che il teatro di sensazione alternasse con grande successo farse e drammi, risate e strilli di terrore. Anche questa altalena non era sfuggita a S. King: a farci davvero paura, sotto le maschere dei demoni che invadono il corpo, dei pazzi criminali che irrompono in casa, dei fantasmi, sono sempre e fondamentalmente gli stessi nodi biologici e psicologici che affondano in un atavico buio senza nome: “l’odio, la vecchiaia senza amore, l’avanzare in un mondo ostile sulle gambe malferme dell’adolescenza. Spesso, nella realtà quotidiana, come le Maschere della Commedia e della Tragedia, sorridiamo fuori, facciamo una smorfia dentro. C’è un punto centrale di scambio dentro di noi, un trasformatore… ed è quello il punto dove così spesso il racconto dell’orrore colpisce nel segno.”Un segno che ha sempre bisogno di essere il più vicino possibile all’esperienza concreta e quotidiana del lettore o dello spettatore; se ne può quasi (quasi!) trarre una regola generale: è più difficile che un racconto dell’orrore ambientato nell’800 faccia altrettanta paura di una narrazione contemporanea, e certamente un racconto dell’orrore con uno sfondo medievale risulta meno spaventoso ancora. Il motivo è semplice: le trine i corsetti (per non parlare delle corazze o delle spade) ci risultano altrettanto remoti e fantastici dei vampiri o degli spettri. Quanto più la paura è prossima, capace di pulsare sotto il letto, o di trapelare in distributore di benzina, un cellulare, un pc, tanto più facile ci è tornare di colpo ciò che, in fondo, siamo sempre stati: dei primati che si aggirano nel buio ostile delle foreste, armati di una fiaccola tremante con la quale, come nell’Amleto, chiediamo “Chi è là?” a tutto ciò che minacci la nostra fragile sicurezza, dalle tenebre che fremono e ringhiano tutte intorno a noi.

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